Un beau matin

Un beau matin

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Un beau matin è l’orizzonte cui aspira Sandra, giovane vedova con figlioletta che si trova ad accudire il padre affetto da una grave malattia degenerativa. Mia Hansen-Løve attinge una volta di più alla propria vicenda personale per tratteggiare un racconto borghese che sappia però cogliere con sincerità le sfumature dell’esistenza. Alla Quinzaine des Réalisateurs.

La libreria svuotata

Sandra è una giovane donna, vedova da cinque anni, che vive da sola con la propria figlioletta. Traduttrice, si reca spesso a fare visita al padre, un professore di filosofia in pensione che sta affrontando una grave malattia degenerativa. Sandra e la sua famiglia entrano dunque nell’ingranaggio dei reparti di degenza specializzati. È in questo momento della sua vita che la donna incontra Clément, un cosmochimico che non vedeva da molto tempo… [sinossi]

Johann Wolfgang von Goethe va posizionato fra gli scrittori tedeschi, Elias Canetti fra gli austriaci, Hannah Arendt fra i filosofi: tutti i libri devono essere ricollocati nella libreria, perché tanto il professore di filosofia in pensione Georg non saprà cosa farsene ora che la mente sta scivolando via, verso l’oscurità, la stessa oscurità in cui sono piombati i suoi occhi. La sua è una malattia degenerativa che non lascia scampo, non consente speranza, ma scandisce giorno dopo giorno l’avvicinamento al distacco definitivo, al punto di non ritorno. Un beau matin era il titolo del libro che un tempo, anni e anni fa, l’uomo aveva iniziato a scrivere, ed è anche l’auspicio di Sandra, una delle sue due figlie: avere “un bel mattino” di fronte a sé, poter guardare il cielo senza preoccupazioni. Sandra, che ha perso il compagno cinque anni prima e ora, da giovane vedova, cresce tutta sola la figlioletta. Sandra, che è abituata a tradurre più che ad analizzare, a riportare in maniera il più fedele possibile le parole degli altri, e non a speculare sul senso delle cose. Un beau matin è anche il titolo dell’ottavo lungometraggio diretto da Mia Hansen-Løve in quindici anni di attività, con cui la regista francese torna alla Quinzaine des Réalisateurs, la sezione parallela e autonoma del festival di Cannes che la lanciò all’epoca del suo esordio, Tout est pardonné. Chi ha dimestichezza con il cinema di Hansen-Løve sa probabilmente cosa aspettarsi anche da questa sua nuova creatura: un dramma ambientato nel milieu borghese parigino, in cui a dominare sono i sentimenti e il senso di sperdimento di fronte alle “cose della vita”, e un’alta percentuale di autobiografismo.

Attinge a sé e alla propria storia, Mia Hansen-Løve, ed è questo a tutti gli effetti a smarcare il suo approccio alla regia e alla narrazione da quel sentore di snobismo bo-bo che con così tanta continuità appare all’interno dell’industria cinematografica francese. Al Festival di Cannes 2022 viene naturale porre Un beau matin in relazione, ma anche in contrapposizione, a Frère et Sœur di Arnaud Desplechin – presentato invece nel concorso principale. Là dove il sentore di artefatto, la costruzione del dramma nella Francia colta e nobile (e quindi atta all’arte, cui è stata prontamente educata), e il non detto pruriginoso deflagrano nel film di Desplechin, trascinandolo verso acque a dir poco limacciose, è proprio la volontà di Hansen-Løve di prendere spunto dal proprio dolore intimo e privato a garantire nitidezza e purezza di sguardo alla vicenda di Sandra e della sua famiglia. Il vezzo borghese ovviamente non viene meno, ma è qui raccontato con grande partecipazione, con una sincerità del lutto – lutto prima della morte, perché la perdita della mente è già di suo perdita della vita, in una certa misura – che non lascia indifferenti. Si partecipa alla fatica del vivere di Sandra, alla sua routine costruita sulla cura del padre, il rapporto con la sorella e la madre, il dialogo con i medici, la crescita della figlia, l’innamoramento progressivo per Clément, amico da una vita – e a sua volta accasato con prole. Con delicatezza e una profonda adesione empatica ai propri personaggi Hansen-Løve non cerca la verità attraverso il cinema ma spera di riuscire a trovare nella verità della propria vita – pur ovviamente assai romanzata e riscritta, non si tratta certo di un cine-diario – il senso di agire nel cinema, e di creare narrazione.

Sandra è una traduttrice, come si è già scritto, Clément un cosmochimico (come tiene a specificare ogni volta che viene definito come astrofisico); la loro relazione è appassionata, ma forse fragile. Fragile come le immagini della regista, che come d’abitudine non cerca mai l’effetto, né una particolare costruzione nella messa in scena. Fragile come una quotidianità che può essere sconvolta da un esame medico, da una gamba che fa male, da un messaggio non inviato. Un beau matin torna a una narrazione rarefatta, affidata a situazioni semplici e comuni, e a rapporti umani in continua progressiva evoluzione. Léa Seydoux, come al solito splendida protagonista, è perfetta nella rappresentazione di una donna sperduta e solare, affaticata dal vivere ma ancora pronta a perdersi di fronte al cielo che sovrasta Montmartre, e Parigi tutta. Potrà anche essere una cineasta borghese, Mia Hansen-Løve, ma preferisce la semplicità all’affabulazione, la naturalezza all’astrazione puerilmente colta. E perdersi nella sua memoria non è mai banale.

Info
Un beau matin sul sito del Festival di Cannes.

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