Boy from Heaven

Boy from Heaven

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Il regista egiziano d’origine ma svedese di nascita Tarik Saleh esordisce nel concorso di Cannes con Boy from Heaven, che sfrutta le dinamiche del thriller e della spy-story per ragionare da vicino sulla dittatura di al-Sisi, e sulle ingerenze religiose nel Paese. Un lavoro senza dubbio interessante, anche se forse manca un po’ di coraggio nella messa in scena del sistema persecutorio. Ottima la performance attoriale di Fares Fares e impossibile, per il pubblico italiano, non correre con la mente alla tortura e all’omicidio di Giulio Regeni.

Una dittatura

Il giovane Adam viene accettato all’Università Al-Azhar, uno dei massimi centri di studio dell’Islam sunnita: lascia così il villaggio di pescatori in cui vive con la famiglia alla volta del Cairo. Appena iniziato l’anno accademico il Grande Imam di Al-Azhar muore all’improvviso; Adam si troverà fortuitamente coinvolto nelle loschissime trame che riguardano la sua successione… [sinossi]

Per la prima volta in Concorso a Cannes, il cinquantenne Tarik Saleh con Boy from Heaven si conferma talentuoso regista e brillante sceneggiatore in grado di padroneggiare abilmente le strutture classiche dello spy movie e del thriller inserendoli in un contesto molto peculiare: la Moschea e Università islamica di Al-Azhar de Il Cairo, tra esegeti del Corano e studenti ammessi per diventare Imam. Un po’ come ne Il nome della rosa c’è un novizio, Adam (Tawfeek Barhom), che lascia il villaggio di pescatori in cui vive sereno con la propria famiglia alla volta della Capitale egiziana dove dovrebbe andare, almeno così si supporrebbe, a studiare. La vita però gli insegnerà che la conoscenza della materia accademica è cosa ben secondaria soprattutto in un Paese in cui non si muove foglia senza che al-Sisi non voglia. L’evento dinamico che mette in moto tutti i problemi è la morte improvvisa del Grande Imam della Moschea, autorità religiosa di primaria importanza in tutto il mondo sunnita e in Egitto: ovvio che il regime voglia gestirne la successione, facendo eleggere un nuovo Imam gradito alla dittatura. Il problema è che, sulla carta, l’Università/Moschea è del tutto autonoma dalla politica, dunque sceglie da sé da chi essere guidata, e uno dei candidati più accreditati è un leader dei Fratelli Musulmani inviso al regime militare. Ma è un problema facilmente superabile per i Servizi Segreti gestiti dall’esercito che non esitano a usare informatori, tra gli studenti, con la finalità di pilotare la transizione e fare dell’Egitto un Paese uniformato totalmente e ciecamente asservito al potere politico. Un uomo dei Servizi (l’ottimo Fares Fares, già eccellente anche nel precedente film di Saleh Omicidio al Cairo) governa l’operazione in cui, ovviamente, si troverà coinvolto l’ingenuo Adam. Che alla fine del film non sarà più tanto ingenuo.

Se in Omicidio al Cairo il regista di origine egiziana ma svedese di nascita utilizzava il noir per parlare della profonda disillusione circa la “Primavera araba”, qui Saleh allarga lo sguardo, chiamando in causa le istituzioni e facendole intrecciare tra loro in una trama thriller che squaderna le dinamiche interne di quella che, inequivocabilmente, è una dittatura. Senza mezzi termini, senza giri di parole. Senza dubbi. Girato in Turchia così come Omicidio al Cairo era girato in Marocco e Tunisia (impossibile che l’Egitto possa permettere le riprese di film così critici sul proprio territorio), Boy from Heaven è a tutti gli effetti un sano, robusto, film politico “vecchio stile” in cui un uomo qualunque e semplice (in questo caso uno studente) si ritrova per caso in un intrigo molto più grande di lui da cui apprenderà che la corruzione è devastante, la libertà non esiste in nessun ambito, tutti in Egitto possono essere usati, spiati, manipolati e magari poi uccisi in nome del potere. Il plot si sviluppa per progressive prove e ostacoli che Adam deve superare per salvare la pelle, per cerchi concentrici che si allargano sempre di più coinvolgendo tutto e tutti e in cui tutto e tutti lottano o per sopravvivere o per raggiungere degli obiettivi senza neppure più comprendere, individualmente, per quale ragione le macchinose strategie vengano messe in campo se non per assecondare i vertici supremi dello Stato o opporvisi per guadagnare terreno. L’ipocrisia regna sovrana, le parole sono puramente retoriche e una scelta libera può costare un rischio incommensurabile.

Estremamente interessante l’ambientazione religiosa scelta dal regista, che davvero richiama il capolavoro di Umberto Eco inserendo persino un Imam cieco “alla maniera di” padre Jorge (apparentemente qui il personaggio più idealista) e che fotografa però un luogo che è e resta semplicemente una scuola per ragazzi, con i dormitori, le amicizie, le antipatie, gli insegnanti che coinvolgono gli studenti con l’arte oratoria e grandi principi che nella realtà non hanno alcuno spazio. Nell’elaborazione di canoni già noti, Saleh riesce egregiamente a strutturare un romanzo di “deformazione” politicamente netto e ardito, se si pensa al tema, e che coinvolge nella sua critica sistemica anche l’istituzione religiosa. La regia insiste nell’inquadrare grandi cartelloni con al-Sisi ai bordi delle strade, le sue foto giganti nelle stanze dell’amministrazione e gioca anche con le tonalità del grottesco nelle scene d’insieme ambientate sia all’Università che negli uffici degli alti papaveri dei Servizi che nell’elezione collegiale del nuovo Grande Imam. Aleggia spesso un sentore di surrealtà che esprime il non senso di un potere reattivo e stupido, autoritario e stolido, nemico della verità (ci cui tutti i leader religiosi si riempiono la bocca), della giustizia, delle persone. Nella progressiva discesa infernale cui ci porta la storia, il regista si ferma un attimo prima di mostrare ciò che, nei fatti, accade quando uno è nel posto sbagliato al momento sbagliato o non serve più al sistema che lo ha incastrato: Saleh ci fa vedere le galere dove vengono detenuti i prigionieri politici o quelli che, semplicemente, sono diventati grattacapi per la dittatura, ma decide di non entrare in territori che inquadrino torture e violenze, cui però si allude a più riprese. Una scelta assolutamente legittima, ma che fa restare ineluttabilmente Boy from Heaven nel novero del thriller politico che non urta troppo la sensibilità degli spettatori.

Il film è decisamente buono sebbene la sua sceneggiatura calcolata, metronomica e perfettamente chiusa, lasci poco spazio alle emozioni dei personaggi, esecutori di azioni ineluttabili, mancando forse di farci percepire quel lavorio interiore che potrebbe rendere Boy from Heaven un grande film, un Missing egiziano (per restare a Cannes e citare un film che vinse la Palma d’Oro). In questo senso, più che Adam, il personaggio che cambia e a cui alla fine ci si “affeziona” è l’agente interpretato da Fares Fares, che aiuterà il ragazzo mettendosi in pericolo. Difficile, vedendo il film, non pensare al caso Regeni. E a tutti i sequestrati, torturati, uccisi, in un Paese dove “la Sfinge ha ripreso a sorridere” e il turismo è tornato, un Paese che dopo il caos della falsa primavera e la minaccia per l’Occidente della Fratellanza musulmana, è finalmente stabile. Grazie a una bella dittatura militare.

Info
Boy from Heaven sul sito di Cannes.

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