Pacifiction

Pacifiction

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Albert Serra approda nel concorso di Cannes con Pacifiction: l’ottavo lungometraggio girato nel corso di diciannove anni dal regista spagnolo è un divagare senza fine, che vede sfumare nello splendore della Polinesia Francese i residui di una narrazione spionistica. Ne viene fuori un’opera volutamente indefinibile, in cui il tempo e la Storia non hanno più alcun senso.

Il paradiso delle espadrillas arancioni

Nell’isola di Tahiti, nella Polinesia francese, l’Alto Commissario della Repubblica De Roller, rappresentante dello Stato francese, è un uomo di calcolo dalle maniere perfette. Nei ricevimenti ufficiali come gli stabilimenti loschi, prende costantemente il polso di una popolazione locale da cui può emergere rabbia in qualsiasi momento. Tanto più che una voce si fa insistente: è stato visto un sottomarino la cui presenza spettrale annuncerebbe una ripresa dei test nucleari francesi. [sinossi]

Quando esordì diciannove anni fa, nel 2003, con l’oramai dimenticato Crespià: the Film not the Village, l’allora ventottenne Albert Serra affermò: “Volevo fare un’opera d’arte, ma non sono stato in grado di realizzare la mia ambizione. Ho finito per fare un film d’autore”, per poi aggiungere “Odio i documentari. Sono la scusa perfetta per le persone prive di immaginazione. Ma se questo film è il ritratto di un mondo che è prossimo a svanire, può essere considerato un ‘documento’”. Nonostante siano trascorsi quasi due decenni da quelle affermazioni Serra non sembra in alcun modo aver modificato il proprio punto di vista, continuando a rifuggire in maniera decisa il documentario ma mettendo in fila un numero non indifferente di documenti, e ricercando l’opera d’arte pur essendo incasellato oramai nel “film d’autore”. È questa la nicchia in cui è stato accolto per il concorso del Festival di Cannes, dove ha fatto la sua prima apparizione con Pacifiction (il titolo francese è Tourment sur les îles, grondante romanticismo), dopo le precedenti selezioni in Un certain regard (Liberté), séances spéciales (La Mort de Louis XIV) e Quinzaine des Réalisateurs (Honor de cavaleria, El cant dels ocells). Accolto con estrema freddezza, quasi spaesamento, Pacifiction a prima vista sembra scrollarsi di dosso il peso del passato per tornare a confrontarsi con un tempo presente per la prima volta dopo l’esordio: niente più Diciottesimo Secolo, niente più Ancien Régime, ma la Francia repubblicana, senza più colonie ma con le “collettività d’oltremare”. Il film si svolge infatti nella Polinesia Francese, un paradiso terrestre dove ci si può lasciare cullare da onde mostruose, sorvolare atolli da lasciare senza fiato o addormentarsi di fronte a un tramonto da cartolina. È quella la terra che amministra De Roller, Alto Commissario della Repubblica: lo fa muovendosi di incontro in incontro, dialogando con i locali, con gli statunitensi, con gli europei, con chi gestisce un’attività. Lo fa saltando di luogo in luogo, facendosi portare a un passo dall’onda più grande, andando in discoteca, raggiungendo gli avamposti più estremi di una terra che sembra non avere una definizione geografica evidente.

Come ne La Mort de Louis XIV Serra si avventura in direzione della messa in scena dell’esercizio dello Stato, ma se lì ne mostrava la putrefazione, con il corpo del re prossimo all’ultimo respiro, qui si è già un passo più in là, nella completa mancanza di una reale struttura da mandare avanti. Così come non ha tecnicamente senso l’opera di De Roller, vanificata in ogni suo scopo anche perché come sottolinea lui stesso non possiede in realtà alcun potere concreto, allo stesso modo Serra decide di disincagliarsi dalle secche della narrazione per procedere in modo ondivago, privo di una direzione apparente. Lavorando quasi senza sceneggiatura, il regista spagnolo lascia che il film vada alla deriva, si perda: il labile legaccio che ancora lo avvince alla logica è dettato solo dal vago sentore di una spy-story che non prenderà mai davvero corpo e che ruota attorno alla possibilità che la Marina Francese si stia organizzando per nuovi test nucleari nelle acque della zona, come quelli sull’atollo di Mururoa che scatenarono proteste a livello mondiale tra l’autunno e l’inverno del 1995. Ma anche in questo caso si tratta di un giro a vuoto (“in tondo? A spirale?”, si chiedono nel film) per il quale non può esserci una risoluzione definitiva, né uno sviluppo. Serra segue il suo personaggio nell’infinita rete di incontri, ufficiale o meno che siano, e lo sente dialogare come se quelle parole, pur disincarnate da qualsiasi senso concreto, potessero ancora testimoniare la verità dello Stato, la sua necessità, una logica in grado di dettare i ritmi della vita pubblica. Ma De Roller a dire il vero sembra quasi sempre parlare a se stesso, in una funzione che è percepita quasi solo come rituale: la morte dello Stato è sopravvenuta, ora rimane solo il suo vagare in una terra di fantasmi, un paradiso impossibile sognato anche da Paul Gauguin.

Pacifiction, pacificazione, ma anche rimando all’Oceano Pacifico, e volendo alla pace-finzione, quel superamento del vero dichiarato che è la base portante del pensiero cinematografico di Serra. Un Serra che qui forse compone il suo canto più libero e allo stesso tempo quello che richiede la maggior volontà di ascolto, come le immagini maestose di una natura che era lì prima dei francesi e lì sarà anche qualora i francesi non ci fossero più. Solo la Marina, l’agente di guerra, ha ancora la forza della retorica patriottarda, quella che a De Roller oramai manca, sfiancato da un’esistenza in cui lo Stato si è assottigliato, ha perso i contorni netti che aveva quando era giovane. L’Alto Commissario è uno sconfitto che ha accettato la propria perdita in modo indolore, e si muove bolso e quasi ridicolo di spazio in spazio, di luogo in luogo, di pensiero in pensiero. Benoît Magimel è straordinario nella sua capacità di rendere l’indefinibile soavità della decadenza, la pesantezza leggiadra di un colonialismo fatto a pezzi solo a parole, ma mai nella concretezza dei fatti. Corpo cinematografico sfatto, Magimel nel suo completo d’ordinanza è l’epitome di un film che a sua volta ha accettato la decadenza dell’immagine, e di un tempo svuotato di senso, e ha il coraggio estremo di mettere tutto ciò in scena. Con una minaccia di distruzione che è la catastrofe definitiva, e su cui anche il cinema non può che chiudere andando di colpo sullo schermo nero, senza soluzione.

Info
Pacifiction sul sito di Cannes.

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