Memoria

A cinquantuno anni di età e al nono lungometraggio da regista Apichatpong Weerasethakul abbandona per la prima volta la Thailandia per recarsi a girare in Colombia; è lì che si svolge Memoria, struggente e poetica riflessione sull’incapacità dell’uomo moderno di confrontarsi con la sua storia antropologica, genetica, ancestrale. Un’opera lirica di straripante potenza espressiva, di un autore che ancora vede il cinema come un’immensa, inclassificabile rêverie.

Rumore nella notte

Jessica, una coltivatrice di orchidee, non riesce a dormire da quando è stata svegliata nel cuore della notte da un rumore di cui non sa trovare la provenienza. Recatasi a Bogotà per trovare la sorella ospedalizzata, conosce l’archeologa Agnes, che sta studiando i resti umani ritrovati in un tunnel in costruzione. [sinossi]

Una donna sta dormendo. Uno strano boato, un rumore inclassificabile e di cui non si riesce a comprendere la provenienza, la sveglia di soprassalto. La donna non riuscirà più a prendere sonno. Questa, a voler essere brutali, potrebbe essere considerata la narrazione basica – nel senso anche di “base di partenza”, ovviamente – attorno alla quale Apichatpong Weerasethakul costruisce Memoria, il suo nono lungometraggio in ventuno anni di attività dietro la macchina da presa. Non c’è bisogno di sapere nulla di più, in fin dei conti: Jessica, la coltivatrice di orchidee interpretata da Tilda Swinton, si sveglia nel cuore della notte e non sa più come prendere sonno. Non solo quella notte, ma da quel momento in poi. Come si fa a dormire quando un mistero così profondo da essere insondabile, ti attanaglia la mente? Ma forse, più semplicemente, come si fa a dormire? Si potrebbe partire dal concetto di sonno nel cinema di Weerasethakul per affrontare questa sua nuova esaltante avventura visionaria, che solo undici mesi fa venne presentata nella più totale indifferenza in concorso al Festival di Cannes. Un evento che merita un piccolo approfondimento a parte, prima di tornare a concentrare l’attenzione sul sonno, e sul suo significato all’interno della poetica del regista thailandese. A Cannes 2021 in molti hanno direttamente snobbato la visione di Memoria – per di più proiettato uno degli ultimi giorni, in un’edizione monstre invasa letteralmente di titoli –, mentre altri hanno parlato en passant di opera minore, e di stanca reiterazione degli schemi su cui Weerasethakul aveva già lavorato nel corso degli anni precedenti. Una posizione critica legittima, sia chiaro, ma su cui grava un sospetto non indifferente. La verità è che tutti i film che Weerasethakul ha presentato sulla Croisette nel corso degli anni sono stati accolti con scetticismo, quando non direttamente in modo ostile, fin dai tempi di Blissfully Yours, che molti saltarono a pie’ pari nel 2002 visto che il regista non era ancora noto. La situazione peggiorò poi con Tropical Malady (nonostante la vittoria del Prix du Jury), per raggiungere l’apice nella totale discrasia tra l’accoglienza critica e giornalistica de Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti e il fatto che il film ricevesse addirittura la Palma d’Oro. Successivamente scarso interesse hanno risvegliato nel popolo della “presse” tanto Mekong Hotel – il lungometraggio più breve della sua carriera, finora, visto che dura appena un’ora – quanto Cemetery of Splendour. D’altro canto le cose non andarono meglio nell’unica sortita veneziana di Weerasethakul, al punto che si levarono addirittura dei fischi al termine della proiezione stampa di Syndromes and a Century. Cos’è, a conti fatti, che infastidisce del cinema di questo splendido cineasta? Probabilmente la sua ferrea volontà di non accettare i dogmi del contemporaneo, e di muoversi in direzione sempre ostinata, personale, anche quando a intervenire direttamente in produzione è l’Occidente, come nel caso di Memoria. Ma anche lo stile visionario, che guarda al fantastico senza mai eradicarsi dal reale ma al tempo stesso senza temere la semplicità assoluta del surreale non trova grandi consensi in un mondo critico che ama le distinzioni nette, i territori facilmente mappabili, le geografie non troppo contorte.

