A Tale of Filipino Violence

A Tale of Filipino Violence

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Presentato in concorso al FIDMarseille 2022, A Tale of Filipino Violence è la nuova opera di Lav Diaz, che, adattando un romanzo dello scrittore filippino Ricky Lee, torna al formato fluviale delle sue opere classiche, e ci riporta all’epoca della legge marziale del dittatore Marcos. Una saga famigliare, come il controcampo, di ambientazione borghese, di Evolution of a Filipino Family, che esce proprio nel momento in cui il potere nel paese assume connotazioni dinastiche, con la vittoria elettorale del figlio di Marcos.

Zucchero amaro

Filippine, 1974: il regime di Marcos diventa sempre più oppressivo, con l’imposizione della legge marziale di due anni prima. L’anziano Servando Monzon III, erede di un potente clan e titolare della sua hacienda famigliare nel campo dello zucchero, trascorre la fase finale della sua vita, allettato, gestendo la fase di successione in favore del nipote Bandong. [sinossi]

Paiono incomprensibili quelle politiche festivaliere per cui un autore che fino a poco tempo fa tutti si contendevano, perda improvvisamente il suo glamour e venga ignorato dalle grandi manifestazioni dove fino a ieri era accolto con tutti gli onori. Stiamo parlando di Lav Diaz, regista filippino che ha inanellato, in un tempo velocissimo i massimi riconoscimenti a Locarno, Berlino e Venezia, e che ora presenta la sua ultima opera al FIDMarseille, manifestazione di grande valore ma che non rientra tra quelle considerate, per motivi di budget, di serie A. Grande merito del festival del Sud della Francia, dove peraltro il regista filippino è di casa, avendo lì tenuto in passato masterclass, ed essendo stato presidente di giuria. Si può pensare alla difficoltà di trovare degli slot adeguati alle proverbiali durate chilometriche del regista, ma questo in passato non ha mai rappresentato un ostacolo per programmare i film di Diaz. Si può percepire che, da quel film musical che spiazzò non poco, Season of the Devil, l’autore venga considerato in fase calante. Eppure quest’ultimo A Tale of Filipino Violence riprende perfettamente quello stile e quelle caratteristiche dei riconosciuti capolavori di Diaz. E poi, quanti autori davvero ormai bolliti, sono sempre corteggiati dai festival solo in virtù della loro riconosciuta nomea? L’elenco sarebbe lungo. Ma il prolifico regista filippino ha già sfornato un’altra opera, When the Waves Are Gone, questa volta presa nella prossima Venezia fuori concorso. Sarà un’inversione di tendenza?

A Tale of Filipino Violence (il titolo in lingua originale tagalog è Isang Salaysay ng Karahasang Pilipino) nasce dalla collaborazione con il grande scrittore nazionale Ricky Lee, che peraltro è stato messo in carcere durante la legge marziale, amato da Lav Diaz e parte anche della storia del cinema filippino, attivo anche come sceneggiatore che ha collaborato anche con Lino Brocka e Ishmael Bernal. Il film è un adattamento di un romanzo dello scrittore, dal titolo Servando Magdamag, che Lee in persona ha riscritto come sceneggiatura e consegnato a Lav Diaz. L’operazione nasce su proposta di un canale televisivo, per cui A Tale of Filipino Violence sarà riproposto suddiviso in puntate. Il film viene definito nei titoli di testa – con una suggestione che ricorda il photo-roman come era definito La jetée – quale una “sine-nobela”, un cine-romanzo, ma il termine ricorda anche il popolare genere della telenovela, con cui il film di Diaz condivide la classica ambientazione in un aristocratico mondo dorato di cui emergono vizi e corruzione. Alla fine comunque l’operazione porta dritta alla forma classica del cinema dell’autore filippino, con una durata fiume, qui siamo a 434 minuti, e con uno svolgimento narrativo dal respiro di un grande romanzo, come quelli della letteratura russa tanto amati dal regista, ma anche con quegli svelamenti a sorpresa, con quei fili narrativi che si scoprono di puntata in puntata, tipici del classico feuilleton, degli sceneggiati e appunto delle soap.

