Metronom

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Il documentarista Alexandru Belc esordisce nel lungometraggio di finzione con Metronom, raccontando la gioventù borghese rumena nell’autunno del 1972, tra vagheggiamenti d’occidente e l’ombra lunga della Securitate. Un lavoro magari non sorprendente ma solido, che conferma la statura del cinema rumeno contemporaneo. In concorso a Un certain regard.

Come on, baby, light my fire

Romania, autunno del 1972. La diciassettenne Ana scopre che il suo ragazzo lascerà il Paese nell’arco di pochi giorni. I due innamorati decidono dunque di trascorrere i loro ultimi giorni insieme. [sinossi]

La macchina da presa panoramica da sinistra a destra scoprendo un complesso monumentale di Bucarest, fino a quando in campo non entra una adolescente: il movimento prosegue e va a includere anche un coetaneo della giovane, quindi torna indietro con lui fino alla ragazza, e finalmente li riprende insieme. Inizia con un movimento di macchina semplice ma estremamente efficace Metronom, esordio alla regia di un lungometraggio di finzione per il quarantunenne rumeno Alexandru Belc, che qualcuno ricorderà per l’interessante Cinema, mon amour, che nel 2016 aprì il concorso documentari del Trieste Film Festival. Belc è dunque l’ennesimo regista con pulsioni autoriali partorito dalla Romania nel corso dell’ultimo ventennio, confermando la nazione europea come una l’area geografica più interessante nello scacchiere produttivo del Vecchio Continente. Alexandru Belc era solo un bambino quando il regime di Nicolae Ceaușescu venne rovesciato nel dicembre 1989 dalla Rivoluzione Rumena, eppure per questa sua opera prima torna ancora indietro nel tempo, all’autunno del 1972, quando l’epoca dell’apertura verso l’Occidente e delle pur minime liberalizzazioni era da un anno stata chiusa dal discorso noto come “Tesi di luglio”, nel quale il leader del Paese proponeva al popolo diciassette punti, seguendo un’ispirazione vagamente maoista. Tra questi uno dei principali riguardava la necessità di “un’intensificazione dell’istruzione politico-ideologica nelle scuole e nelle università”. E si occupa di gioventù, Metronom, di gioventù e di speranza, ma anche e soprattutto di disillusione, come la fine di un amore. Ana ama follemente Sorin, suo compagno di classe, ma lui e la madre devono trasferirsi all’estero e quindi la relazione tra i due deve necessariamente finire. Ana vorrebbe solo sentirsi dire che Sorin l’ama, in modo che questa convinzione possa lenire almeno in parte il dolore della separazione. Per questo vuole a tutti i costi partecipare alla festa nell’appartamento di Roxana, la sua migliore amica, dove tutta la sua classe si incontrerà per ascoltare gruppi rock, e per scrivere una lettera accorata a Cornel Chiriac, il dj radiofonico che curava “Metronom”, un programma musicale in rumeno su Radio Free Europe. Quella lettera, in cui i ragazzi all’ultimo anno di liceo si lamentano dell’operato del regime, dovrà essere consegnata a un giornalista francese proprio da Sorin.

Belc dimostra di saper gestire bene gli spazi, e lo fa in particolar modo costruendo la lunga sequenza della festa in modo molto interessante, concentrando l’attenzione su Ana ma riuscendo in modo corale a inserire nel discorso tutti i suoi compagni, le loro illusioni (nel 1971 è morto Jim Morrison, nei giorni in cui si svolge il film la Romania di tennis perde 3-2 in casa la finale di Coppa Davis contro gli Stati Uniti, con la sconfitta decisiva in doppio della coppia Ilie Năstase/Ion Țiriac), il ballo come elemento di rivolta naturale del corpo contro l’ordine costituito. È in questo segmento del film che Belc sembra gestire in modo particolarmente puntuale sia la messa in scena del corpo adolescente e delle sue pulsioni, sia la costruzione di uno spazio che si finga occidentale, senza che vi siano apparenti differenze. Per questo meno strutturata, più canonica e forse persino più banale appare invece la rappresentazione della Securitate, dei suoi metodi barbari, della coercizione con la quale si adoperava a ottenere dalle vittime ciò che voleva ottenere. Certo, senza il controcanto dittatoriale forse la prima parte del film potrebbe risultare all’apparenza monca, ma l’impressione è che il valore metaforico della prima metà di Metronom in parte si disperda. Belc sa recuperare lo sguardo, e la sua stratificazione, nell’ultima parte – il film potrebbe definirsi tripartito, in un certo senso –, quando Ana ha ormai completa consapevolezza di ogni cosa, e il suo atteggiamento verso il mondo è mutato, forse per sempre. Sia nell’incontro a casa di Sorin prima della partenza di quest’ultimo, sia in quello al tavolino di un bar con Roxana, si percepisce il tremito di una riscoperta di sé, del proprio ruolo nel mondo, e della dimensione concreta della sconfitta. Quando Belc sa incollarsi ai suoi personaggi si percepisce con forza l’empatia che lo guida. E quell’immagine finale, con lo spazio aperto improvvisamente dominato da una classe di ragazzi a un passo dall’esame di maturità, possiede un valore politico semplice, diretto, ma non per questo meno potente.

ps. Il film dichiara 1 milione di budget. Non si fa ironia nell’ipotizzare che buona parte di questi soldi siano stati investiti per garantirsi i diritti della ricca e appassionante colonna sonora rock.

Info
Metronom sul sito di Cannes.

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