Nostalgia

Nostalgia

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Per il suo decimo lungometraggio (l’undicesimo contando anche Rasoi) Mario Martone prende spunto da Nostalgia, romanzo di Ermanno Rea pubblicato postumo nel 2016 a un mese dalla morte dello scrittore. Seguendo le vicende di un napoletano di mezza età che torna nella sua città d’origine dopo quarant’anni trascorsi all’estero Martone riesce a cogliere in profondità il dolore del ritorno, l’impossibilità di una riconciliazione con il passato, e l’ossessione di un uomo sradicato. Eccellente protagonista Pierfrancesco Favino, ma non sono da meno Francesco Di Leva e Tommaso Ragno. In concorso al Festival di Cannes e in sala.

Ritorno nel Rione Sanità

Dopo quarant’anni di lontananza Felice torna lì dov’è nato, il rione Sanità, nel ventre di Napoli. Riscopre i luoghi, i codici del quartiere e un passato che lo divora. [sinossi]

Cammina per i vicoli del Rione Sanità Oreste Spasiano detto ‘O Malommo, con il cappuccio della felpa alzato e con gli occhi bassi ma sempre vigili: è solo e non ha mai nessuno attorno, perché nessuno osa avvicinarglisi. Il passo è completamente diverso, ma la passeggiata solitaria, magari al tramonto o di primissima mattina, riporta subito alla mente quella di Eduardo Scarpetta in una delle sequenze più evocative di Qui rido io, il film che Mario Martone ha presentato in concorso lo scorso settembre alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Otto mesi più tardi ‘O Malommo cammina per le strade dei bassi napoletani sullo schermo della Salle Debussy, o della Bazin, o ancora del Grand Théâtre Lumière: erano diciotto anni, dai tempi de L’odore del sangue, che Martone non percorreva la Croisette, e addirittura ventiquattro che non partecipava alla selezione ufficiale del Festival di Cannes (nel 1998 lo straordinario Teatro di guerra venne ospitato in Un certain regard, mentre il già citato adattamento di Goffredo Parise prese parte alla Quinzaine des Réalisateurs). Sempre rimanendo nel ricordo del passato, Nostalgia segna il ritorno in concorso in Costa Azzurra per Martone ben ventisette anni dopo L’amore molesto, che nel 1995 venne tratto dalle pagine di Elena Ferrante. Chissà se è casuale che sia proprio L’amore molesto il film che viene più facile accostare a Nostalgia: non tanto per la sua origine letteraria, ma perché entrambi i lavori si interrogano sullo spaesamento rispetto alle proprie radici, e ancor più mettono al centro del discorso Napoli, le sue abitudini, i suoi luoghi nascosti, i suoi riti sociali che non possono in nessun caso essere messi in discussione. Non è più napoletano Felice Lasco all’inizio del film, al punto da parlare con un accento orientale – dopotutto ha vissuto per quarant’anni tra Libano ed Egitto: Pierfrancesco Favino rispolvera il bizzarro modo di esprimersi che aveva già ampiamente studiato all’epoca de Il traditore, altro film che ragionava sullo sradicamento –, da accontentarsi di mangiare una pizza in un ristorante turistico, da scegliersi un albergo nel Centro Direzionale, dove da Poggioreale nell’area ideata da Kenzō Tange si può comunque dominare la città. Dall’altissimo dei grattacieli Felice dovrà infatti spingersi nel basso, nel cuore del Rione Sanità: sua madre, anziana e sola, non vive più nell’appartamento da dove si ammirava comunque una bella vista ma si è spostata al pianterreno, in trenta miseri metri quadrati. Ma Felice all’estero ha fatto fortuna, e forse anche per questo non è più napoletano.

