Tengo sueños eléctricos

Tengo sueños eléctricos

di

Presentato in concorso al 75 Locarno Film Festival, Tengo sueños eléctricos rappresenta l’esordio al lungometraggio della filmmaker costaricana Valentina Maurel. Una dimensione famigliare torbida, una violenza e una tensione soffuse dominano nella famiglia separata dei protagonisti, gatto compreso. La regista costruisce un film estremamente fisico sulla violenza tra le mura domestiche.

Cronaca famigliare

Eva non sopporta che la madre voglia ristrutturare la casa e sbarazzarsi del gatto, che dopo il divorzio è disorientato e urina ovunque. Eva vuole andare a vivere con il padre che, confuso come il gatto, sta vivendo una seconda adolescenza. Eva deve fare i conti con la rabbia che divora suo padre. E che ora sta attraversando anche lei. [sinossi]

Un paesaggio disordinato, strade caotiche, traffico irregolare e soprattutto un groviglio di cavi d’alta tensione che si ingarbugliano, disordinati. Questa è la prima visione, dall’automobile, di Tengo sueños eléctricos, esordio al lungometraggio della regista costaricana Valentina Maurel. La cittadina del Costa Rica, in cui si svolge il film, si presenta nella sua desolazione, che riflette la desolazione umana dei personaggi. Portatori di un’energia tellurica latente, di una nevrosi martellante che non possono essere tappate per sempre. Lo si vede subito quando il padre batte la testa sul muro del garage mentre la sorellina se la fa addosso. Ed è una mdp altrettanto nervosa che scruta le vicende famigliari.

Non di una famiglia popolare si tratta, come vorrebbe un facile stereotipo di realismo sociale, e questo Valentina Maurel lo fa capire dopo un po’. Il padre di Eva è un poeta che organizza dei cenacoli intellettuali nella loro casa, tra pittori, scultori, traduttori, dei workshop di poesia dove tra i partecipanti c’è chi indossa la t-shirt degli Iron Maiden. E parte rilevante delle presenze maschili che gravitano attorno all’adolescente Eva, è rappresentata proprio da un collega del padre che frequenta la casa. Persino il gatto nero, che non è immune a quella tensione che pervade l’ambiente famigliare e graffia la bambina più piccola, porta il nome di un poeta messicano. Sorellina capace peraltro di salutare con l’espressione giapponese ‘konnichiwa’. Come l’avrà imparata?

Valentina Maurel costruisce con Tengo sueños eléctricos un film estremamente fisico, che si gioca su corpi palpabili, sulle cure personali. Eva, attorno cui ruota il film, è mostrata spesso mentre si gratta, si tocca, oppure mentre si fa togliere la pelle desquamata per scottature. I graffi che non vanno via. La pipì che la sorellina si fa addosso e quella che il gatto fa ovunque. Fondamentale, per la ragazza, la conquista dell’intimità, di essere sola in una stanza con tutto il mondo fuori. Al contrario i suoi spazi di vita sono angusti e promiscui ed è facile che qualcuno apra la porta per sbaglio. Eva è come rinchiusa come nella gabbietta del gatto. Da qui non può che scaturire nervosismo. Anche con il padre l’intimità è inevitabile, e morbosa, nel vivere a stretto contatto. Quando lui va in un’agenzia immobiliare per la ricerca di una nuova casa, non si preoccupa che ci sia una cameretta per la figlia, degli spazi privati per la sua maturazione adolescenziale. E quando lei si concede con l’ospite chiude la porta per tenere fuori il gatto, uno sguardo indiscreto qualsiasi. Eva, tra quei vicoli con ragnatele di cavi della corrente, fa dei sogni elettrici, immagina di possedere un’energia diversa, nuova, galvanica. Qualcuno dice che quei sogni siano legati alla sessualità, altri negano questo aspetto.

Tutto porta dritto all’esplosione, i segnali sono sparsi in tutto il film. Inevitabile che esca il mostro, anticipato da quella metamorfosi nel freak show, da una bella donna a uno spaventoso gorilla. Ancora tutto, l’animalità, deve passare per il corpo, la pelle, la pelosità. Le percosse del padre sono un qualcosa che tutti si aspettavano. Basta vedere lo sguardo paradossalmente sereno di vittima e carnefice. Basta vedere come il secondo osservi la prima che chiama la polizia, senza cercare di impedirglielo, come se facesse parte di un copione già ampiamente scritto. E i poliziotti che ridono e scherzano tra di loro mentre portano via il padre, insensibili a un ennesimo episodio di violenza domestica. E poi quell’ultimo sguardo, in campo controcampo, tra padre e figlia. Sorridenti. Tengo sueños eléctricos vive di una continua oscillazione tra rabbia e affetto.

Info
Tengo sueños eléctricos sul sito di Locarno.

  • tengo-suenos-electricos-2022-valentina-maurel-02.jpg
  • tengo-suenos-electricos-2022-valentina-maurel-01.jpg
  • tengo-suenos-electricos-2022-valentina-maurel-03.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    75. Locarno Film Festival, presentato il programma

    È stato presentato oggi a Berna e a Bellinzona il programma del 75. Locarno Film Festival. La seconda edizione diretta da Giona A. Nazzaro conferma la linea di continuità con il passato pur proponendo sempre uno sguardo aperto a 360 gradi sulla contemporaneità.
  • Festival

    Locarno 2022

    Ricco come sempre il programma di Locarno 2022, settantacinquesima edizione del festival ticinese. Tra grandi autori e nuove scoperte, la solita attenzione ai mondi meno battuti della settima arte e al recupero di classici del passato (la sontuosa retrospettiva dedicata a Douglas Sirk).

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento