Le voci sole

Andrea Brusa e Marco Scotuzzi esordiscono alla regia con Le voci sole, e ridanno vita nell’immaginario cinematografico italiano all’alienazione, al proletariato, all’isolamento non solo come condizione “pandemica” ma come risultato sociale di un mondo oramai sfaldato e frammentato. In un dramma in interni i due registi hanno anche la brillante intuizione di affidarsi a un comico come Giovanni Storti per il ruolo del protagonista. Il cinema indipendente italiano ha ancora vita, forse.

La solitudine dell’operaio

Giovanni è un operaio specializzato costretto ad abbandonare l’Italia, e la sua famiglia, per andare a lavorare in Polonia. Un video in cui la moglie gli insegna a distanza a preparare il sugo diventa virale online, ma non saranno tutte rose… [sinossi]

È un peccato che Medusa, la casa di distribuzione de Le voci sole, abbia creduto solo relativamente nell’esordio alla regia di Andrea Brusa e Marco Scotuzzi limitando l’uscita in sala a soli tre giorni – a inizio luglio, poi! – e a una sessantina di schermi. Un peccato non solo per la qualità del film, ma anche perché un’opera che non può contare su una reazione pavloviana nello spettatore (un dramma sull’alienazione e la solitudine nel mondo operaio, non proprio il soggetto più “estivo” possibile e immaginabile) dovrebbe avere il diritto di poter lavorare sottotraccia, invitando il pubblico refrattario ad avvicinarsi poco per volta, magari attraverso il passaparola. Sì, perché è del tutto plausibile che i pochi spettatori che tra lunedì 4 luglio e mercoledì 6 luglio si recheranno in sala, magari attratti dalla presenza in scena di Giovanni Storti – qui però in un ruolo assai distante dagli sketch di cui fu ed è protagonista insieme ad Aldo Baglio e Giacomo Poretti –, usciranno dalla proiezione con la convinzione di consigliare la visione ad amici, parenti, e vicini. Peccato che tale consiglio andrà in conflitto con il tempo, e già da domani Le voci sole sarà solo un ricordo, o un titolo da segnare nell’archivio storico dei film che hanno ottenuto un’uscita in sala. Allargando la visuale da Le voci sole all’intero cinema italiano dell’ultimo anno non si può non scorgere un errore di strategia, o forse una qualche forma di cecità: il prodotto nazionale meno roboante, meno appetibile sotto il profilo puramente commerciale, dovrebbe essere difeso con maggior forza, proprio per metterlo in condizioni di ripagare almeno in parte lo sforzo produttivo. Ma all’interno di un sistema-cinema in cui ciò che viene prodotto in gran parte ha già “ripagato” gli investitori prima della data di distribuzione, l’opera cinematografica diventa un orpello non indispensabile, o per meglio dire sul quale non conviene concentrare eccessive energie. Per film come quello di Brusa e Scotuzzi non c’è quasi più battage pubblicitario, non si prova in alcun modo a dialogare con un eventuale pubblico che in tutta risposta si fa sempre più pigro, disattento, tenendosi anche a debita distanza dalle sale. Ecco dunque che Le voci sole diventa suo malgrado un titolo a suo modo paradigmatico dell’enorme problema culturale e produttivo che ha il cinema italiano nell’interezza della sua filiera.

E sì che l’impronta non propriamente consona rispetto al panorama produttivo medio i due registi trentanovenni la palesano fin dall’incipit. Il paesaggio su cui si apre Le voci sole è infatti quello di una fornace, anticamera dell’inferno proletario con le sue fiamme: un inferno lavorativo che per Giovanni si fa duplice, visto che non può neanche svolgerlo a casa sua ma deve trasferirsi in Polonia mentre la moglie e il figlio rimangono in Italia. Lo sfaldamento di una società parte dalla disgregazione dei nuclei affettivi, dall’impossibilità di un ricongiungimento, se non attraverso apparecchiature elettroniche. Nato ben prima della diffusione del virus noto come SARS-CoV-2, Le voci sole si trova in modo del tutto naturale a raccontare l’isolamento e l’alienazione, perché nel mondo del lavoro – che il cinema italiano ha scelto criminosamente di non rappresentare negli ultimi due decenni, eccezion fatta per poche sparute eccezioni – è una realtà esistente da ben prima della pandemia. Brusa, che è anche l’autore della sceneggiatura, sceglie di limitare i personaggi a tre (l’operaio Giovanni, la di lui consorte Rita, e il loro figlio) e di muoversi nella stessa direzione per gli interni. Non c’è spazio per il mondo esterno, nel film, e tutto ciò che accade al di fuori dei due appartamenti e della fabbrica in cui lavora Giovanni può essere al massimo riportato: un modo per sopperire a evidenti deficit del budget? Probabile, ma Brusa e Scotuzzi tramutano la necessità in virtù, costruendo uno spazio incubale, asfissiante, dal quale non sembra poterci essere possibilità di fuga, se non nel rapporto affettivo, attraverso l’amore. Operano per di più di straniamento, facendo cozzare le immagini del lavoro in fabbrica con le discussioni a distanza tra Giovanni e Rita. “Voglio odorare il sapore celeste del ferro | Voglio vedere il profumo sanguigno del fuoco” intonava Giovanni Lindo Ferretti con i CCCP – Fedeli alla linea all’epoca di A ja ljublju SSSR, e quella in qualche modo sembra la direzione intrapresa ne Le voci sole: anche Brusa e Scotuzzi paiono affermare “onoro il braccio che muove il telaio, onoro la forza che muove l’acciaio”, mettendo a paragone il granitico universo operaio con la gloria effimera del web, dove si può diventare eroi popolari per una ricetta culinaria per poi essere dimenticati in fretta e furia dalla sera alla mattina. E se il racconto morale può apparire troppo semplice, o forse troppo poco stratificato, a sopperire all’eventuale mancanza – che è però frutto di una scelta di nettezza estrema da parte degli autori – provvedono le interpretazioni profondamente umane di Storti e Alessandra Faiella. Interessante in tal senso il ricorso a due attori noti per la loro verve comica per raccontare una storia a suo modo estremamente cupa, e per niente conciliatoria. Una sfida vinta, come quella di un cinema che non si piega alla prassi e sceglie, noncurante dei rischi, la propria via. Sarebbe auspicabile che qualcuno garantisse anche al film la possibilità di essere visto, ma questa è un’altra (triste) storia.

Info
Le voci sole, il trailer.

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