Come la scrittura di Rea, anche la regia di Martone si muove in modo riflessivo, lentamente, come se il tempo e lo spazio contassero in modo relativo. Lo sguardo di Martone possiede lo stesso stupore meravigliato del “napoletano straniero” Felice, che deve riappropriarsi di quelle radici che l’hanno sostenuto quand’era ragazzo e se ne andava in giro in motocicletta portandosi appresso l’amico del cuore, quell’Oreste che nel corso degli anni è diventato per tutti “’O Malommo”, e che gestisce il racket di droga, illeciti vari e prostituzione del quartiere. Ma perché Felice vuole a tutti i costi incontrare di nuovo quello che un tempo era il suo migliore amico e che ora lo accoglie facendogli bruciare la motocicletta e vandalizzare l’appartamento ben più dignitoso che ha affittato per la madre (nel frattempo purtroppo deceduta) con la scritta “Scompari”? Mentre il film procede nella sua narrazione volutamente episodica e frammentata nel tempo – la storia si sviluppa nell’arco di molti mesi, durante i quali Felice sente quotidianamente la moglie egiziana rimasta nella loro splendida casa a Il Cairo –, ci si inizia a rendere conto come il protagonista della vicenda non sia in realtà quest’uomo di mezza età che neanche sa più parlare nella sua madrelingua, e neanche il rapporto conflittuale con il suo amico di quando erano adolescenti. No, esattamente come ne L’amore molesto a prendere possesso di Nostalgia è Napoli, questa città costruita in altezza, dove c’è sempre qualcuno che può guardare dall’alto, controllare, spiare, e dove morire in modo non naturale è qualcosa da mettere in conto, che può accadere. Ogni inquadratura del film è sentimentale, e lo palesa al di là di ogni possibile dubbio la sequenza in cui la salita di Capodimonte viene “vissuta” due volte da Felice, nella contemporaneità e nel ricordo del passato: il muro è sempre lì, la città è rimasta immota, silente e rumorosissima. Felice Lasco, con questo nome che diventa un ossimoro rispetto al valore del personaggio nel film – tormentatissimo, e tutt’altro che allentato rispetto ai legacci che lo avvincono alla città e alla memoria –, si muove in una terra incognita di cui sa tutto, e di cui si vuole riappropriare. Ma è possibile?

Felice passa dall’arabo della prima volta che profferisce verbo all’italiano, sempre meno zoppicante, per arrivare nel finale a parlare solo in napoletano, in un processo di ascesa o discesa – a seconda dei punti di vista – che di nuovo sembra muoversi in modo osmotico rispetto alla città: ricomincia a bere vino, lui che è diventato musulmano, smette di fare l’abluzione, acquista e affitta appartamenti per potersi riscoprire padrone, lui che era fuggito quindicenne dalla città alla chetichella, senza salutare nessuno a partire com’è ovvio da Oreste. Il ritrovarsi è un perdersi, e viceversa, perché come scriveva Pier Paolo Pasolini in Poesie in forma di rosa: «La conoscenza è nella nostalgia. Chi non si è perso non possiede». Proprio da questa citazione prende il via Nostalgia, che corre seriamente il rischio di non essere compreso fino in fondo, forse perché troppo profondamente napoletano, dove Napoli non è un agglomerato di usi e costumi, di riti pubblici e privati, ma un modo di sentire, di vivere, un odore nell’aria. L’esteriorità partenopea che prorompe da È stata la mano di Dio è qui vissuta nell’intimo, nella stratificata psicologia del protagonista che trova l’unico contraltare possibile, l’estrema dialettica, nel momento di confronto – ma non per questo rivelatore o chiarificatore – con ‘O Malommo, che ha il volto di un bravissimo Tommaso Ragno (ma tutto il cast, compreso Francesco Di Leva nei panni di un prete battagliero, merita un plauso). La regia di Martone sembra sempre sospesa tra realismo e lirismo, ma entrambe le condizioni dello spirito lasciano sovente il posto a una brutalità secca, improvvisa, contro la quale non può esistere protezione. Corre davvero il rischio di rimanere incompreso Nostalgia, prova della vitalità espressiva di Martone (si è al quarto film in quattro anni, mentre nei precedenti ventisei il regista ne aveva terminati sei), ma sarebbe un peccato rimanere interdetti di fronte a un’opera così intima e universale allo stesso tempo: intima perché legata al trauma di un personaggio, universale perché riesce a mettere in scena una città, e le sue profondità più ime. Perfino più scavate nella terra delle catacombe.

Info
Nostalgia sul sito di Cannes.

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