Nope

Tra i nomi più quotati e attesi dell’arthouse horror contemporaneo, Jordan Peele inanella dopo Get Out e Us la terza spiazzante discesa (o ascesa…) agli inferi, intrecciando questa volta anche fantascienza e western. Intessuto di riferimenti alla storia del cinema, allo showbiz, all’immaginario collettivo e al rapporto tra realtà e finzione, Nope è un blockbuster densissimo, evidentemente atipico, soprattutto in questa fase così avara di idee dell’industria hollywoodiana.

Tickle Me Elmo

1998. Sul set della sitcom Gordy’s Home, lo scimpanzé protagonista attacca e uccide quasi tutti i membri del cast. Solo l’attore più giovane, Ricky “Jupe” Park, rimane illeso. Tornato tranquillo, mentre sta tendendo amichevolmente la zampa a Ricky, lo scimpanzé viene abbattuto dai colpi della polizia. Oggi: dopo la morte del padre, i figli OJ e Em Haywood cercano di tenere a galla l’attività del ranch, un allevamento di cavalli addestrati per lavorare nel mondo dello spettacolo… [sinossi]
And I will cast abominable filth upon thee,
and make thee vile,
and will set thee as a spectacle.
– Libro di Naum, Capitolo 3, Versetto 6.

Si muove su più piani Nope, blockbuster dichiaratamente estivo, eppure dall’evidente connotazione autoriale. Direzioni apparentemente opposte, persino inconciliabili, come ad esempio capita (quasi sempre) anche all’accostamento tra fantascienza e western, stimolante più sulla carta che nella pratica. Insomma, guarda verso l’alto Jordan Peele, con una consapevolezza davvero sorprendente: novello Icaro dell’arthouse horror, il regista, sceneggiatore e produttore statunitense sembra saper prendere dei rischi calcolati al millimetro, giusto un alito di vento prima del precipizio. Si pensi, ad esempio, a tutta la prima parte, che regala un sussulto iniziale per poi dipanarsi soprattutto tra parole e caratterizzazione psicologica: un rischio abnorme per una pellicola (già, proprio pellicola) che punta al box office. In questo senso, però, Peele può contare sulla pazienza spettatoriale, dilatata dai successi di Get Out e Us. Insomma, la platea sa che vale la pena aspettare…

Fantascienza e western, si è detto. Peele pesca a piene mani dalla storia del cinema, persino da prima. A suo modo, Nope è un nipotino sagace de Lo squalo e di Incontri ravvicinati del terzo tipo, ne recupera la spettacolarità ma anche la teoria, il gusto per la narrazione e l’utilizzo parco degli effetti speciali, con la tensione nutrita anche (e soprattutto) dal fuori campo. Nope è spielberghiano, è shyamalaiano, ma non basta. In linea con l’afflato politico di Get Out e Us, Peele scava fino ai prodromi della Settima Arte, e mette il grande pubblico di fronte a Sallie Gardner at a Gallop, aka The Horse in Motion, di Eadweard Muybridge: siamo nel 1878 e questo esperimento fotografico su un cavallo a galoppo rappresenta uno dei primi passi del cinema. Ma ancora non basta. Peele attira la nostra attenzione su quello che stiamo vedendo, un cavallo e un fantino, sui nomi che si sono tramandati (il regista, il cavallo), e sulle sabbie del tempo che hanno sepolto l’identità del misconosciuto cavallerizzo. Afroamericano, ovviamente. Dal 1878 al 1998 il passo non sembra breve, e nemmeno il contesto: con una serie di flashback che via via ci svelano tutto l’accaduto, Peele ci mette di fronte a un altro paradigma del mondo dello spettacolo, la singolare serie televisiva Gordy’s Home e lo scimpanzé protagonista. Lo sfruttamento dello showbiz nelle sue varie forme.

Con una mirabile serie di rovesciamenti di prospettiva, Peele costruisce pezzo dopo pezzo un film-mostro: infatti, Nope si nutre esattamente di quello che mette in scena, senza mascherare le proprie responsabilità. Gioca col fuoco Peele e gioca con le stesse regole del vero mostro gargantuesco, la società dello spettacolo. Armato inizialmente di un disco volante che avrebbe inorgoglito Ed Wood, Peele sembra essere cresciuto a pane, Spielberg e Debord, senza dimenticare altri maestri (tra i tanti, Carpenter) e altre bandiere – l’anima western di Nope deve molto anche a Non predicare… spara! (Buck and the Preacher, 1972) di Sidney Poitier, tra le pietre angolari dell’immaginario cinefilo e politico di Peele.
Deciso a domare il mostro, o quantomeno a non farsi divorare (sarebbe interessante, in questo senso, poter sondare la scelta di un personaggio di origine asiatica come Jupe), Peele agisce dall’interno e modella a proprio piacimento alcuni fatti reali. Se la storia di The Horse in Motion è comprensibilmente potenziata per agganciarsi al film e a determinate considerazioni socio-politiche, è il flashback di Gordy’s Home a tracciare i confini (im)morali di Nope: non è infatti difficile risalire al reale e tragico incidente dello scimpanzé Travis e alla sventurata sorte di Charla Nash, massacrata e sfigurata come la giovane attrice della fittizia sitcom Mary Jo Elliott. Conscio dei pericoli e delle contraddizioni dello sguardo, del semplice atto di guardare e del più complesso atto di mettere in scena, Peele pone l’accento sulla responsabilità individuale, sulla consapevolezza, sulla capacità di rapportarsi alla realtà e alla realtà filtrata\alterata\tradita dalle immagini. Non a caso, Nope è anche un manifesto tecnico-teorico, un compendio delle possibilità passate e attuali, dagli strumenti rudimentali (non solo Muybridge…) all’IMAX. Dal cinema ai video amatoriali, dalla pellicola al digitale, nuovamente alla pellicola. Banalmente, oggi come ieri, è la consapevolezza a guidarci tra la selva delle immagini.

Grazie anche al cristallino talento del direttore della fotografia Hoyte van Hoytema (Lasciami entrare, Interstellar, Dunkirk, Ad Astra), alle performance di Daniel Kaluuya (OJ) e Keke Palmer (Em), Nope è un notevole oggetto d’intrattenimento, un raro esempio di narrazione libera, distante dalla frenesia e approssimazione di tanti blockbuster contemporanei. Apparentemente senza timori, Peele mette insieme i cocci taglienti del sogno americano, gli abissi oscuri del mondo dello spettacolo, le diseguaglianze sociali e la disperata volontà di riscatto, la fantascienza degli anni Cinquanta (era dai tempi di Tremors che non si respiravano così pienamente quelle atmosfere), l’epicità del western e le sue diramazioni televisive da quattro soldi, l’horror autoriale e Il mago di Oz, le frenesie del consumismo e l’illusione dei verdi pascoli, il dualismo analogico\digitale e tutto quel che segue. Nope è The Twilight Zone all’ennesima potenza. È un film d’autore. È un blockbuster. È Jean Jacket contro Kid Sheriff. È la rivincita di Sidney Poitier e Harry Belafonte.

Info
Il trailer di Nope.

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