Intervista a Ryutaro Nakagawa

Intervista a Ryutaro Nakagawa

All’ultimo Far East Film Festival ha conquistato la platea con il suo film One Day, You Will Reach the Sea, delicatissima storia dove il coming of age si incrocia con l’elaborazione del lutto. Ryutaro Nakagawa (Kawasaki, 1990) ha esordito con un cortometraggio, Calling (2012), realizzato da studente, premiato per la miglior fotografia al Boston International Film Festival. Nel 2014 il suo film August in Tokyo è stato presentato nella sezione Japanese Cinema Splash del Tokyo International Film Festival. Nakagawa è tornato al festival l’anno successivo con Tokyo Sunrise. Nel 2017 il suo film drammatico Summer Blooms è stato presentato al 39° Moscow International Film Festival, dove ha vinto il premio FIPRESCI. Nakagawa è ritornato a Mosca nel 2019 con Mio on the Shore. One Day, You Will Reach the Sea è uscito in Giappone il primo di aprile di quest’anno.
Abbiamo incontrato Ryutaro Nakagawa a Udine durante il 24 Far East Film Festival.

Come è nato il progetto di One Day, You Will Reach the Sea? Perché hai pensato di trattare il tema dell’elaborazione del lutto in un contesto giovanile, a un’età in cui è più difficile avere esperienze di morte tra i propri coetanei?

Ryutaro Nakagawa: Ai tempi dell’università avevo un carissimo amico che mi anche insegnato molto sul cinema. Questo caro amico dopo la laurea si è suicidato. Ho avuto questa esperienza di un grande senso di perdita. Subito prima in Giappone c’era stato il grande disastro del terremoto e maremoto del Tohoku. C’era quindi una duplicità: la nazione Giappone aveva avuto questa grave perdita e io avevo subito questa perdita personale. Questo è successo circa dieci anni fa. Dopo questo periodo volevo reinterpretare questi sentimenti con il distacco del tempo che era passato.

Hai trovato quindi un’espressione di questi sentimenti nel romanzo di Maru Ayase?

Ryutaro Nakagawa: Non volevo soffermarmi sulla rappresentazione dello tsunami ma volevo prendere in considerazione la vita di un giovane essere umano e portare nella storia questa persona dall’adolescenza all’età adulta. Questo romanzo rappresentava molto bene questo aspetto. L’elemento della calamità naturale era solo nello sfondo e l’ho trovato adatto. Questo rappresenta un po’ anche una parte peculiare dei giapponesi: noi riteniamo che la storia abbia una specie di ricircolo. Una volta morti si ritorna alla natura per rinascere. Questo è un altro aspetto che è confluito nella mia opera.

Nel film, subito all’inizio, siamo informati della morte di Sumire. Poi la narrazione va a ritroso. Perché era importante fare sapere subito questo al pubblico? Perché giocare sulla suspense alla Hitchcock e non sulla sorpresa finale? Il romanzo segue la stessa narrazione?

Ryutaro Nakagawa: L’opera originale aveva una struttura particolare. C’era inizialmente la parte in cui Sumire veniva risucchiata dallo tsunami. Poi la storia comunque non era lineare. L’ordine dei capitoli non seguiva una linea temporale. Mana viene subito a sapere della morte di Sumire. Quella parte è quella che ho reso con l’animazione iniziale in modo da dare subito l’idea di ciò che era successo, in modo da dare subito l’idea dei problemi da cui la persona voleva risollevarsi. Era importante, sia per il libro che per il film, giocare su questo elemento temporale spezzato proprio per un senso di suspense. Suggerendo dall’inizio che cosa avesse perso per far sì che le due ragazze si riincontrassero narrativamente in un secondo momento.

Come mai hai deciso di realizzare due sequenze d’animazione, all’inizio e alla fine del film? E perché quello stile estetico, ad acquarello?

Ryutaro Nakagawa: La sceneggiatura l’ho scritta io. Avevo già dall’inizio progettato di mettere questo elemento dell’animazione. Proprio perché si trattava di riportare qualcosa di vago nella sua espressione, non volevo utilizzare la classica animazione a fotogrammi. Volevo una sfumatura che si può dare solo con l’acquarello. I due direttori dell’animazione hanno dato un grande contributo. Io ho solo dato loro i punti fondamentali, all’inizio solo una poesia sulla quale hanno creato una “image board”, delle tavole con queste idee base. Abbiamo poi interagito in modo molto capillare per arrivare a quel risultato.

Si vedono nel film delle interviste ad alcuni superstiti del disastro. Sembrano reali, nel contesto finzionale del film. Lo sono oppure sono ricreate basandosi su storie vere che hai raccolto?

Ryutaro Nakagawa: La maggior parte delle persone delle interviste è costituita realmente da veri sopravvissuti al grande terremoto e tsunami del Tohoku. La ragazza che canta non lo è ma le tre persone che si vedono prima sono persone che hanno davvero perso tutto nel disastro. La ragazza e altri attori li ho portati nel Tohoku in modo che potessero conoscere persone che hanno avuto quell’esperienza in modo che la loro interpretazione potesse essere più realistica. Era importante ridurre il più possibile la distanza tra il reale e la fiction e questo è servito in tal senso. Volevo far percepire che si possono perdere non solo persone ma anche panorami, tutta una serie di elementi. C’è questo enorme muro di decine di metri che è stato eretto come argine contro futuri tsunami che per me era un panorama surreale. Le persone lì hanno sempre vissuto sul mare, lo hanno sempre visto, ne hanno percepito il profumo. Al di là del fatto che non so quanto questo possa proteggere effettivamente, ma fa sì che le future generazioni non avranno la possibilità di godere del panorama del mare. Poi c’è l’ultima donna che si vede, che dice di aver perso la sua comunità. Volevo far capire, tramite le parole di questi sopravvissuti, di un senso di perdita che poteva anche riguardare un luogo, un panorama.

Tutto il film si gioca sugli elementi naturali, come se rispecchiassero l’animo umano. Il mare, anche nel titolo del film, può essere distruttivo ma può anche essere qualcosa di poetico. Poi la pioggia battente in più di una scena, e le piante e i fiori nella sequenza animata finale. Mi puoi parlare di questa sensibilità?

Ryutaro Nakagawa: Forse tutto parte dal fatto che mio padre è cristiano, mentre mia madre invece preferisce una filosofia che rispecchia molto la natura. Il mare ha questa dicotomia, può dare tanta serenità ma può essere molto distruttivo, può uccidere le persone come del resto gli esseri umani. Però credo ci sia un circolo in cui tutto sia connesso. Anche in questo mondo ci sono persone vive e persone morte, ma non sono assolutamente separate. Le persone vive tengono dentro di sé chi è morto. E volevo assolutamente mettere questo nel film.

Perché era importante per te parlare delle nuove generazioni?

Ryutaro Nakagawa: Il Giappone sta passando un periodo molto cupo e i giovani non nutrono grandi speranze nei confronti della società giapponese stessa. Io sono del 1990, vedo qui in Italia delle note più allegre. Quando si è chiesto ai giovani quali fossero le aspettative della società, nell’ambito di indagini tra i paesi del G7, la risposta dei giovani giapponesi è stata davvero quella di minor speranza. È molto importante rappresentare il modo di vivere dei giovani. Io stesso vedo che hanno un senso forte di impotenza. Quindi rappresentandoli, cercando di dare loro uno stimolo positivo, mi ha dato l’idea di compiere una missione. Mi auguro che in Italia non sia davvero così.

Tra Mana e Sumire si suggerisce un sentimento di amore latente che si esprime solo in quell’abbozzo di bacio. Questo rapporto tra le due amiche l’hai pensato tu o era già nel romanzo?

Ryutaro Nakagawa: No, non c’era nel romanzo dove il rapporto tra Mana e Sumire era trattato senza nessuna connotazione amorosa, un’amicizia pur molto profonda. Io ho poi nella mia mente ho aumentato tutto questo e l’ho messo nel film. La scena in cui Sumire sta per baciare Mana, nella ripresa, è il momento in cui Mana accetta la morte di Sumire. C’è un momento in cui le persone che sono rimaste in vita accettano finalmente la morte e digeriscono il lutto. Era importante, rispetto all’opera originale, avere questa espressione visiva nel film.

Info
One Day, You Will Reach the Sea sul sito del Far East.

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