Reginetta

Reginetta

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Saggio di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia per il ventiseienne Federico Russotto, Reginetta parte come un racconto di costume sull’Italia degli anni Cinquanta per trasformarsi poco per volta in un body-horror. Un cortometraggio sorprendente, che ragiona sulla società dello spettacolo da una prospettiva inedita. Nel concorso SIC@SIC alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia.

Miss, mia cara miss

Ciociaria, primi anni ’50. Una giovane contadina viene scelta per partecipare alle selezioni di Miss Italia, ma le misure del suo corpo non sono quelle richieste dal concorso. Sottoporsi a un terribile processo di trasformazione fisica sembra essere l’unico modo per essere eletta Reginetta. [sinossi]
Miss, mia cara Miss
Faccio a scummessa
Ca io mi sposo a te
Miss mia dolce miss
Io voglio il bis e tu lo sai di che
Totò, Miss, mia cara miss

Spighe di grano, il tempo del raccolto, una ragazza sotto il sole cocente che lavora insieme alla sua famiglia, con la madre che le consiglia di bagnarsi la testa. Reginetta, il cortometraggio con cui Federico Russotto si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e che ora prende parte al concorso SIC@SIC all’interno dei lavori lidensi della Settimana Internazionale della Critica, principia da un’immagine facilmente decodificabile per qualsiasi spettatore: un’immagine che rimanda all’Italia pre-boom degli anni Cinquanta del secolo scorso, e che in qualche modo “profuma” di neorealismo rosa, quel momento di passaggio in cui le rovine del dopoguerra lasciavano spazio, nella produzione italiana, a una rappresentazione del “vero” sfumata nelle nuvole della commedia sentimentale. È l’epoca delle maggiorate, in cui la bellezza segna sotto un profilo puramente spettacolare un ritorno alla normalità, a una vita colma di possibilità. Non è casuale che Achille Monini (“il miglior procacciatore di bellezze dello Stivale”, titolo che l’uomo si assegna senza troppa modestia da solo), per fare colpo sul gruppo di contadini in cui si è imbattuto malgré lui – il suo autista Giovanni ha maldestramente sbagliato strada –, srotoli il manifesto dell’edizione 1953 del concorso “Miss Italia” accompagnando il gesto con le seguenti parole: “La qui presente signorina Gina Lollobrigida prima di conoscere me non era nient’altro che una morta di fame, ma ora grazie al sottoscritto fa la signora”. Com’è intuibile “fare la signora” significa che è diventata una persona ricca. Lo stesso destino potrebbe arridere alla giovane Lisetta, la ragazza invitata dalla madre a bagnarsi la testa per non soffrire sotto il solleone: Monini infatti la nota, e pur verificando alcune imperfezioni fisiche – le gambe, ad esempio – la considera papabile per prendere parte al concorso. Un’occasione che potrebbe risollevare le sorti economiche della sua famiglia di braccianti: l’appariscenza di Lisetta garantirebbe una casa “vera”, e scarpe senza buchi.

Qui Reginetta scarta, spostando di colpo l’asse attorno al quale sembrava si stesse muovendo. Nessuna vera rievocazione storica, nessun omaggio ai tempi di Pane, amore e fantasia, nessun desiderio di permanere nel solco della commedia (all’) italiana: Russotto, con notevole coraggio e coadiuvato in fase di scrittura da Mattia Caprilli e Francesca Nozzolillo, scardina tutte le aspettative e trasforma la sua ricostruzione d’ambiente in un incubo rurale. Quasi si stessero increspando le medesime acque in cui si bagnano i protagonisti di Brimstone di Martin Koolhoven o X di Ti West (ma anche di Pearl, per restare ai film selezionati al Lido), il ventiseienne regista osserva il microcosmo contadino da una prospettiva insolita, ferale e incubale: se l’avvenenza di Lisetta può essere il grimaldello che permette di evadere da una realtà dominata dal duro lavoro nei campi, allora ogni sacrificio – altrui – è ben accetto. Ecco dunque che la ragazza viene messa letteralmente in ceppi, inguainata in un corpetto strettissimo per “migliorare” i fianchi con una museruola di ferro a “perfezionare” il viso; anche portare l’acqua tenendo una bacinella in testa perde il suo valore strettamente pratico per divenire un esercizio di postura, e di camminata. Con estrema naturalezza Russotto passa dunque nei territori del body-horror, con Lisetta, promessa reginetta, che sembra sempre più un mostro, una creatura costruita artificialmente per assecondare i dogmi del concorso. Tra grottesco e sadismo il giovane regista trova una propria via espressiva del tutto personale, distante dalle traiettorie comuni al cinema italiano contemporaneo. Una brillante promessa per il futuro, che giustamente trova collocazione nel concorso dedicato dalla SIC ai lavori sulla breve distanza, e che corona un’intensa annata festivaliera per i lavori prodotti dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma: dodici mesi fa, sempre alla SIC, fu possibile vedere Notte romana di Valerio Ferrara, che poi lo scorso maggio è arrivato a vincere il concorso della Cinefondation a Cannes con Il barbiere complottista. Nel mezzo, in Generation alla Berlinale, si è visto Le variabili dipendenti di Lorenzo Tardella.

Info
Reginetta sul sito della SIC.

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