R.M.N

R.M.N., quinto lungometraggio diretto da Cristian Mungiu, conferma la statura autoriale del regista rumeno, che si focalizza sul concetto di identità, di appartenenza a un luogo, di intercultura, e lo fa dalla prospettiva di un piccolo villaggio della Transilvania. Muovendosi tra la costruzione realistica e l’allegoria Mungiu tratteggia un’Europa alla deriva, xenofoba, alla mercé degli “orsi”.

Animali selvatici

Pochi giorni prima di Natale Matthias lascia di colpo il suo lavoro in un macello tedesco per fare ritorno nel suo piccolo villaggio tra i monti in Transilvania. Lì scopre che il figlioletto Rudi, rimasto con la madre (con cui Matthias non ha praticamente più rapporto), ha paura di qualcosa di indefinito che ha visto nei boschi: per di più suo padre soffre di una strana narcolessia, e anche Csilla, la donna che è stata sua amante, ha non pochi problemi al panificio industriale che dirige, visto che la popolazione locale sta rispondendo molto male all’assunzione di tre operai srilankesi… [sinossi]

Leggendo distrattamente il titolo del quinto lungometraggio di Cristian Mungiu, R.M.N., viene logico pensare a un acronimo che faccia riferimento alla Romania: in verità l’abbreviazione sta invece a indicare “Rezonanta Magnetica Nucleara”, vale a dire la risonanza magnetica. Una scelta che Mungiu fa da un lato ponendo in risalto un passaggio secondario all’interno della narrazione – Otto, il padre del protagonista Matthias, effettua una risonanza magnetica per cercare di comprendere la causa della sua frequente narcolessia, che gli sta rendendo impossibile il lavoro quotidiano come pastore –, ma dall’altro ragionando in modo allegorico: è l’intero consesso umano che abita l’immaginario villaggio di Recia, tra le montagne transilvane, che avrebbe bisogno di un’indagine approfondita delle proprie sinapsi, del comportamento cerebrale, e lo stesso si potrebbe dire per l’Europa tutta. Mungiu torna infatti a mettere in scena la Romania per ragionare sulla nazione ma anche per riflettere sul suo ruolo all’interno dell’Unione Europea: era già così in Un padre, una figlia, dove l’odissea del protagonista per garantire alla figlia di potersi diplomare al liceo nascondeva al proprio interno una riflessione sull’utopia disillusa della Romania post-Ceaușescu, che vedeva nell’apertura all’occidente la chiave di volta della propria Storia. Un’Europa che forse non sta restituendo a Bucarest il corrispettivo di aspettative che erano montate dopo l’ingresso in UE nel 2007: è anche questo che ricorrendo alla memoria storica fa notare uno dei personaggi al giovane francese che lavora in una ONG, quando mostrando la mappa del territorio sottolinea come a ovest si sia potuto vivere serenamente nei secoli perché la Romania ha sempre impedito l’ingresso dei “barbari”, fermando perfino i temibili unni. La Romania come argine, terra che impedisce l’avanzata dell’oriente, con tutto quello che comporta. “Non c’è nulla a est di noi”, rimarca invece uno dei tre immigrati srilankesi che il panificio industriale che rifornisce la zona ha assunto, mano d’opera al minimo sindacale. L’est e l’ovest, in un duello che vede nel mezzo la Romania, crocicchio di culture e identità: il villaggio di Matthias infatti, che pure si chiude a riccio di fronte agli immigrati dallo Sri Lanka, ignorandone del tutto usi e costumi – l’accusa più diffusa è che siano dei musulmani –, vede coabitare non senza pregiudizi di sorta persone di lingua rumena, tedesca, e ungherese, palese eredità di un’area contesa, battagliata nei secoli nonostante l’asperità del territorio.

