Joyland

Joyland

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Esordio al lungometraggio del regista pachistano Saim Sadiq, che con Darling vinse nel 2019 il premio come miglior cortometraggio nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, Joyland è un lavoro ben scritto e girato con mano sicura, capace di mostrare uno spiccato talento sia narrativo che visivo. Un lavoro che sa depistare le attese dello spettatore, mostrando un’estrema lucidità nell’affrontare un tema sensibile come quello del patriarcato.

Speriamo che non sia femmina

La nascita della quarta figlia femmina di Saleem e Nucchi è certo un lieto evento ma Rana, il padre di Saleem, sta ancora aspettando l’attesissimo nipote maschio. L’altro figlio di Rana, Haider, non ha ancora neppure avuto un bambino con sua moglie Mumtaz, che addirittura lavora mentre lui, disoccupato, dà una mano in casa a Nucchi con le sue tante bambine. Ma le cose così non possono andare: Haider deve fare l’uomo e portare a casa i soldi. E fare presto un bambino con Mumtaz, sperando che sia maschio. Haider a Lahore troverà però un lavoro bizzarro… [sinossi]

Esordio al lungometraggio del regista pachistano Saim Sadiq, che con Darling vinse nel 2019 il premio come miglior cortometraggio nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, Joyland è un lavoro ben scritto e girato con mano sicura, capace di mostrare uno spiccato talento sia narrativo che visivo. Nel presentare il film, selezionato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, il regista commosso ha detto che questo progetto ha occupato sette anni della sua vita in cui non è passato giorno senza che pensasse a questa storia: di certo nel film si avverte la dedizione e precisione di Sadiq nel raccontare i complessi personaggi della famiglia Amaullah destinati – tutti, anche i “minori” – a emergere come esseri umani credibili, strutturati, mossi da elaborazioni interiori fondate spesso sulla distonia tra ciò che si desidera sul serio e ciò che gli altri si aspettano che siamo. Un tema universale ma declinato in una società – quella pachistana – dove ancora vigono codici stringenti rispetto a questioni come matrimonio, maternità, il ruolo della donna e anche, moltissimo, quello dell’uomo. Le verità nascoste non sono mai facilmente rivelabili e, mentre nel loro intimo alcuni sono consapevoli delle scelte fatte e soprattutto del perché sono state compiute, è comunque sempre necessaria un’operazione di nascondimento per rassicurare gli altri che il ruolo assegnato dalla commedia umana sia reale. Non a caso Sadiq utilizza molto un movimento di macchina all’indietro, che parte da un campo stretto per allargare il quadro, ma in cui sovente ci sono ostacoli che impediscono comunque la visione d’insieme: una porta che si chiude mentre si amplia lo spazio dell’inquadratura o, come nella prima immagine del film, una bambina che gioca coperta da un lenzuolo che le impedisce di vedere dove si trovino gli altri. Ugualmente non a caso l’ultima scena è un liberatorio e amplissimo allargamento di campo che dal personaggio di Haider (Ali Junejo) sale in panoramica sul mare, in cui l’uomo fa il primo bagno della sua vita. Frequenti anche i plongée che interrompono la linearità del racconto “oggettivo” visto che, appunto, Joyland è un film in cui i personaggi spesso non voglio vedere, percepire, la verità di ciò che hanno accanto.

