Leila’s Brothers

Leila’s Brothers

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L’autentica sorpresa del Concorso 2022 si intitola Leila’s Brothers, quarto lungometraggio del regista iraniano Saeed Roustaee (classe 1989) che orchestra un’opera di 2 ore e 45 minuti con mano da maestro consumato, realizzando un lavoro che ha il respiro dei grandi romanzi e dei grandi film. Un ritratto di famiglia in cui si mescolano dramma e commedia, illuminato da personaggi descritti con tutti i loro limiti, desideri, e le loro contraddizioni.

La fiera delle illusioni

La quarantenne Leila vive con i suoi genitori e due dei suoi quattro fratelli in un’umile casa di Teheran. La donna, che non si è mai sposata, vorrebbe migliorare la condizione economica della sua famiglia, dove lavora praticamente solo lei, e si mette in testa di comprare a caro prezzo lo spazio per in un negozio in un centro commerciale al fine di sistemare i suoi fratelli. Suo padre, un anziano settantenne tradizionalista, ha un altro sogno: essere scelto dai cugini come “patriarca” del clan famigliare dopo la morte del membro più anziano. Gli obiettivi di Leila e suo padre sono destinati a confliggere pesantemente. [sinossi]

L’autentica sorpresa del Concorso 2022 si intitola Leila’s Brothers, quarto lungometraggio del regista iraniano Saeed Roustaee (classe 1989) che orchestra un’opera di 2 ore e 45 minuti con mano da maestro consumato, realizzando un lavoro che ha il respiro dei grandi romanzi e dei grandi film. Se da oltre dieci anni il “paradigma” iraniano guarda alla poetica di Ashgar Farhadi come regista di punta, nonché vincitore di parecchi premi tra cui due Oscar, Roustaee che pur richiama il regista di Una separazione anche solo per la scelta di alcuni attori (Leila, la protagonista, è la Elly di About Elly e recita anche ne Il cliente, entrambi appunto di Farhadi; uno dei suoi fratelli è invece proprio il protagonista di Una seperazione) va in una direzione differente sia rispetto al famoso connazionale (in giuria, tra l’altro, proprio a Cannes 2022) che rispetto alla tradizione più contemplativa, rigorosa, teorica che vide capofila il grandissimo e compianto Abbas Kiarostami (unico regista iraniano, finora, ad aver vinto la Palma d’Oro nel 1997 per Il sapore della ciliegia premiato ex-aequo con L’anguilla di Imamura). Roustaee guarda al racconto famigliare con eclettismo, cercando di esprimere ogni sfumatura di personaggi concreti, reali, inappuntabili e mescolando perciò la commedia, l’ironia e il dramma, costruendo un film che porta naturalmente a una impressionante scena madre (quella di un matrimonio) e che riesce a parlarci del conflitto generazionale tra Leila e il padre, dell’assenza di lavoro per la quale non esiste ascensore sociale, del peso delle sanzioni americane sull’Iran e del suo isolamento che si riflettono soprattutto sulla povera gente.

Il film fa spalancare gli occhi fin dall’incipit, una lunga sequenza in montaggio alternato in cui vengono presentati i tre protagonisti veri e proprio: il padre di Leila (Saeed Poursamimi) va a pietire il ruolo di “patriarca” del clan famigliare in una riunione di tutta la congrega, solo in nome della sua anzianità che lo mette a suo avviso in cima alla lista dei successori del defunto cugino, non capendo che è un povero e che l’anzianità non conta nulla; e mentre Leila (Taraneh Alidoosti) è al lavoro ed è presentata nella sua integrata quotidianità, uno dei suoi fratelli, Alireza (Navid Mohammadzadeh) è assieme ai suoi colleghi operai nel bel mezzo delle cariche della polizia, dopo che l’azienda per cui prestavano manovalanza li ha semplicemente liquidati con poche parole. Tre mondi diversi vengono subito messi in campo in una prima sequenza ammirevole, che promette moltissimo (il film manterrà tutto) e che già in realtà mostra le rette parallele che non si possono incontrare e dentro cui si muove il racconto. Leila è una qurantenne che non ha mai trovato marito e che vuole lavorare, reggersi sulle proprie gambe, perché crede nel farcela, nel tentare e nell’osare; suo padre è un settantenne vecchio stampo, iper-tradizionalista, il cui sogno è diventare capo del suo clan, ossia avere una legittimazione sociale anche di fronte a chi è molto più ricco di lui in nome delle regole non scritte della tradizione, che non contano più nulla visto che è la condizione materiale a determinare l’importanza dei ruoli. Il conflitto che si scatenerà nella famiglia di Leila, a tratti furibondo, è innanzitutto tra queste due visioni della realtà, incarnate da Leila e dal padre. Quanto ad Alireza, uno dei quattro fratelli di Leila, sarà solo durante il film che comprenderemo meglio la sua centralità, la sua importanza, la sua consapevolezza e il suo cambiamento. E soprattutto quanto quello delle cariche, del licenziamento in tronco e della difficoltà a trovare un impiego sia il piano di realtà più tristemente concreto sia rispetto ai deliri paterni che alle ambizioni di Leila. Ma Roustaee, in questo film di precisione adamantina, rispetta tutti i personaggi che racconta nella loro complessità, restituendoci persone vere e facendoci aderire maggiormente, in qualche modo, proprio alla figura meno nobile, quella del padre che con i figli è stato ben poco generoso tenendo loro nascosti denari che sarebbero serviti, magari, a dar loro una miglior istruzione o ad aiutarli nella vita. Denari che tiene ben segreti per il momento opportuno, ossia per quando sarà nominato “patriarca” e dovrà donare al suo clan molti soldi sotto forma di monete d’oro (le stesse che portarono tanta sfortuna già al protagonista di Un eroe di Farhadi). Nonostante il suo torto evidente, smascherato a più riprese a suon di urla da Leila, il padre è la figura più tragica e struggente, imprigionata in un passato già morto e defunto di cui non accetta la fine, ed è il personaggio sul quale non a caso di apre e chiude di fatto il film. Leila d’altro canto si fa il capofamigla per i suoi fratelli, inetti e obbedienti di fronte all’autorità paterna, tutti in mezzo a guai assurdi o lavori umilissimi (uno, l’unico ad avere moglie e figli, per campare pulisce i bagni di un centro commerciale), decidendo d’imperio cosa si deve fare: mettersi in proprio, comprare un’area per possedere un negozio ancora sulla carta e fare gli imprenditori. Personaggio fiero, fortissimo, ma ossessionato nell’inseguire il “treno della modernità”, Leila non ha remore a esprimere giudizi pesantissimi in faccia alla fintamente passiva madre, sul finale, o a esprimere desideri indicibili sul padre, che per lei può anche morire avendo rubato il futuro a tutti loro, ergendosi a personaggio femminile potente e memorabile. Le monete d’oro servono al negozio, al futuro, ai figli e il desiderio del riconoscimento sociale del padre, prossimo alla fine della vita, non le interessa minimamente.