Realtà e allegoria, racconto concreto e morale. Si muove su due linee parallele e non necessariamente convergenti Mungiu, che rispetto alle opere precedenti compie una piccola rivoluzione narrativa – che diventa nei fatti anche estetica. Contrariamente a quanto accaduto in 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, Oltre le colline, e il già citato Un padre, una figlia, in R.M.N. Mungiu non pone lo sguardo della macchina da presa all’altezza di un unico personaggio da pedinare in modo quasi ossessivo, costringendo dunque la prospettiva a farsi unica; parlando di spaesamento, e di intercultura, in questa occasione viene prediletto un approccio più dialettico, quasi corale. Nonostante questo l’unico personaggio cui è concesso di essere parte integrante di tutte le vicende che prendono corpo nel corso del film (Rudi, il bambino che ha visto qualcosa di indefinito nella foresta e da allora è terrorizzato al punto da non parlare più; l’assunzione dei tre immigrati regolari nella fabbrica, con quel che comporta sotto il profilo sociale; i problemi fisici dell’anziano Otto; le dinamiche relative alla chiesa locale) è Matthias, che subito dopo l’incipit, su cui si tornerà tra poco, entra in scena in una sequenza che di nuovo riesce a condensare al proprio interno sia le necessità puramente narrative che la dimensione metaforica: operaio in un macello in Germania, lo si vede spezzare con un tronchesi le zampe di un montone decapitato, per poi abbandonare il posto di lavoro dopo aver colpito con una tremenda testata un collega che l’aveva chiamato “zingaro”. Matthias, visto come zingaro in Germania, fa dunque ritorno frettolosamente in patria prima che la polizia locale possa rintracciarlo, e rientra in quel villaggio sperduto tra i boschi dove la popolazione si vanta di essere riuscita dopo anni a cacciare tutti gli zingari. Ogni terra ha il suo “straniero”, da guardare con sospetto, irridere, e possibilmente cacciare con la forza, per preservare una supposta integrità culturale che in realtà si basa da sempre sul meticciamento, sull’incrocio tra umanità differenti.

Realtà e allegoria, di nuovo. Sulla porta d’ingresso dell’ufficio postale locale si legge chiaramente un avviso che mette in guardia dagli “animali selvatici”, e anche Matthias nel suo tentativo di rieducare il figlio ammutolitosi – scoprire le cause del suo terrore ma anche distoglierlo dalle cure della madre (con cui Matthias non ha più praticamente una relazione affettiva) che gli ha insegnato a cucire – lo avverte di non avvicinarsi mai agli “animali selvatici” se non con un’arma in mano. Ma chi sono queste bestie selvatiche, quelle che rischiano di cadere nelle trappole disseminate nel bosco? O si tratta forse degli abitanti stessi, che non a caso nelle feste popolari si travestono a mo’ di orso come rimando ai riti dei Daci di re Burebista, la cui capitale Sarmizegetusa Regia era proprio situata nel cuore della Transilvania? Non che sia meno ferale la democrazia occidentale, quella che fa calare dall’alto un’idea omogeneizzata di civiltà senza fare caso alle singolarità culturali. Mungiu non risparmia nessuno, né i beoti che accolgono con violenza i buoni e tranquilli operai srilankesi, né la classe abbiente locale che ascolta con soavità la colonna sonora che Shigeru Umebayashi scrisse per In the Mood for Love, si esercita a suonare la Danza ungherese n. 5 di Brahms (tedesco che omaggia l’Ungheria e di cui resta celeberrimo il tour in Transilvania del 1879, con culmine a Cluj, dove il compositore saluta il caloroso pubblico in ungherese: “köszönöm”) ma non esita a prendere manovalanza a basso costo dall’estero per non dover garantire un salario più adeguato ai villici, né tanto meno gli europei che si muovono come dei turisti nel Terzo Mondo, senza alcuna volontà di comprendere il ribollire di un dissenso profondo, sempre più radicato e radicale.