L’incipit è eccellente: delle bambine stanno giocando con lo zio Haider in casa quando alla loro mamma si rompono le acque. La donna, Nucchi (Sarwat Gilani), non si scompone minimamente e dice alle figlie che torna subito: arrivata alla quarta gravidanza, per Nucchi il parto è questione di poche ore di assenza. Un po’ di delusione arriva, in ospedale, alla nascita della bambina: l’ecografia aveva assicurato fosse un maschio e invece, anche questa volta, è arrivata una femmina. La famiglia Amaullah, nella loro grande casa di Lahore, non riesce proprio ad accogliere un ometto e questo dispiace al nonno, Rana (Salmaan Peerzada), che a questo punto pungola il suo secondogenito e la moglie, i quali però non hanno proprio nessuna voglia di fare bambini. Il figlio minore di Rana, Haider, è anche disoccupato, mentre lascia che la sua sposa, Mumtaz (Rasti Farooq), lavori e lo mantenga: una cosa abbastanza disdicevole, tollerata per un po’ ma che non può durare in eterno. Se la coppia aveva trovato il proprio equilibrio, la decisione del patriarca è presa: Haider deve trovarsi un impiego e Mumtaz, come Nucchi, restare a casa per aiutare e fare (almeno) un figlio anche lei. Haider trova un lavoro davvero strano: tramite una conoscenza viene a sapere che un teatro di danze erotiche ha bisogno di ballerini di fila per una bella transessuale, Biba (Alina Khan), desiderata da tanti uomini e, alla fine, anche da Haider che inizierà con lei una relazione d’amore.

Cosa potrà venirne fuori? Joyland è un film molto intelligente e per più di una ragione: la prima è che il regista ci conduce dentro ai meandri delle relazioni con grande naturalezza facendoci credere a lungo che il centro del film sia la storia tra Haider e Biba mentre non è così; la seconda è che per gran parte del tempo Joyland pare una commedia di costume, specie quando si concentra sul teatro erotico (divertente la scena della sagoma gigante di Biba che Haider deve portare a casa sua) mostrando una realtà magari non ovvia per la percezione Occidentale del Pakistan, o una commedia famigliare con battibecchi e giochi delle parti, ma solo perché il regista riesce a farci “sottistimare” quello che si muove sullo sfondo o fuoricampo (ai bordi dell’inquadratura non ancora panoramica o dietro a quella porta che si chiude). Infine è molto interessante che un film metta in scena un personaggio, scritto benissimo, come Haider, ovvero un maschio non alfa che non ha alcuna voglia di portare alta la bandiera del dominio maschile. Un uomo “buono”, dolce, servizievole addirittura, anche se il rivolto della medaglia è l’acquiescenza, a tratti l’indifferenza. Un personaggio complesso che assieme alla moglie ha stretto un patto che viene spezzato dal capofamiglia, il padre di Haider, che costringe i due a fare cose che non desiderano, ma che faranno per obbedire alle regole tradizionali.

Il regista porta in scena temi interessanti mostrando ad esempio che in Pakistan la transessualità sia quasi più tollerata di una donna senza figli o che la sessualità maschile – pur dovendo rispondere al codice della procreazione e del matrimonio – possa anche, di nascosto, trasgredire: Haider non è un campione di mascolinità, ma la sua storia con Biba forse non finirebbe in tragedia; la transessuale Biba è, nel suo campo, una star nonostante i pericoli con cui si confronta ogni giorno (una sua collega sia stata uccisa a causa della sua condizione, considerata immorale ma apprezzata in segreto da molti bravi padri di famiglia). Biba ha lottato nella vita per affermare la propria transessualità e la propria libertà, risultando alla fine una vincente. Le donne invece faticano molto di più e devono meticolosamente venire a patti con gli obblighi, farseli piacere o farseli scivolare addosso come fa Nucchi – che è molto meno inconsapevole di quanto appaia – ben sapendo che il loro compito è occuparsi della casa e, soprattutto, che a loro sono affidati i figli (preferibilmente maschi, ovviamente). Che prima o poi una donna deve avere. Questa è una condizione in cui trasgredire o fuggire, come desidera Mumtaz, è molto più difficile. Così Joyland è in ultima istanza un film sul patriarcato, quello vero, sulle difficoltà che in una società patriarcale trovano non solo le donne ma anche i tantissimi maschi “non alfa”, sui ruoli assegnati ai generi, sulla vita costretta delle donne. Perché concepimento e parto sono doni (o fardelli) che solo alla donna, in ogni caso, sono dati e ne caratterizzano ben poco fluidamente l’esistenza in maniera talvolta implacabile.

Info
Joyland sul sito di Cannes.

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