In Leila’s Brothers sorprende soprattutto l’abilità di Roustaee nell’unire con naturalezza dramma e beffarda ironia (le scene in famiglia, in cui la tv passa incontri di wrestling che alcuni guardano avidamente; lo sguardo di questi maschi poveri di fronte a hostess eleganti e molto belle all’ingresso del centro commerciale dove dovrebbero aprire il negozio), la padronanza nell’alternare momenti cupi e altri che potrebbero far parte di una commedia degli equivoci, nel governare fittissimi dialoghi con litigate e urla, tenendo in piedi egregiamente scene spesso molto lunghe e frenetiche. In mezzo c’è la suspense sulle due azioni divergenti per i due obiettivi principali: riusciranno Leila e i suoi fratelli ad aprire il loro negozio? Cadranno in trappole e truffe? Che ne sarà del patriarcato paterno? Il ritmo del film è serrato, capace di divertire e tenere altissima l’attenzione. Tutto converge nella sequenza-madre del matrimonio di un cugino di famiglia, momento in cui finalmente il padre di Leila può coronare il suo sogno, pagato a suon di monete d’oro: la sequenza, che di per sé vale un film ed è tra le migliori viste sulla Croisette, è anch’essa un montaggio alternato tra il racconto delle emozioni che vive il padre e il “complotto” che alle sue spalle si sta svolgendo, ordito ovviamente dalla figlia. E se tutti hanno torto e ragione a un tempo, di certo tutti sono uniti dalla sventura perché – come dice la protagonista – “I ricchi tra loro si conoscono tutti, i poveri tra loro si riconoscono” e, in fondo, il riconoscimento inter-famigliare sarà nell’impossibilità di essere premiati sia dalla propria comunità di appartenenza (divisa tra abbienti e poveracci, cosa che il padre di Leila rifiuta di comprendere) che dal mondo esterno che non fornisce in realtà grandi opportunità per gli svantaggiati. Leila’s Brothers non è un film deterministico, ma un film pieno di svolte che pongono incessanti interrogativi circa le progressive sorti del “moderno” in un Paese strangolato dalle sanzioni americane (ogni tanto su qualche schermo televisivo fa capolino l’allora presidente Trump) ma che sottotraccia sta introiettando valori squisitamente occidentali per quanto riguarda la riuscita personale e l’individualismo. La via tra tradizione di origine religiosa e l’occidentalizzazione ideologica è stretta, e forse solo Alireza ne sente appieno il peso, il senso, in quella “paura” che dichiara di aver sentito per tutta la vita, in una scena densa di emozione e dolore. Film vastissimo, pieno di intuizioni e senso, il lavoro di Roustaee presentato a Cannes è un’opera splendida in cui il regista si fa direttore d’orchestra perché gli strumenti e i ritmi sono così cangianti e così ben miscelati da impressionare lo spettatore, lasciandolo alla fine con l’arduo compito di dipanare il ricco movimento che ha visto in scena, ma soprattutto con la sensazione di conoscere e capire quelle persone. Personaggi magnifici (specie i più dicotomici e in “guerra”, ossia Leila e il padre) descritti in stato di grazia con tutti i loro limiti, desideri, contraddizioni, illusioni. Con tutta la loro fragile umanità. Un film bellissimo.

Info
Leila’s Brothers sul sito di Cannes.

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