The Word

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Presentato nel concorso principale del 56o Karlovy Vary International Film Festival, The Word della regista ceca Beata Parkanová ci riporta al pesante clima successivo all’estate 1968, della repressione della Primavera di Praga, raccontando la vita di un uomo retto, un notaio che rifiuta di aderire agli organi della restaurazione.

Gli impresari di partito

Václav Vojíř è un notaio rispettato di una piccola città, sposato con Věra. Marito e moglie passeranno un difficile calvario dall’estate del 1968, per l’intransigenza e il rifiuto dell’uomo a entrare sotto l’ala protettrice del partito. [sinossi]

«Gli impresari di partito / mi hanno fatto un altro invito / mi hanno detto che finisce male / se non vado pure io / al raduno generale / della grande festa nazionale!». Così cantava Edoardo Bennato, lanciando i suoi strali contro la partitocrazia, nella prima repubblica, dove i partiti, di governo come di opposizione, funzionavano da agenzie di collocamento, garantendo un posto di lavoro ai propri tesserati, quando non carriere e posti di potere. Possiamo immaginare come poteva essere la situazione corrispettiva nella Cecoslovacchia sovietica, e addirittura nel clima torbido della restaurazione dopo la fine della Primavera di Praga. È quello che racconta la regista ceca Beata Parkanová in The Word (il titolo originale è Slovo), presentato nella Crystal Globe Competition del 56o Karlovy Vary International Film Festival.

La regista racconta quei drammatici eventi della storia, senza mai citarli direttamente, se non per vaghe allusioni, concentrando l’azione in una località decentrata e sulle conseguenze che qui arrivano della restaurazione del potere filosovietico. Beata Parkanová rimane nel vago e al contempo si potrebbe pensare che la figura del notaio Václav Vojíř sia una figura reale. In effetti il personaggio è ricalcato sui ricordi della regista e su suoi progenitori. Nella prima inquadratura abbiamo in primo piano il volto del protagonista, uomo dignitoso e retto, accompagnato dal rumore fastidioso della battitura della macchina da scrivere della segretaria del suo studio notarile. E qui abbiamo un’indicazione, all’interno di un film senza didascalie o voci off, che il film è collocato nel passato, prima dell’avvento dei personal computer. Václav è impegnato a districare una difficile pratica testamentaria, a mettere d’accordo gli eredi, mostrando già le sue doti salomoniche. Riceve, nel mezzo della sua attività, due emissari del Partito che torneranno a trovarlo nel corso del film. Magnificano il nuovo corso del Partito, per superare la stagnazione degli anni Cinquanta. Sostengono che gli eventi del 1968 siano stati necessari nell’interesse del socialismo. E cercano di convincere Václav (il nome è lo stesso di Havel ma forse si tratta di un nome diffuso) a iscriversi al Partito. Gli rinfacciano di aver potuto fare quello che ha fatto, aprire il suo studio notarile, solo perché loro «lo hanno permesso». Alcune figure nel film si tessereranno al Partito, ancorché non comunisti, ma perché altrimenti verranno tagliati fuori.

Beata Parkanová racconta quegli anni della restaurazione sovietica attraverso episodi successivi della vita di Václav e famiglia, moglie, figli e amici, dove si capisce la piega che il paese sta prendendo. Lo racconta dando valore, godardianamente, al modo di mettere la macchina da presa, secondo una precisione meticolosa. Non ci sono movimenti di macchina. E questa scelta stilistica è esibita nella scena in cui la moglie Věra scende per una stradina innevata in pendio, sullo slittino con il figlio. La mdp è posta sullo slittino stesso, mantenendo fisso il quadro, i volti in primo piano, con quello di lei turbato, e il paesaggio che scorre. Assolutamente geometriche anche tutte le scene nello studio notarile. Quando Václav incontra i due funzionari di partito, si siede, e fa sedere loro, in posti diversi rispetto a quelli, le sedie dalle parti opposte della scrivania, usati per ricevere i clienti. La differenza, nell’ultimo incontro, è sottolineata proprio dall’inquadratura iniziale dalla sedia vuota della scrivania, da cui si vedono i protagonisti da lontano. Questa scena è particolarmente oscura, buia per sottolineare la cupezza che stanno prendendo gli eventi. Ogni episodio finisce con delle immagini fotografiche relative a quello che è successo. Punti di vista diversi dalle inquadrature, immagini dalla consistenza non cinematografica, come fossero delle istantanee scattate dai personaggi. La composizione delle immagini, il formalismo delle inquadrature rispecchiano il formalismo di una società che è come una gabbia (vedi anche la scena finale), dove non si può sgarrare o trasgredire, come fa anche Věra quando viola le disposizioni dell’ospedale. Un mondo dove tutto è incasellato e incanalato in regole, esposte da funzionari dai modi gentili.

Info
The Word sul sito di Karlovy Vary.

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