Athena

Athena

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Athena è la lettura che Romain Gavras dà degli infuocati rapporti tra istituzione e marginalità nella Francia di oggi, mettendo in scena – in un profluvio di droni, ralenti, e piani sequenza alla ricerca solo dello spettacolo – lo scontro tra gli abitanti di una banlieu e la polizia. Un lavoro debole narrativamente, discutibile esteticamente e politicamente ambiguo, in concorso alla Mostra di Venezia.

La polizia s’incazza

Dopo l’omicidio di un bambino in una banlieue per mano (a quanto sembra) della polizia, un gruppo di emarginati provenienti da quel quartiere ingaggia una lotta senza esclusioni di colpi con le forze dell’ordine che, in risposta, assedieranno il caseggiato in cui i rivoltosi sono asserragliati; a capo della battaglia uno dei fratelli del bambino ucciso… [sinossi]

Prende il nome della Dea della guerra Atena (dal greco, traslitterato, Athena), il titolo del terzo lungometraggio di finzione di Romain Gavras, figlio d’arte dell’assai più illustre regista di Z – L’orgia del potere (Costa-Gavras, naturalmente) e invitato misteriosamente in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. È la Dea della guerra, Atena, certo, ma anche delle arti e della saggezza anche se queste ultime due caratteristiche devono essere state totalmente dimenticate dal regista realizzando il film. Ambiziosissimo e tonitruante, Athena principia con un piano sequenza molto articolato che ci getta in medias res: Abdel (Dali Benssalah) è un poliziotto francese di origine algerina che sta spiegando, a nome delle forze dell’ordine, che la morte di un bambino in una banlieue non è stata opera dei gendarmi, come si va dicendo, cercando quindi di spegnere gli animi degli abitanti; una molotov incendierà invece la situazione e getterà tutto nello scompiglio. I rivoltosi delle periferie prendono mezzi blindati e armi e vanno ad asserragliarsi nei loro caseggiati, pronti a fare la guerra con i poliziotti. Il piano sequenza parte dal volto di Abdel, segue le molotov, la corsa nelle strade e si ferma con gli emarginati che urlano sul tetto del loro triste casemone. L’inquadratura si allarga e si allontana, la musica parte prepotente, pompatissima. Titolo di testa: Athena. Lo stile, urlato e coatto, è servito. Seguono altri tre piani sequenza, dotati di un esibito virtuosismo, in cui conosciamo il leader della rivolta Karim (Sami Slimane), fratello del bambino morto ma anche, capiremo, di Abdel, reo per Karim di essere diventato uno sbirro francese: Karim organizza le persone e con piglio sicuro inneggia alla resistenza mentre Abdel torna a casa per mandare via le donne e i bambini e cercare di far ragionare il congiunto. Un altro piano sequenza segue le gesta da piccolo criminale di un altro abitante del luogo, Moktar, che è fratellastro di Karim e Abdel ma a cui interessa solo mettere in salvo la droga che deve spacciare; infine un ultimo piano sequenza riguarda l’arrivo della Polizia a ridosso del palazzone di periferia, concentrandosi su un ragazzo che diventerà poi ostaggio dei rivoltosi. Il regista ha così messo in bella mostra le proprie abilità tecniche presentando i tre fratelli (uno poliziotto, uno leader della lotta, l’altro traffichino) e un povero giovane delle forze dell’ordine: tanto basta per poi procedere con qualche scena madre caoticamente a tinte forti anche perché, in realtà, nel film non c’è molto altro.

L’abisso delle ingiustizie sociali, delle disuguaglianze, la rabbia che viene da ragioni profonde, la vita delle banlieue, le cause dell’emarginazione, le possibilità concrete di imminenti rivolte, il rapporto con la città e l’alterità francese o borghese: tutto questo è ridotto da Gavras a una questione di doverosa vendetta (non vengono mostrate nel film, in fondo, altre ragioni oltre alla rabbia di Karim che dà il “la” alla battaglia) e di rapporti tra fratelli. Le origini greche della famiglia del regista forniscono un comodo appello alla tragedia (ma Romain è nato a Parigi, chiaramente), in particolare magari all’eschileo I sette contro Tebe, ma la verità è che il grosso dell’attenzione di Gavras è destinata al “buon risultato” registico o al passaggio fluido dei long take attraverso gli spazi. Non esistono motivazioni politiche, sociali, neppure veramente psicologiche, in questa orrenda “guerra” tra polizia e ribelli senza causa, senza senso, senza ragione, senza struttura, che non hanno una visione, un piano, una strategia, un’idea ma solo impulsi come fossero animali. Il caseggiato ospita immigrati che o spacciano o pregano in arabo o sono tornati da poco dalla Siria e sanno congegnare bombe e nei 97 minuti di film nessun personaggio è degno di questo “titolo” scorrendo tutto veloce, rapido, come se il regista dovesse girare un action con Steven Seagal. Karim e in seguito ancor di più Abdel reagiscono sempre d’istinto, mossi dai legami di sangue spezzati, con piglio belluino: a un capopopolo, al maschio alfa, al massimo se ne sostituisce un altro e non è che questi rivoltosi – a parte i fratelli, gli altri sono uomini-massa senza volto – siano molto intelligenti o abbiano idea di quel che stanno facendo. Certo, il loro esempio viene filmato e messo in rete per far scattare l’emulazione nelle altre periferie di Francia e portare al sovvertimento totale. Ma la storia che Gavras jr. ci racconta è, nella migliore delle ipotesi, politicamente insussistente, priva di analisi di qualsivoglia genere e ricoperta nevroticamente di movimenti e frenesie; nella peggiore delle ipotesi – quella che a un certo punto si teme e che puntualmente si avvera, rivelando il vero volto di Athena – il film è invece un monito sul pericolo della violenza aizzata da forze oscure “che nutrono l’ostilità e sanno che quando il dolore intimo è troppo grande, la violenza acceca il pensiero”. Queste, letteralmente, sono le parole del regista contenute nelle note di regia di un film in cui un gruppo di poveracci senza cervello, credendo a una diceria in seguito a un fatto di sangue, combinano un casino assurdo, oltretutto autodistruggendosi. Del resto, ci sono forse delle ragioni concrete per una rivolta in Occidente? E, anche ci fossero, mica crederemo che il potere possa in parte esserne connivente? Domande insensate, in ogni caso, perché il film non ha alcuno sguardo per le ragioni reali di una rivolta né per il potere costituito. “Dolore intimo”.

Prodotto e sceneggiato anche da Ladj Ly, il cui modesto I miserabili è in ogni caso di un altro livello, Athena è un film di una povertà concettuale disarmante ma ammantato di tanto rumore, tanta finta maestria, tante trovate visive (perché solo “trovate” possono essere definite immagini, anche suggestive, realizzate per far vedere che si sa far riflettere bene la luce delle molotov sugli scudi della polizia, arrivando a una bella panoramica). Un film che palesemente vuole scomodare la tragedia greca ma, appunto, non rilegge la storia di Eteocle e Polinice, non presenta nessuna Antigone e neppure nessun Creonte. E nessun coro, essendo sia gli abitanti della banlieue che i poliziotti degli aggregati informi, utili solo per girare scene d’azione con tante comparse: senza razionalità, senza ragioni, senza motivazioni, questa rivolta risulterà al fine sbagliata e, addirittura, pilotata dalle “forze del male”. L’ultimissima scena mette infatti una pietra tombale al senso di un film che non ha idea di cosa sia il disagio sociale né da dove derivino le sue profonde ragioni ma possiede la protervia di giudicarne gli effetti. Questi francesi immigrati non tanto integrati, un po’ spacciatori e teste calde, sono appunto, come lo stesso regista fa intendere, facili prede e strumenti di pericolosi facinorosi che mettono in crisi l’ordine e lo Stato. Inutile scomodare L’odio di Kassovitz, ancor più abissale pensare al modo con cui un conflitto attorno a temi “limitrofi” possa essere messo in scena con raffinatezza da un capolavoro come Niente da nascondere di Haneke: non ha senso appunto citare grandi film, giustamente premiati al Festival di Cannes. Meglio magari pensare a un film passato pochi anni fa in Concorso a Venezia come Nuevo orden di Michel Franco, lavoro non eccelso e dal significato molto problematico ma, almeno, con una prima sequenza notevolissima e che terminava con un’inquietante ritorno del Potere. L’isterico Athena non è problematico ma ideologicamente sconcertante: le masse subordinate, idiote, devono stare attente perché, mosse solo da istinti primari, rischiano di essere manipolate dai cattivi e mettere in discussione lo Stato con i suoi equilibri. E se hanno dei problemi, queste masse, e con quali dinamiche si sono creati, questi problemi… Non è una bella cosa ci mancherebbe ma di certo al regista, in questo film, non interessa. Meglio un bel drone su un caseggiato di poveri e un bel piano sequenza per giare una scena d’azione.

Info
Athena sul sito della Biennale.

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