I conquistatori

I conquistatori

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Primo western della carriera di Jacques Tourneur, I conquistatori (l’originale è Canyon Passage) segna anche l’incontro tra il regista e il technicolor. Ne deriva un’opera fiammeggiante, grazie anche alla splendida fotografia di Edward Cronjager, che si divincola dai temi cardine del genere per raccontare un’epoca, e una comunità in divenire. Tra i restauri di Venezia Classici.

Oregon State of Mind

Per Logan Stewart non è facile vivere a Jacksonville. C’è, da un lato, il pericolo di un attacco da parte dei nativi, dall’altro, la paura che uno dei suoi vicini lo uccida, infine, la consapevolezza che due donne lottano per il suo amore. [sinossi]

Nonostante l’onnicomprensiva retrospettiva locarnese del 2016 curata da Roberto Turigliatto e Rinaldo Censi abbia contribuito ad accendere di nuovo le luci sul cinema di Jacques Tourneur, la sua filmografia continua a rappresentare un mistero per buona parte del mondo cinefilo, in particolar modo quella anagraficamente più giovane. Così, se la trilogia prodotta da Val Lewton con la RKO (Il bacio della pantera, Ho camminato con uno zombi, L’uomo leopardo) è oramai letta alla stregua di un classico del cinema, e Le catene della colpa è considerato coram populo un punto di passaggio fondamentale all’interno dei percorsi del noir, così come la riscoperta seppur tardiva de La notte del demonio, il resto della carriera di Tourneur continua a essere una terra incognita, un luogo vergine ancora da scoprire. In tal senso è da accogliere con interesse e soddisfazione la scelta di Universal Pictures e The Film Foundation di Martin Scorsese di lavorare al restauro digitale di Canyon Passage, che in Italia divenne I conquistatori. All’interno della selezione di Venezia Classici, tra Teorema e Mes petites amoureuses, tra La farfalla sul mirino e The Black Cat, il popolo degli accreditati e i ventuno studenti di cinema scelti per far parte della giuria presieduta da Giulio Base (un’iniziativa che continua a generare molti dubbi: in base a quale criterio si può pensare di scegliere un “migliore” tra titoli così cruciali eppur distanti per produzione, momento storico, prospettive estetiche?) possono dunque incrociare lo sguardo con quello di Dana Andrews, qui impegnato nel ruolo del valente Logan Stuart e al primo incontro con il regista di origine francese che lo dirigerà un decennio più tardi nel già citato e straordinario La notte del demonio. I conquistatori, titolo roboante che non possiede però la capacità descrittiva e la “purezza” dell’originale Canyon Passage, è il primo dei sei western che Tourneur girerà nell’arco di un decennio, ed è interessante notare con quanta diffidenza la critica si sia sempre approcciata alla visione della wilderness da parte del regista.

Forse è proprio nello sguardo obliquo di Tourneur, che non affronta il genere rifugiandosi nei codici ma cerca al contrario traiettorie personali, che risiede questa forma di rimozione cinefila, e di distacco critico, che I conquistatori condivide con i successivi Stars in My Crown, Il grande gaucho, Il paradiso dei fuorilegge, Wichita, e L’alba del gran giorno. Già l’ambientazione de I conquistatori la dice lunga sulla distanza che il regista nato in Francia assume rispetto al western: la storia si sviluppa infatti in una piccola comunità dell’Oregon, in un’epoca in cui lo Stato è l’avamposto più selvaggio dell’ovest, al punto che non vi sono neanche strade da far percorrere alle diligenze. Così come il Colorado de L’alba del gran giorno, il Kansas di Wichita, e in modo ancora più evidente la pampa argentina de Il grande gaucho, anche l’Oregon è una terra periferica, lontana dalla prassi del western. Prassi che Tourneur sembra da principio voler seguire, con l’eroe – Dana Andrews – che nella città di Jacksonville, dove si è fermato a dormire, viene aggredito di notte da un suo compaesano che vorrebbe strappargli i 7000 dollari che ha appena ritirato in banca. Eppure già in quest’incipit si nota lo smarcamento dalle regole auree del western: l’ombra minacciosa di Honey Bragg, interpretato dal fordiano Ward Bond, si staglia sulla parete della camera come si fosse ancora negli horror prodotti da Val Lewton. In pochi hanno saputo utilizzare il colore nel western di quegli anni come fa Tourneur, accompagnato alla fotografia da quel Edward Cronjager che aveva già illuminato i western di William A. Wellman e King Vidor, e fotograferà anche l’affascinante e dimenticato All’alba giunse la donna di John Sturges: i rossi accesi, i contrasti forti, le foglie autunnali dietro le quali cerca inutilmente di nascondersi Bragg in fuga tanto dai concittadini che dai nativi, quell’erba verde che riluce durante il matrimonio tra due ragazzi che hanno deciso di rimpolpare la popolazione della piccola colonia. Immagini che escono dal campo del descrittivo per diventare parte del mood, contenitori dei sentimenti e delle psicologie tutt’altro che basiche che agitano i protagonisti del film.

Perché I conquistatori non parla di conquista, o almeno ne parla solo in parte. L’obiettivo del film di Tourneur, che Ernest Pascal (qui in pratica al termine della carriera) sceneggia a partire dal racconto di Ernest Haycox pubblicato nel 1945 dal “Saturday Evening Post”, è duplice. Da un lato narrare, senza eccessi particolari, la quotidianità della vita in un avamposto immerso nella natura selvaggia: ecco dunque i matrimoni, le scazzottate che diventano l’unico elemento di spettacolo per la comunità, la costruzione di una casa, le partite a poker, la relazione non necessariamente conflittuale con i nativi. L’altro lato, quello che completa il primo, si interroga invece sulle pulsioni umane, ragionando per dicotomie e triangolazioni. C’è il rapporto tra Logan e Bragg, quello tra Logan e il banchiere George Camrose; rapporti dialettici che presuppongono la possibilità di uno scontro, prima o poi. E poi ci sono i triangoli amorosi: Logan è stretto tra Lucy e Caroline, Lucy tra Logan e George, Caroline tra Logan e Van, e George tra Lucy e Marta. La natura selvaggia non può limitare il desiderio. Desiderio di possesso del corpo altrui, e forse anche dei suoi beni: “ognuno si sceglie i propri dei” sentenzia quasi all’inizio Logan, riferendosi a un’America che ha già scelto il suo nel luccicare dell’oro. Ma anche le vene e le miniere possono esaurirsi, frutto della brama barbarica dell’umano che non si ferma di fronte a nulla, ed è pronta a uccidere un amico mentre si abbevera ubriaco a un ruscello pur di non dovergli restituire il denaro preso a prestito. In alcuni momenti Tourneur sembra già preconizzare la disillusa visione dell’epopea western che disegnerà oltre trent’anni più tardi Michael Cimino ne I cancelli del cielo, altro film che si concentra sulla comunità, e sul suo ruolo fondativo. L’essere umano può essere stanziale o nomade, ed è questo il vero centro del conflitto con i nativi, che rimproverano l’uomo occidentale di voler possedere la terra invece di dormirvi e basta (la rappresentazione del mondo nativo è avanti di decenni rispetto al resto della produzione hollywoodiana, al punto che la loro furia scoppia solo ed esclusivamente quando il solito Bragg stupra e uccide una ragazza che sta facendo il bagno). Al di là di queste riflessioni, I conquistatori è un film che lascia ancora oggi a occhi spalancati per la potenza della fotografia, la qualità di una regia che non sceglie mai l’inquadratura più semplice – il duplice sguardo di disappunto di Lucy e Vane di fronte al bacio pubblico tra Logan e Caroline è raffinato e sardonico a un tempo –, e la volontà di riflettere sulle radice americane, e su una vita inevitabilmente in debito. Sicuramente buono il restauro digitale approntato da Universal e presentato alla Mostra di Venezia, nonostante qualche dubbio sui tramonti accesi, che non possono rivaleggiare con la visione in 35mm.

Info
Il trailer de I conquistatori.

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