Con A Tale of Filipino Violence Lav Diaz torna all’epicentro del male, il periodo della legge marziale istituita dal dittatore Marcos, più volte trattata dai suoi film. Possiamo considerare quest’ultima opera del regista come un controcampo del suo classico Evolution of a Filipino Family, laddove la storia del paese è filtrata attraverso l’epopea di una famiglia potente e imprenditoriale, i Monzon, come i Berlinghieri di Novecento, i padroni, anziché i contadini del film precedente, i Dalcò proseguendo il parallelismo con Bertolucci. Sono tanto aristocratici, i Monzon, da numerare ogni membro della linea di successione, come si fa nelle famiglie reali. Nel momento in cui si svolge il film sta morendo l’anziano numero 3, Servando Monzon, che lascerà lo scettro al rampollo, Bandong, il numero 6: le cifre mancanti stanno a indicare un terribile segreto. E risalendo al numero 1 si arriva all’origine stessa della colonizzazione, nel Cinquecento. A suo modo Bandong, l’Alfredo Berlinghieri, è portatore di un capitalismo dal volto umano. Rifiuta e capisce le storture del sistema e dà retta fino a un certo punto alle raccomandazioni opportunistiche del numero 3, che gli raccomanda di andare d’accordo con tutti, da Marcos ai ribelli. Una delle tante figure secondarie del film, quella di Delio Hermano, fratello di Belinda, moglie, di famiglia contadina, di Bandong Servando Monzon VI. Come in una narrazione vernacolalare ai contadini Delio, che farà presto una brutta fine, evoca un arcadico passato, una popolazione che viveva nella sua originaria essenza malese, che non conosceva la proprietà privata e il capitalismo, concetti propri della contaminazione coloniale, delle culture spurie portate dagli spagnoli, dal Cristianesimo così come dall’Islamismo. Lav Diaz distilla così la storia filippina, e, dopo oltre sette ore di film, fornisce un quadro impietoso, anche sociale ed economico, della dittatura di Marcos. Ha messo a gestire la sua riforma agraria dei grandi proprietari terrieri a lui vicini, che ovviamente facevano i propri interessi, mentre lo zucchero veniva destinato al mercato internazionale, leggi americano, lasciandone senza la gente comune delle Filippine.

Nel momento stesso in cui siede alla carica presidenziale nelle Filippine nientemeno che il figlio del grande despota, Lav Diaz esce con un film sulla successione dinastica del potere, laddove la famiglia Monzon incarna quell’incubo senza fine, espressione che torna nel film, che pervade la storia dell’arcipelago. Ma c’è anche una forte irrisione di questa presunta purezza nobiliare che la famiglia di imprenditori dello zucchero vorrebbe assegnarsi. La linea di sangue è contaminata, imbastardita, dallo stupro etnico degli occupanti giapponesi della Seconda guerra mondiale, come si viene a scoprire. Un’ulteriore stupro coloniale, dopo quello degli Spagnoli. Servando Monzon III, in fin di vita, che incarna lo spirito originario della famiglia, è stato a sua volta uno stupratore e un molestatore. La famiglia Monzon è una famiglia di stupratori stuprati. C’è poi anche un membro della famiglia, inferma, malata mentalmente, una nuova Florentina Hubaldo, un personaggio tipico del cinema del regista filippino. Si tratta di Tiya Dencia che, nella sua follia, è depositaria di verità, conservando i segreti più inconfessabili del clan. Questa donna diventa così portatrice di una linea narrativa interna che mette in discussione quella ufficiale. Uno dei tanti punti di vista narrativi interni, di cui il cinema di Diaz è sempre stato costellato.

