Quanno chiove

Quanno chiove

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Quanno chiove, racconto tripartito di affetti, illusioni, e memorie che pesano come macigni, è l’esordio alla regia di Mino Capuano: un film costruito nel tempo, e che in qualche modo ne riflette gli umori, tentativo di riallacciarsi a un minimalismo dei gesti, ma anche dei sentimenti, che è proprio della produzione giapponese. Unico titolo ancora inedito ospitato in “Bimbi Belli”, la tradizionale rassegna che Nanni Moretti e il Nuovo Sacher dedicano alle opere prime.

Quando d’inverno al mio cuor si stringeva, come pioveva

Sotto la stessa pioggia, un figlio che sta lasciando suo padre, tre fratelli lontani, una coppia che si è persa: storie di relazioni sul tempo che passa. [sinossi]

“Bimbi Belli”, così si intitola la rassegna che oramai da quindici edizioni Nanni Moretti dedica agli esordi dell’anno nella produzione nazionale ospitandoli sullo schermo del Nuovo Sacher, nello spazio dell’arena, a meno che non piova. Senza voler svolgere la funzione di uccello del malaugurio sarebbe in qualche modo filologico se durante la proiezione dell’opera prima di Mino Capuano si udisse qualche tuono e iniziasse a scendere la pioggia: certo, sarebbe necessario riparare al chiuso per continuare la proiezione, ma Quanno chiove (questo il titolo del film) riecheggerebbe il suo senso più intimo, profondo, silente. Se il titolo fa infatti tornare la mente a Pino Daniele (“E aspiette che chiove, l’acqua te ‘nfonne e va, tanto l’aria s’adda cagna. Ma po’ quanno chiove l’acqua te ‘nfonne e va, tanto l’aria s’adda cagna”) con la sua umbratile percezione dell’umano, dell’andirivieni dei sentimenti, della perdizione di sé nei confronti dell’altro, Capuano compone un poemetto in tre versi, e fa in modo che piovano le immagini. Immagini che piovono non tanto nella loro epidermica rappresentazione dell’acquazzone, su cui il film si apre e si chiude, e che torna a più riprese, ma nella solitudine quasi insondabile dei suoi protagonisti. Come stesse mettendo in scena le variabili del ciclo dell’acqua, Capuano passa dalla pioggerella all’acquazzone, dal temporale alla burrasca, dall’acquerugiola all’annaffiata; lo fa per seguire il saliscendi emotivo dei suoi personaggi, persi nella loro incapacità di relazionarsi con il mondo, e ancor più col tempo. Persi nella memoria, di se stessi e di ciò che più non è, o forse più non sarà.

Quanno chiove, che è l’unico film inedito a far parte della quindicesima edizione di “Bimbi Belli” (gli altri sono tutti usciti in sala, da Re Granchio a Californie, da Piccolo corpo a Maternal, da Il legionario a Settembre), non può che ragionare sul tempo, perché sul tempo, sulla sua percezione e sul modo in cui interviene nelle cose umane è letteralmente costruito. La tripartizione del racconto, segmentato in tre parti del tutto distinte tra loro, è il frutto di una produzione che si è sviluppata nel corso degli anni. A’mbriana, Appocundria, e Alleria, questi i titoli dal vago sentore misterico che rimandano ancora a Pino Daniele e in generale ovviamente al “sentire” napoletano nel suo complesso – Capuano è originario di Marcianise, in provincia di Caserta –, che rappresentano con la loro stessa esistenza il percorso di formazione del giovane regista, ancora alle prese con una autoproduzione dura e pura all’inizio per poi costruire un set che abbia il sentore del “lavoro” durante l’esperienza da studente al Centro Sperimentale di Cinematografia. Così come all’interno del film sembra articolarsi un discorso sulle età della vita e le loro inevitabile e congenite nostalgie (c’è il giovane Cris che deve trasferirsi a Milano “abbandonando” così il padre; i fratelli Mimmo, Desio, e Diego impegnati nel tentativo di vendere la casa di famiglia; Margherita e Sombrero che si ritrovano dopo trent’anni e ricordano l’amore che vissero insieme), allo stesso modo si ha la netta percezione che la consapevolezza della messa in scena di Capuano sia mutata nel corso del tempo, levigata forse dalla pioggia che incessante colpisce tutti o che arriva “dopo tre mesi di siccità”. Capuano “cresce” insieme alle sue storie, ne comprende progressivamente il senso con maggiore accuratezza, sceglie traiettorie di regia sempre più nette, quasi stesse radicalizzando il proprio sguardo, alla ricerca dell’inquadratura che sappia condensare al proprio interno tanto la tensione verso il futuro quanto il ricordo fuggevole e dolcemente dolorosissimo della perdita del passato.

In questa discrasia trova il suo elemento di maggiore interesse Quanno chiove, in una regia che vuole essere sentimentale ma allo stesso tempo preferisce tenersi in disparte, quasi come i suoi personaggi, in una ricerca del quadro che si distacca completamente dalla vitalità pur melanconica partenopea per muoversi verso il nitore giapponese: Capuano guarda, con i dovuti distinguo, a Hirokazu Kore-eda, il suo film trova il raro punto d’incontro tra le “lacrime napulitane” e lo shomingeki di cui furono maestri Yasujirō Shimazu, Mikio Naruse, Keisuke Kinoshita, e ovviamente Yasujirō Ozu. Per trovare la verità intima delle tre storie che racconta il giovane cineasta ricorre poi alla forzatura del vero, inserendo lacerti di autentici home video diretti da lui stesso nel corso degli anni o appartenenti alla memoria reale di alcuni dei suoi attori: ne viene fuori non solo un fertile discorso tra realtà e finzione, ma soprattutto una dialettica incessante tra passato e presente, con l’immortalità immateriale dell’immagine a fungere da elemento centrale, inevitabile e ineluttabile. Non è dopotutto il cinema stesso, nel momento in cui finisce il set, il simulacro di un tempo evanescente e persistente allo stesso tempo nella memoria? Quanno chiove è il racconto di un divenire adulto dell’immagine che non sa e non vuole rinunciare alla memoria della propria inconsapevolezza, mentre fuori – nell’eterno presente – il cielo si adombra e rimbombano i tuoni.

Info
La colonna sonora di Quanno chiove.

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