L’immensità

L’immensità

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L’immensità segna il ritorno alla regia per Emanuele Crialese a undici anni di distanza da Terraferma. Dopo la “trilogia isolana” il regista torna nella sua Roma per raccontare una storia ambientata negli anni Settanta. Un viaggio nella memoria che potrebbe divenire universale ma preferisce chiudersi in sé, e nel suo spazio/tempo. In concorso alla Mostra di Venezia.

E ritornare al tempo che c’eri tu

Roma, anni 70: un mondo sospeso tra quartieri in costruzione e varietà ancora in bianco e nero, conquiste sociali e modelli di famiglia ormai superati. Clara e Felice si sono appena trasferiti in un nuovo appartamento. Il loro matrimonio è finito: non si amano più, ma non riescono a lasciarsi. A tenerli uniti, soltanto i figli su cui Clara riversa tutto il suo desiderio di libertà. Adriana, la più grande, ha appena compiuto 12 anni ed è la testimone attentissima degli stati d’animo di Clara e delle tensioni crescenti tra i genitori. Adriana rifiuta il suo nome, la sua identità, vuole convincere tutti di essere un maschio e questa sua ostinazione porta il già fragile equilibrio familiare ad un punto di rottura. Mentre i bambini aspettano un segno che li guidi, che sia una voce dall’alto o una canzone in tv, intorno e dentro di loro tutto cambia. [sinossi]
Grazie perché so
Che questo amore
Non potrà finire mai
Anche se il mondo
Sta crollando intorno a noi
Non piangerò
In qualche modo riuscirò
A dirti addio
Patty Pravo, Love Story

Emanuele Crialese è stato chiaro nelle note di regia de L’immensità, suo quinto lungometraggio in venticinque anni di carriera: «L’immensità è il film che inseguo da sempre: è sempre stato “il mio prossimo film”, ma ogni volta lasciava il posto a un’altra storia, come se non mi sentissi mai abbastanza pronto, maturo, sicuro. È un film sulla memoria che aveva bisogno di una distanza maggiore, di una consapevolezza diversa». Forse è proprio questa necessità di garantirsi una “distanza maggiore” ad aver portato il regista romano a un silenzio di oltre dieci anni: era infatti dai tempi di Terraferma che Crialese non girava un film. In quell’occasione la presentazione veneziana venne funestata dalle sterili polemiche che seguirono il conseguimento del Gran Premio della Giuria, con una parte della stampa italiana e del chiacchiericcio festivaliero che “accusarono” la giuria di aver premiato il film per fare un favore all’allora direttore Marco Müller, giunto al termine del suo mandato. Se quella diatriba è scolorita nel tempo sembra in parte aver perso smalto nell’immaginario cinefilo la “trilogia isolana” di Crialese (Respiro, Nuovomondo, e per l’appunto Terraferma), che pare appartenere a un mondo lontano, a un’altra epoca produttiva. A tal proposito chissà come reagirà il pubblico italiano di fronte a L’immensità, dopo aver accolto con un certo interesse i precedenti film di Crialese (Nuovomondo quasi 2 milioni e mezzo di euro, Terraferma poco meno di 2 milioni). Come già accaduto ad altri suoi colleghi – si pensi a Claudio Noce con PADRENOSTRO, in concorso al Lido due anni fa, ma anche a Daniele Luchetti e al suo Anni felici, o a Maledetta primavera di Elisa Amoruso il “ritorno a casa” di Crialese coincide con la voglia di mettere al centro del discorso la propria memoria infantile, e di farlo concretamente. Ecco dunque che L’immensità risveglia al cinema per l’ennesima volta la Roma dei primi anni Settanta, dove nello skyline troneggia la cupola di San Pietro, rigorosamente aggiunta in post-produzione.

In realtà è l’intera cornice storica del film ad apparire “post-prodotta”, e non si capisce davvero il senso di una scelta simile: la storia della piccola Adriana, che si sente un maschio e come tale vuole comportarsi, e nutre una passione prossima all’idolatria per la madre Clara perennemente in crisi col marito Felice per sposare il quale si è trasferita a Roma dalla Spagna, avrebbe trovato un suo spazio consono anche se fosse stata ambientata oggi. Anzi, forse avrebbe assunto un peso “politico” ancora più forte, invece di essere demandata a un tempo lontano, oramai non più vissuto né percepibile nel presente. È come se L’immensità rappresentasse invece il rifugio intimo di Crialese, che costringe dunque lo spettatore a seguirlo nel suo spazio-tempo perché è lì che il regista chiude la sua memoria, impedendole di trasformarsi da personale a universale. Si viene dunque in qualche modo accolti nel mondo di Crialese, che però poi viene ridotto, quasi scarnificato in fase di scrittura. Non è casuale che le due sequenze migliori del film si articolino invece attorno a due momenti di vita vissuta e corale: la vacanza estiva al mare, quando Adriana/Andrea (preferisce presentarsi con il nome maschile, ma in famiglia la chiamano con quello di battesimo) convince i fratellini e gli altri parenti e amichetti a scendere nelle fognature della villa in cui si trovano, e la festa di Natale a casa dei bisnonni, quando di nuovo la ragazzina si nasconde sotto la grande tavolata. Due istanti di cinema in cui si percepisce vita al di là di simbolismi e strutture familiari troppo scoperte e facili: il padre insensibile e fedifrago, la madre bellissima ma fragile emotivamente.

Crialese colma il vuoto di una narrazione eccessivamente succinta con svolazzi d’immaginario e metafore a tratti troppo evidenti: funzionano poco sia le sovrapposizioni tra verità televisiva e immagine della mente di Adriana (Penélope Cruz diventa agli occhi della figlia una volta Mina e un’altra Patty Pravo, mentre lei è nello stesso scenario l’Adriano Celentano di Prisencolinensinainciusol e il Johnny Dorelli che canta con Pravo Love Story) sia la mescolanza tra alto e basso, e il sottile senso della insubordinazione infantile della storia d’amore tra Adriana e la ragazzina che vive nella baraccopoli degli “operai” subito dopo il canneto. Quella scelta di vivere sotto rispetto al mondo borghese che sembra mettere in pratica Adriana è una suggestione che non viene mai davvero esplorata in tutte le sue stratificazioni da Crialese, che sembra voler rimanere sulla superficie, a sua volta forse innamorato del volto di Cruz, così dolorosamente almodóvariano nella sua sofferenza materna e muliebre da risultare in ogni caso l’aspetto più credibile di un film che paga, o almeno così appare a prima vista, il prezzo della propria eccessiva semplicità.

Info
L’immensità sul sito della Biennale.

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