Anche in A Tale of Filipino Violence, in oltre sette ore, il regista dispiega tutta una serie di personaggi secondari. C’è il capitano Leon Adres, braccio armato del potere di Marcos, che ha, con i suoi miliziani, libero accesso alle proprietà della hacienda Monzon. Un capo militare contemporaneamente molto affettuoso con il suo cagnolino quanto spietato mentre tortura i prigionieri. Torture che ci riportano alla parte finale di Death in the Land of Encantos. Ma anche A Tale of Filipino Violence inizia con un momento di violenza inaudita, a opera del villain Hector Maniquis che uccide il padre, accusato di stupri e altre nefandezze, murandolo vivo e declamando brani dalla Bibbia. La scena fa uso di quel real time tipico di Diaz, mentre Hector impasta la calce e poi mentre pone, uno per uno i mattoni. Questa linea narrativa rimarrà in sospeso per ricongiungersi solo alla fine a quella principale, nella rivelazione che questo personaggio è il gemello, separato alla nascita, di Bandong, il suo doppelgänger che rimescola e relativizza il bene e il male. C’è poi il bizzarro predicatore, Kristo, ucciso dai tagliagole di Marcos perché, guarda caso, considerato un comunista e vicino ai ribelli (da ricordare Jesus the Revolutionary, uno dei primi film di Diaz). Ma soprattutto va annoverata la figura del filosofo di strada, senza nome, portatore interno di saggezza e di una visione superiore delle cose, per esempio quando parla di arroganza della conoscenza assimilata all’arroganza dell’ignoranza. Il filosofo che spesso si vede nella comunità dei ciechi, facile metafora del popolo filippino, nel non vedere ciò che accade ma anche nell’empatia e armonia che governano le loro relazioni umane.

Un flusso di cinema di oltre sette ore, di pura energia diaziana. Di immagini allegoriche, di quella violenza della natura che accompagna la violenza dell’uomo. Dei conflitti materici negli inserti onirici ricorrenti: l’incendio della baracca e Bandong alla deriva su una zattera sotto la pioggia incessante. Gli alberi isolati portatori dell’anima del paesaggio. Gli spazi che tornano come il bar, simbolo della cultura occidentale, contrapposto alla natura, dove campeggiano i poster di Jimi Hendrix e dei Beatles. E di John Lennon, caro a Diaz, si citerà anche la strofa «Give Peace a chance». Lav Diaz è capace di usare composizioni delle immagini di estrema complessità come quella in cui si vede Tiya Dencia per la prima volta. Una complessità alla Velázquez: la donna seduta guarda la sua immagine allo specchio e accanto al suo volto riflesso un’immagine terziaria (che si vede solo allo specchio) del quadretto che ritrae una donna, probabilmente Dolores. Quadretto che paradossalmente dovrebbe combaciare, o essere contiguo, alla posizione della mdp. E accanto a questa costruzione una grande finestra si apre sul paesaggio naturale. All’estremo opposto immagini scarnificate come quella di Belinda che, in ospedale, piange il bambino nato morto: la donna afferra un fagotto di stracci su una semplice parete bianca. E poi ancora le canzoni, di Belinda, portatrice di una dimensione musicale interna come quella narrativa di Tiya Dencia, sempre diegetiche e senza musica, a contrappuntare la narrazione. Tanto si potrebbe dire anche sull’aspetto sonoro del film, dal quel rumore sporco di fondo che lo permea, al bilinguismo su cui è costruito, tra inglese e tagalog. La lingua occidentale è propria, con molte sfumature, delle persone colte, o di potere, ma in inglese sono scritti anche i dieci comandamenti nella chiesa. E Lav Diaz torna ancora, come in altri film, a esprimere una posizione teorica sul cinema. Un doppio manifesto accosta due poster cinematografici. Sulla sinistra campeggia quello di Bagsik at kamandag ni Pedro Penduko, parte di una saga ripresa da un popolare supereroe dei fumetti la cui figura, in questo manifesto, ricorda molto Bruce Lee. Sulla destra invece è il film Merletto di mezzanotte (Midnight Lace), un noir americano del 1960 diretto da David Miller con Doris Day. Lav Diaz preferisce il secondo film, lo sceglie con tre movimenti di macchina consecutivi che finiscono sul manifesto di destra. La cultura e l’arte, anche di opere di serie B, sono dimensioni fluide e travalicano l’ottica politica patriottica con cui Lav Diaz racconta la storia del suo popolo.

Info
A Tale of Filipino Violence sul sito del FID.

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