De humani corporis fabrica

De humani corporis fabrica

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Il cinema di Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel focalizza l’attenzione sulla struttura, e la sua organicità: in De humani corporis fabrica l’oggetto di indagine è un grande ospedale pubblico parigino, con i due registi che con spirito wisemaniano osservano tanto il funzionamento della clinica quanto quello del corpo umano. Alla Quinzaine des réalisateurs.

Il corpo in riparazione

Cinque secoli fa l’anatomista Andrea Vesalio aprì per la prima volta il corpo alla scienza. De humani corporis fabrica apre oggi il corpo al cinema. Scopriamo lì che la carne umana è un paesaggio incredibile che esiste solo grazie agli sguardi e alle attenzioni degli altri. Gli ospedali, luoghi di cura e di sofferenza, sono laboratori che collegano tutti i corpi del mondo… [sinossi]

Il fluido corporeo come un quadro astratto, un’opera d’arte concettuale, indecifrabile e affascinante; l’iride dell’occhio di un rosso irreale, artefatto, che sembra scaturire fuori da un racconto di fantascienza, o magari da un horror; sonde minuscole che si insinuano nel cervello, tra le ossa, sotto i tessuti. Gloria e vita alla nuova carne, tuonava il finale di Videodrome di David Cronenberg, casualmente a sua volta di ritorno sulla Croisette quest’anno con Crimes of the Future, di nuovo alla ricerca del senso dell’umano nelle viscere dell’uomo stesso, tra i suoi organi, nel sangue. Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel hanno sconvolto lo sguardo di prammatica al Festival di Cannes con il loro nuovo lavoro, De humani corporis fabrica, presentato all’interno della selezione della Quinzaine des réalisateurs, nell’ultimo anno di direzione per Paolo Moretti. Difficile d’altro canto non rimanere turbati di fronte alle immagini che il duo registico ha proposto agli spettatori accorsi nella sala del Marriott: in diversi momenti del film la camera è posta sulle sonde, sui bisturi, entra direttamente nella carne, la smembra, costringendo l’occhio a partecipare in maniera attiva alle operazioni al cervello, o magari ai polmoni. Nessuno a Cannes, prima di Castaing-Taylor e Paravel, aveva mai osato tanto, superando di fatto i limiti del visibile in campo ospedaliero: non pochi sono stati gli accreditati che hanno preferito abbandonare la proiezione, probabilmente scossi, forse persino indignati di fronte a una simile scelta. Ma, al di là di ciò che si può pensare sull’opportunità o meno di entrare così in profondità nel dettaglio chirurgico, un’operazione cinematografica come De humani corporis fabrica rientra a pieno diritto nella poetica dei due cineasti e antropologi: come già in Leviathan, o Caniba, anche in questa occasione a essere indagata è una struttura, e la sua organicità. Che si tratti di un peschereccio, di un inquietante confronto tra due fratelli (uno scopertamente disturbato, l’altro che però non vuole essere da meno), o di un ospedale parigino, Castaing-Taylor e Paravel si pongono la questione su come possa essere rappresentata una tale unicità nella sua struttura, nella sua articolazione, nel senso dunque ultimo che acquista nel vivere quotidiano.

È interessante semmai come nell’approcciarsi a una realtà più stratificata come può essere un grande ospedale pubblico in una delle città più abitate d’Europa – il peschereccio vive esclusivamente della dicotomia tra umano e animale, i fratelli Sagawa, per quanto ben al di fuori della norma sono pur sempre solo due esseri umani –, Castaing-Taylor e Paravel assumano una postura quasi wisemaniana, muovendosi tra i corridoi, passando di piano in piano dagli ambulatori alle sale operatorie fino all’obitorio, cercando dunque di comprendere come sia possibile vivere in un luogo che ogni giorno si confronta con la malattia, e la morte. Mentre però Wiseman avrebbe ripreso la strutturazione lavorativa del luogo, lo sguardo di De humani corporis fabrica resta comunque concentrato sull’umano, sulla sua epidermide, al massimo concedendosi qualche straniante passaggio surreale come quando nel pieno del lavoro gli infermieri si mettono a discutere del prezzo delle case a Parigi, e della convenienza di spostarsi fuori dal centro, magari a Clichy. Partendo dal riferimento insito nel titolo al testo rivoluzionario di Andrea Vesalio (o Andrea van Wesel che dir si voglia), con cui alla meta del Sedicesimo secolo si superava la concezione galenica dell’uomo, Castaing-Taylor e Paravel tentano di rivoluzionare lo sguardo, non per scuoterlo o impaurirlo, e ancor meno per disgustarlo. Non c’è nulla di pornografico nelle riprese effettuate, che anzi dimostrano una purezza sorprendente. L’intento è dimostrare che la carne umana è un panorama d’indagine di cui l’occhio non deve avere paura, un mondo meraviglioso e invisibile che con le nuove tecnologie può essere scoperto, per comprendere meglio la finitezza dell’umano, e dunque la maestosità della vita. Una vita che merita di essere salvata, ovviamente, ma ancor più deve essere compresa. Il cinema ha il compito, pare sottolineare De humani corporis fabrica, di mostrare l’organismo pulsante, il suo desiderio di sopravvivenza, la sua parte all’interno di un organismo superiore, collettivo. Tra le visioni più stupefacenti non solo di Cannes 2022 ma degli ultimi anni, De humani corporis fabrica è un’opera stratificata e semplice a un tempo, dimostrazione di quanto il cinema e lo sguardo possano ancora interrogarsi, e sperimentare, senza per questo mai perdere il distacco dall’umano.

Info
De humani corporis fabrica sul sito della Quinzaine.

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