L’innocent

L’innocent

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Louis Garrel, e L’innocent non fa che confermarlo, non cerca in nessun modo di apparentarsi alle regie paterne: in questo film presentato fuori concorso a Cannes costruisce una commedia romantica efficace, divertentissima, che gioca con l’heist movie. Garrel capitana anche in splendida forma un cast dove spiccano Noémie Merlant, Roschdy Zem, e Anouk Grinberg.

Galeotta fu la galera, e chi la visitò

Sylvie è innamorata di Michel, che sta per essere scarcerato. Entrambi vogliono iniziare una nuova vita insieme e pianificano l’apertura di un negozio di fiori. Ma il figlio di Sylvie, Abel, non è felice della loro relazione, convinto che Michel non potrà mai fare una vita onesta. Con l’aiuto della sua migliore amica Clémence inizia la propria indagine. Abel si renderà presto conto che anche lui dovrà deviare dalla retta via… [sinossi]

Michel sta minacciando un uomo, gli si fa sempre più vicino con il viso, in uno schema tipico del film sui bassifondi criminali, tra il noir e la descrizione delle zone più oscure dell’umano. Eppure di colpo si ferma, sorride, e una voce alle sue spalle si complimenta con lui: era solo una messinscena, per quanto Michel quelle situazioni potrebbe averle vissute davvero nel corso della sua vita, visto che si trova in prigione e sta solo prendendo parte a un corso di recitazione per carcerati che tiene Sylvie, bo-bo ultracinquantenne che dell’uomo si è innamorata e ha deciso di sposarlo. Inizia così L’innocent, quarta regia di un lungometraggio per Louis Garrel dopo Due amici, L’uomo fedele, e La crociata, che venne presentato fuori dalla competizione lo scorso luglio a Cannes. E sempre sulla Croisette, e sempre senza prendere parte al concorso, Garrel torna con il suo nuovo film, una commedia briosa e divertente, ma non priva di chiaroscuri umbratili e amari, che sembra un ulteriore passo in avanti all’interno di una carriera che si sta facendo sempre più interessante. Garrel si tiene a debita distanza da qualsivoglia possibilità di confronto con il padre, ma non per questo rinuncia a portare in scena alcuni temi che sembra quasi aver ereditato, in particolar modo la riflessione sui sentimenti, sull’altalena delle relazioni, sull’incapacità dell’uomo di sapersi definire stabile, e dunque affidabile. Tutti sussurri che riecheggiano anche negli spazi in cui si svolge L’innocent, tra la prigione e un negozio di fiori, un camion che trasporta pregiatissimo caviale iraniano e un ristorante: sono questi i luoghi in cui si sviluppa la trama, che vede il figlio di Sylvie (proprio Garrel, che dona al proprio personaggio il nome Abel, lo stesso che ha utilizzato in tutti i suoi film da regista, quasi a sottolineare un percorso unitario, la creazione di un sub-mondo di cui è lui il detentore delle chiavi, il legislatore unico) dubitare della buona fede del nuovo marito della madre, ma soprattutto credere che non sia possibile per un ex-galeotto rifarsi una vita nella completa legalità. Ma è davvero così rilevante essere “legali”?

L’innocent si regge su un ritmo sorprendente, grazie a un fuoco di fila di situazioni e dialoghi che spinge lo spettatore a una risata quasi ininterrotta: Garrel gestisce questo aspetto con mano sicura, sempre cercando in modo sotterraneo di far percepire i veri sentimenti che agitano il suo personaggio, l’incapacità di accettare il proprio posto nel mondo, il lutto e la sua insostenibilità, la perdita di senso della vita, il progredire privo di logica delle cose. Tutto schiaccia in realtà Abel, che vorrebbe proteggere una madre che non vuole essere protetta, comprendere un uomo che potrebbe essere suo padre ma non lo è, affrontare le proprie paure che lo sormontano, devastandolo, e avere la capacità di innamorarsi di nuovo, magari della sua migliore amica, quella Clémence che arriva anche a coinvolgere in un piano assurdo, che ovviamente non sa gestire: dapprima si tratta di pedinare Michel, per capire cosa ordisca alle spalle di Sylvie, ma poi vi si deve diventare complici. Anche perché non è possibile sfuggire alla rappresentazione di sé, a quell’infinito recitarsi che è la parte reale e fondativa dell’essere borghesi: recitare se stessi, interpretare il ruolo per il quale si è portati, o che permette di essere ritenuti credibili. Giocando con l’heist movie, il genere che fa della finzione di sé – la rapina, che è sempre una truffa – il punto centrale e determinante del proprio discorso, Garrel mette in scena un colpo pressoché perfetto, coinvolgendo il pubblico in un meccanismo divertente, ma non privo di un retrogusto amaro. Perché anche nell’interpretazione i proiettili sono davvero proiettili, e i cuori possono essere irrimediabilmente spezzati. Grazie anche a un gruppo di attori in forma smagliante (oltre a se stesso, sempre più sublime nelle interpretazioni, spiccano Noémie Merlant, Roschdy Zem, e Anouk Grinberg) Garrel riesce a costruire delle sequenze memorabili e spassose: l’inseguimento di un blindato, una cena in cui ci si finge coppia e che termina con la più lacerante dichiarazione d’amore, il pedinamento di un uomo portato a termine grazie a una app che permette di non perdere il proprio animale domestico. Momenti di grande commedia che Garrel gestisce con mano sicura e sguardo ispirato. Forse prima o poi sarebbe il caso per Cannes di prendere in considerazione Garrel anche per il concorso ufficiale, magari evitando di esporlo al pubblico ludibrio come fecero con il padre Philippe in occasione dello splendido La frontiera dell’alba, mandato scandalosamente al massacro nel 2008, e il cui protagonista era proprio Louis Garrel.

Info
L’innocent sul sito del Festival di Cannes.

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