Non stupisce dunque il diffuso disinteresse nei confronti di Memoria, il primo film che Weerasethakul gira fuori dalla natia Thailandia, e per l’esattezza in Colombia. Dopotutto i temi sono quelli da sempre cari al regista, a partire ad esempio dalla già citata riflessione sul concetto di “sonno”. Nel segmento da lui diretto nel film collettivo Ten Years Thailand (gli altri registi assoldati erano Aditya Assarat, Wisit Sasanatieng, e Chulayarnnon Siriphol) in un parco in riallestimento si aggira un venditore di macchine d’ossigenazione per dormire meglio; in Cemetery of Splendour i soldati vengono colpiti da una strana e sconosciuta malattia del sonno che li fa cadere in uno stato catatonico. Anche la sorella di Jessica dorme per la maggior parte del tempo in ospedale, ed è proprio per questa situazione che la coltivatrice di orchidee si trasferisce a Bogotà da Medellín, lei che non riesce a dormire da quando un boato l’ha colta di sorpresa nel bel mezzo del sonno. Dorme senza sogni invece Hernán, il pescatore che Jessica incontra nel folto della giungla, e che appartiene a un popolo che si sdraia al suolo e si appisola lasciando aperti occhi e bocca, come se qualcosa comunque dell’immagine del mondo potesse accompagnarli in questo percorso. Non chiude mai gli occhi il cinema di Weerasethakul – si pensi a quelli sbarrati nel finale di Cemetery of Splendour, o agli occhi rossi che fiammeggiano nella notte delle “scimmie” che abitano la foresta dello zio Boonmee, tanto per fare due esempi – perché la vita può essere indagata solo nella veglia. Quella vita che è sogno, sogno duplice, triplice, molteplice. Quante vite vive contemporaneamente Jessica? Quella presente, in cui si reca dalla sorella in ospedale; quella passata, che è arcaica e vecchia come l’umanità stessa; quella futura, che è in perenne divenire ma è percepibile, perfino visibile attraverso il cinema. Nella sua giungla di fantasmi, in cui lo spazio-tempo può essere ridotto alla mera necessità di due esseri umani di ritrovarsi e riscoprire l’una nell’altro le memorie impossibili mai realmente vissute, Weerasethakul piazza la macchina da presa e si mette in visione. Anzi, in ascolto, perché Memoria è un lungo suono, indecifrabile e accogliente, spigoloso e spaventoso, che parla dell’umano, della sua relazione con la natura, del suo sbocciare e sfiorire, di come la morte non sia altro che la vita stessa, solo che sognata e non più vissuta. Weerasethaul costringe una volta di più lo spettatore ad accettare una visione altra, una dimensione diversa, una sovrapposizione alla quotidianità che è superamento del reale attraverso la presa di coscienza profonda e stratificata del reale stesso. In questo senso la straordinaria sequenza in cui Jessica incontra il pescatore/sciamano, forse perfino alieno nel senso fantascientifico del termine, non può che lasciare a bocca aperta, così come stupiscono le irruzioni continue della fantasia nel flusso temporale della vita: un concerto jazz che prende vita in un’aula universitaria, una surreale cena con la sorella uscita dall’ospedale e la di lei famigliola (marito e figlia), l’incontro con un cane di notte in un giardino pubblico.

Tutti elementi di vita che sopravvive alla vita stessa e si duplica, si moltiplica. Non ha Memoria la struttura rigorosamente dicotomica di Tropical Malady, quella narrazione a specchio che dialogava direttamente con il subconscio lynchiano, eppure torna all’infinita reiterazione di qualcosa che è sempre simile ma mai uguale a sé: il cane sognato dalla sorella che torna a pedinare Jessica nella notte di Bogotà per poi dormire a un passo di distanza dalle due sorelle; quell’Hernán che si occupa di effettistica sonora per il cinema e dà una consulenza essenziale a Jessica aiutandola a ritrovare il rumore che l’ha destata dal sonno che forse non è mai esistito ma è uguale nel nome e diverso nel fisico a due passi da un corso d’acqua nel folto della foresta; quelle ossa ritrovate nel tunnel che sono vecchie di seimila anni ma parlano di oggi, dell’umano odierno, della sua modernità che non sa dialogare con l’ancestrale e il suo potere. Come tutti i film di Weerasethakul anche Memoria è un film sulla morte, che però non è contemplata nella narrazione e a cui si contrappone un vitalismo salvifico, dolcissimo e suadente. Ci si perde nelle spire di un cinema che non accetta il compromesso ma osa sondare la propria limitatezza. La limitatezza dello sguardo, che non può valicare gli ostacoli visivi, e di un tempo che non può erigersi fino all’immortalità. Esiste il moderno, ed esiste il modo di vivere il moderno – non è mai tecnofobico Weerasethakul –, ma non si può fingere la memoria, bisogna viverla, soffrirla, lasciarla libera. E per farlo bisogna imparare a dormire senza sonno, con gli occhi aperti/spalancati, in modo da essere finalmente fisicamente vulnerabili a tutto e a tutti, ritornando infine – fuori dalle sovrastrutture – a riconoscerci di nuovo come umani, potendo infine ricordare anche le memorie di ciò che non fummo, se non collettivamente come specie. Il cinema animista di Weerasethakul è una delle ricchezze più floride dell’oggi, sprecarlo – come troppo spesso è stato fatto nel corso degli anni – sarebbe un delitto imperdonabile.

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