The Gift

The Gift

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Nel 2000, subito prima di volteggiare tra le ragnatele di Spider-Man, Sam Raimi mette in scena una sceneggiatura di Billy Bob Thornton e Tom Epperson, sorta di bizzarro ibrido tra le esigenze del gotico e l’ambientazione paludosa della Georgia. Ne viene fuori The Gift, fantasmatico viaggio nel cuore acquitrinoso dell’America, in cui anche il “dono” è una dannazione, e l’unica via d’uscita è la morte. Troppo oscuro per diventare un successo di pubblico, nonostante il ricchissimo cast: Cate Blanchett, Keanu Reeves, Hilary Swank, Greg Kinnear, Katie Holmes, e Giovanni Ribisi.

Le paludi della morte

Brixton, Georgia. Annie Wilson è una giovane vedova con tre figli piccoli, e si barcamena leggendo le carte ai concittadini, che la ripagano con doni materiali o piccole somme di denaro. In realtà Annie è davvero una veggente, e le sue visioni di ciò che accadrà nel futuro la provano ogni volta mentalmente e fisicamente. Un giorno viene diffusa la notizia della scomparsa di una ragazza della parte altolocata della cittadina… [sinossi]

A cavallo tra la fine del millennio e l’inizio del successivo il cuore nero dell’America, punto focale di un’ampia letteratura – scritta, filmata, cantata, dipinta – sugli Stati Uniti, venne narrato spingendosi con una certa continuità in direzione del sovrannaturale. Un’eredità senza dubbio del grande successo televisivo che a inizio decennio aveva accompagnato la programmazione prima di Twin Peaks e in seguito di X-Files, e che connaturò una riscrittura seppur parziale dei dogmi del thriller canonico, in una discesa verso l’onirismo che in profondità raffigurava il ritorno all’orrore come elemento di discussione sulla psiche umana, sulla formazione del desiderio e dell’impulso alla sopraffazione. In tempi come quelli odierni, nei quali l’agenda mediatica prevede una standardizzazione schematica degli elementi interpretativi non può che apparire stonato, fuori tempo, o forse nelle letture più “morbide” bizzarro un film come The Gift, tassello criminosamente dimenticato all’interno dell’avventura cinematografica di Sam Raimi. Non che all’epoca i giudizi fossero più accorti: l’interpretazione critica più accreditata per The Gift parlò di un lavoro di medio cabotaggio, ispirato solo nelle sue digressioni visionarie, e per il resto affossato o comunque diminuito nell’impatto da una struttura troppo canonica della narrazione. Perché la sceneggiatura scritta a quattro mani da Billy Bob Thornton (che nel 1996 si era fatto notare, al di là delle qualità attoriali, per l’esordio alla regia Lama tagliente) e dal suo sodale Tom Epperson sembra a prima vista muoversi nel solco dell’usuale: c’è una protagonista con le sue fragilità che si trova di fronte a un caso da risolvere, nonostante lei non abbia nulla a che spartire con il mondo giuridico e poliziesco. Uno schema usurato, senza dubbio, ma che non deve trarre in inganno: anche se Raimi non ha alcuna intenzione di dirazzare, abbandonando la via maestra e il gioco del genere (il suo film immediatamente precedente, e altrettanto sottostimato, non si intitolava forse For Love of the Game?), la sua prospettiva non è tanto quella del caso criminale da risolvere, ma si articola attorno alla necessità di rimirarsi nello specchio scuro dell’anima, per comprendere paure e desideri. Lo specchio in cui si (ri)guarda Annie Wilson, cui presta forze e debolezze una eccellente Cate Blanchett (sul cast si tornerà rapidamente in chiusura di articolo) è la melma della palude della Georgia, Stato “redneck” per eccellenza, che può nascondere alligatori, ma anche cadaveri, e contiene i sogni/incubi di un intero popolo che vive ingabbiato in quell’illusione di libertà assoluta.

Ecco dunque che la collocazione geografica già ridisegna i confini del thriller, costringendolo in notti afose e nerissime dove ciò che si vede può essere illusorio, fantasmatico, privo di reale consistenza: una nonnina che torna dal passato a fornire consigli, un amico che interviene nel momento di massima difficoltà. Dov’è il vero, eccola la domanda che sembra porsi Raimi, in questo spazio liminare che, proprio come il deserto, può risultare la prima e più grande prigione (torna alla mente anche il discorso che il “mystery man” fa a Bill Pullman in Strade perdute, altro noir che sfrutta l’immateriale e il super-naturale per ridefinire il genere, pur sfruttandone in ogni frangente i passaggi topici)? Subito dopo il passaggio del logo montagnoso di Paramount – che il film l’ha distribuito in tutto il mondo, senza ottenere purtroppo un successo particolare – la macchina da presa fluttua sull’acqua delle paludi, come nell’incipit de La casa si muoveva tra gli alberi, nella boscaglia: è il cinema l’elemento del mistero, per Raimi (si pensi alla riscrittura che ne Il grande e potente Oz viene fatta del famoso romanzo di Lyman Frank Baum, in una chiave tutta cinematografica), e allo stesso è l’unica arma per svelare il mistero, che non è mai “semplicemente” la soluzione di un intreccio. Il paesaggio sudista, quei personaggi cracker a tutto tondo – il violentissimo e pericoloso Keanu Reeves, ma anche la sottomessa moglie interpretata da Hilary Swank, fresca di Oscar per Boys Don’t Cry di Kimberly Peirce –, non sono l’epicentro dello sguardo, ma servono con la loro immediata riconoscibilità ad aprire il fianco all’ectoplasma, a quella ghost story che si agita sottopelle, e che attraversa come un corpo immateriale questo viaggio nel gorgo dell’incubo americano, nel suo corpo putrido e centenario, nella sua abitudine di sopraffazione. Come sarà anche nei suoi tre capitoli dedicati a Spider-Man, che seguiranno immediatamente questo film (nell’autunno 2000, prima che il film esca in sala negli Stati Uniti, Raimi è già al lavoro sulla trasposizione cinematografica del supereroe Marvel), anche The Gift cela nelle sue viscere una riflessione sull’etica, sulla necessità di aggrapparsi alla morale in un mondo violento e spettacolare, che non ha più alcuna pietà del singolo, e della sua “intimità” psicologica e sentimentale. C’è la violenza di classe, in The Gift, quella di genere, c’è il razzismo, il disprezzo verso ciò che è considerato anormale; ed è quella la realtà.

L’immateriale, il soprannaturale, sono il dono che Annie ha ricevuto. Dono che è però anche dannazione, perché la conoscenza in un mondo così violento e immorale non può che divenire a sua volta violenta: ecco dunque che la giovane vedova, con il marito folgorato in un incidente che l’ha lasciata sola a crescere tre bimbetti, soffre fisicamente ogni volta che una visione – un’esperienza dunque non fisica – la investe, costringendola a scoprire ciò che accadrà, o è accaduto. Raimi ha la brillante intuizione di comprendere la necessità del gotico di farsi materia, e dunque incarnarsi in qualcosa di fisico per poter essere davvero compreso in ogni sua sfaccettatura nel mondo contemporaneo: è il vero l’elemento più pericoloso, non ciò che si agita nelle tenebre. In questo senso The Gift dialoga da vicino con un altro titolo hollywoodiano del 2000, lo splendido Le verità nascoste di Robert Zemeckis, dove quello che lo spettatore avverte come minaccia non è il vero pericolo, ma solo l’elemento che costringe ad aprire gli occhi sulla “verità”. In un mondo che si sta già digitalizzando, e che troverà nell’immateriale informatico il nuovo babau – ancor più dopo l’11 settembre 2001, quando anche l’immagine più sconvolgente e traumatica somiglierà al frutto di una postproduzione cinematografica –, Raimi (e Zemeckis) preferiscono invece continuare a confrontarsi con l’umano, con ciò che è “fisico”. Se i fantasmi possono fluttuare, imitati dalla macchina da presa – che è oggetto meccanico, non organico –, l’essere umano è schiacciato dalla gravità a terra, ma anche soffocato da una società iniqua, in cui il maschile soffoca con la sua presenza testosteronica la natura femminile (dettaglio che Raimi porta in scena senza alcuna sovrastruttura, dimostrando la superiorità dello sguardo rispetto al “tema”). Il cadavere della sbarazzina – e manipolatrice – Katie Holmes (ancora nel pieno della lavorazione di Dawson’s Creek, l’attrice viene qui utilizza per un ruolo antitetico a quello rivestito nella serie: un trattamento simile lo riceveranno i suoi colleghi James Van Der Beek ne Le regole dell’attrazione di Roger Avary, e Joshua Jackson in Cursed di Wes Craven) viene ancorato al fondale, altrimenti riemergerebbe. Il corporeo è un peso, il “vero” ha un peso. L’immateriale è la dannazione/salvazione, ma anche Annie in fin dei conti è prigioniera di uno spazio e di un tempo, così come la congregazione umana di cui fa parte, e che non sa sfuggire alla propria sete di sopraffazione.

Come anticipato, una breve digressione sul cast a mo’ di chiusura. Raramente una produzione di “genere” ha visto una composizione così corale, e allo stesso tempo ben assortita: tutti gli interpreti, a partire da Cate Blanchett fino ad arrivare a Keanu Reeves, Hilary Swank o Greg Kinnear, sono perfettamente in parte, ma una nota di merito va riservata a uno straordinario Giovanni Ribisi, forse l’ultimo dei caratteristi, in grado di donare una lucida – e a suo modo dolcissima – follia al personaggio di Buddy, deus ex machina materiale/ectoplasmatico, vero/immaginato del film.

Info
Il trailer di The Gift.

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