Inizia come una fiaba R.M.N., con un bambino che si aggira da solo nel bosco e lì vede qualcosa che lo traumatizza. Una preveggenza di ciò che accadrà, e che il cinema potrà mostrare solo più avanti, quando l’allegoria della fabula avrà lasciato il posto al racconto del vero. Lo stile di Mungiu è rigoroso, come spesso già visto nei suoi film lascia ampio spazio al tempo della narrazione ricorrendo al piano sequenza, alla ripresa fissa nella quale ciò che deve “esplodere” può farlo con naturalezza, in un montare angoscioso che lascia senza fiato gli spettatori. È da questo tipo di intuizione che vengono i momenti più ispirati del film: Csilla, la donna che è stata amante di Matthias e che gestisce la fabbrica, che suona melodie con i bicchieri insieme agli srilankesi, per esempio, ma soprattutto gli straordinari diciassette minuti in cui si sviluppa l’assemblea cittadina, e che da soli con ogni probabilità varrebbero la visione del film. L’allegoria riprende infine vigore nel finale, in modo così straripante e potente da far apparire il senso quasi criptico, ai limiti dell’indecifrabile: ma si tratta solo dell’allucinazione collettiva di una risonanza magnetica che mostra dei problemi, forse un tumore maligno, un male che appare a tutti gli effetti impossibile da contenere o curare. C’è chi potrà fuggire dal villaggio, trovando un nuovo lavoro di là dal confine, in Germania, diventando lo zingaro di qualcun altro, mentre classi sempre più povere si installeranno in zone desertificate, in nome di un progresso sulla carta che non trova riscontro nella realtà. Nella Germania moderna i montoni vengono macellati in serie, e decapitati. Nella Romania rurale qualcuno chiede a qualcun altro, se se la sente, di recarsi da lui per sgozzargli un maiale. Cambiano le dimensioni industriali, non il risultato. R.M.N. è il film di Mungiu che più di ogni altro riporta alla mente l’esordio Occidente, con cui venti anni fa il cinema rumeno iniziò a farsi notare a livello festivaliero e internazionale. L’occidente è arrivato in Romania, ma gli orsi circondano ancora gli esseri umani, e li minacciano.

Info
R.M.N. sul sito del Festival di Cannes.

  • RMN-2022-Cristian-Mungiu-01.jpeg
  • RMN-2022-Cristian-Mungiu-02.jpeg

Articoli correlati

  • Festival

    Cannes 2022Cannes 2022 – Minuto per minuto

    Cannes 2022, edizione numero settantacinque del festival, torna alla normalità dopo aver saltato lo svolgimento del 2020 e lo spostamento a luglio dello scorso anno. La struttura del festival è sempre la stessa, il tappeto rosso domina ancora il proscenio.Chi si aggiundicherà la Palma d’Oro?
  • Festival

    Cannes 2022Cannes 2022

    Settantacinquesima edizione per la kermesse transalpina, festival magmatico e abnorme, persino troppo. Dal concorso alle sezioni parallele, le recensioni dei film che (mai come in questa edizione) riusciremo a vedere...
  • Festival

    Festival di Cannes 2022Festival di Cannes 2022 – Presentazione

    Al via il Festival di Cannes 2022, edizione numero settantaquattro, con il solito programma sovrabbondante ma anche una più che zoppicante (per così dire...) gestione dei biglietti.
  • Festival

    Il programma di Cannes 2022Annunciato il programma di Cannes 2022

    Nella tradizionale conferenza stampa parigina Thierry Frémaux, accompagnato da Pierre Lescure, ha annunciato parte consistente del programma di Cannes 2022, settantacinquesima edizione del festival transalpino. L'Italia è in concorso con Mario Martone, non viene nominato David Lynch.
  • Archivio

    Un padre, una figlia

    di Cristian Mungiu è un regista indispensabile per capire l'Europa contemporanea, le sue derive, il suo tentativo di "ripulirsi" dalla corruzione del tempo. Un padre, una figlia lo conferma ancora una volta.
  • Cannes 2012

    Oltre le colline RecensioneOltre le colline

    di Con Oltre le colline Cristian Mungiu, tra i principali cantori del nuovo cinema rumeno, firma una requisitoria contro l'ortodossia religiosa.
  • Festival

    Cannes 2022Festival di Cannes 2022 – Bilancio

    Volendo riassumere la disordinata magniloquenza del Festival di Cannes 2022, potremmo limitarci a due nomi: Volodymyr Zelens’kyj e Sergei Loznitsa.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento