Bones and All

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Bones and All, vale a dire “pasto completo”. Luca Guadagnino torna all’horror, ma rispetto alla livida Germania streghesca di fine anni Settanta vista in Suspiria gli Stati Uniti attraversati un decennio più tardi dai cannibali Taylor Russell e Timothée Chalamet sono bruciati dal sole. Teen-horror ben diretto e solido, Bones and All è un film “pulito”, forse un po’ prevedibile, con meno carne di quanta si osservi sullo schermo. In concorso alla Mostra di Venezia.

L’odore della carne

Maren è all’apparenza una adolescente come tutte le altre: va al liceo, suona il pianoforte, e viene invitata da un’amica a un pigiama party mentre i genitori sono fuori città. Ma l’apparenza può ingannare, e così Maren si ritrova a mordicchiare avidamente l’indice dell’amica, per poi darsi alla fuga… [sinossi]

“Non dire una preghiera per me adesso” gorgheggia Simon Le Bon un attimo prima che la dentatura di Maren si serri sull’indice della sua compagna di classe del liceo, durante un pigiama party; “Cammina in silenzio, non andartene in silenzio” gli fa eco più tardi in Bones and All Ian Curtis, quando oramai il viaggio è iniziato, e non c’è modo né di fermarlo né di capire davvero in quale direzione si sta muovendo. Luca Guadagnino torna in concorso alla Mostra di Venezia a quattro anni di distanza da Suspiria con un nuovo horror: se però nel 2018 si confrontava con un classico del cinema del terrore, e lo rileggeva incastonandolo nella Germania livida, grigia e terrorizzata di fine anni Settanta, qui si sposta un decennio più avanti, negli Stati Uniti della Reaganomics per raccontare la storia di Maren, che scopre adolescente di non essere proprio uguale a tutte le sue coetanee. Certo, prova gli stessi sentimenti, si può innamorare, può intimidirsi, può arrabbiarsi o spaventarsi, ma ha una peculiarità che la distingue da chiunque (o quasi): ama nutrirsi di corpi umani. Negli Stati Uniti che cannibalizzano il resto del mondo attraverso il Capitale una giovane cannibale si “accontenta” di bramare la carne altrui. Sarà il padre, che si dà nottetempo alla fuga abbandonandola di fatto al suo destino, a lasciarle in eredità la memoria sotto forma di audiocassetta nel walkman. Da qui principia il viaggio, a ritroso nel tempo per scoprire la propria radice, e in avanti nello spazio per attraversare quell’enorme corpo elettrico che sono gli Stati Uniti nella definizione di Allen Ginsberg – uno che di viaggi sulla strada ne ha fatti in abbondanza, come tutta la sua generazione. Bones and All è dunque il resoconto del viaggio di scoperta, della vita e della morte, di una ragazza alla ricerca della madre, portatrice di verità (anche le streghe cercavano la “madre”, a ben vedere). Non è casuale che in un paio di sequenze la si veda leggere Tolkien, che a sua volta di avventure in viaggio ne aveva orchestrate non poche, tanto ne Lo Hobbit quanto ne Il signore degli anelli. È una cerca anche quella di Maren, e il tesoro da raggiungere/distruggere è se stessa.

Guadagnino affronta questo coming-of-age sanguinolento con occhio attento, e lo accompagna con una regia morbida, vigile, sempre alla ricerca delle suggestioni: l’acqua di un lago, un tramonto, un paesaggio nello sterminato nulla del viaggio da est a ovest. Non sono però beat Maren e Lee, il ragazzo che ha incontrato e odorato riconoscendolo come suo pari: a insegnarle a riconoscere l’odore della carne è stato Sullivan detto Sully (o per meglio dire autoproclamato, visto che spesso parla in terza persona), un bizzarro e anziano “eater” che l’ha scovata alla stazione del bus, affamata e incapace di capire come placare quell’appetito. Nel suo percorso ai margini Guadagnino tratta i suoi personaggi come dropout, come tossici alla ricerca della dose giusta, quella che li farà stare bene per sempre (a quanto pare occorre fare un pasto completo per raggiungere tale estasi). Eppure in Bones and All, a parte il vagare costante che permette di attraversare gli Stati – e lasciarsi alle spalle eventuali cadaveri – non sembra esserci nessuna maturazione reale. Il percorso emotivo non segue quello fisico, e così è arduo appassionarsi davvero a due ragazzini che si amano e mangiano, e dribblano eventuali ostacoli sul percorso (come ad esempio due altri “eater”), senza però raggiungere mai davvero nulla. Si continua per l’intera visione a cercare il motivo fondante di un racconto come quello orchestrato in fase di sceneggiatura da David Kajganich – già al lavoro sul remake del film di Dario Argento – interrogando uno schermo che però, tolto il fascino di determinate sequenze, non sembra avere troppo da dire. Qual è questo desiderio della carne, questa fame atavica? Perché non prende realmente corpo, perché non diviene mai il centro del discorso? Si resta dunque in attesa di una risposta, ma come Maren di fronte alla madre non si può forse davvero sperare di ottenerla. Guadagnino sa bene come sedurre attraverso l’immagine, ma qui pare quasi disinteressarsi di ciò che dovrebbe davvero mettere a fuoco: perfino quella marginalità cui si faceva cenno dianzi non trova mai una sua definizione, così come l’amore tra Maren e Lee, che pure dovrebbe essere così pulsante da risultare eterno. In qualche misura, rimanendo nel linguaggio che i personaggi utilizzano nel corso della storia, è come se Guadagnino avesse promesso un “pasto completo” ma alla fine lasciasse gli spettatori solo con l’odore del cibo, e con un brontolio nello stomaco che si fa sempre più forte.

Non bastano le memorie che riaffiorano per costruire dei personaggi, e non basta il paesaggio abbacinante dell’America per affascinare e irretire fino in fondo lo sguardo. Sorprende però come Guadagnino possieda una regia in tutto e per tutto “americana”, e non si accontenti di fare l’europeo alla conquista di Hollywood: un dettaglio su cui sarà interessante tornare quando si potranno vedere le prossime opere del regista italiano. Tolto ciò ci si accontenta dunque della bella scoperta Taylor Russell, già intravista tra indie e mainstream – è anche la protagonista del dittico horror Escape Room, per esempio –, e in generale di un cast in ottima forma.

Info
Bones and All sul sito della Biennale.

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