The Whale

The Whale

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Più facilmente digeribile di Madre! o di altre più ostiche opere di Darren Aronofsky, The Whale si sviluppa in un unico spazio, in un appartamento da sitcom con minuscolo e invalicabile sfogo esterno. Entrate e uscite di scena dalla porta d’ingresso, dimensione famigliare\disfunzionale con tanto di amica come figura ricorrente e di ragazzo guest star. Senza le risate a comando, ma con le lacrime insistentemente cercate e la pur brava Sadie Sink in overacting. Si rivede finalmente Brendan Fraser in un ruolo davvero rilevante. In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2022.

Good Luck Charlie

Un solitario insegnante inglese affetto da una grave forma di obesità cerca di riallacciare i rapporti con la figlia adolescente, con la quale ha perso i contatti, per un’ultima possibilità di redenzione… [sinossi – labiennale.org]
Come questo spaventevole oceano circonda la terra verdeggiante,
così nell’anima dell’uomo c’è un’insulare Tahiti,
piena di pace e di gioia, ma circondata da tutti gli orrori della vita a metà sconosciuta.
– da Moby Dick di Herman Melville.

Tratto dall’omonimo testo teatrale di Samuel D. Hunter, autore anche della sceneggiatura, The Whale sembra sconfinare verso il piccolo schermo, verso la sitcom. Dall’unico spazio esterno, ovviamente invalicabile, al piccolo gruppo di persone che gravitano nell’appartamento di Charlie, passando per le entrate in scena – teatrali, ma anche irrinunciabile patrimonio comico e\o drammatico delle sitcom – e la natura dei due personaggi che non rientrano nel devastato nucleo familiare (Liz e Thomas), tutti gli elementi del film ci riportano alle situation comedy, che «sono basate sulla rappresentazione dell’interazione emotiva e sociale di un ristretto numero di personaggi immersi in un ambiente familiare e sostanzialmente ordinario, in cui lo spettatore può facilmente immedesimarsi»1. Lo stesso cast, in fin dei conti, è al momento più legato al piccolo schermo, compresa l’ex-re del box office Brendan Fraser, forse al ruolo del definitivo rilancio. Forse.

Più vicino alla straordinarietà di sitcom come Mork & Mindy, Il mio amico Arnold o Super Vicki, ma pur sempre legato alla quotidianità e alla sfera squisitamente sentimentale e psicologica, The Whale rielabora il concetto di situation comedy legandolo alle più o meno recenti derive dell’indie statunitense: Charlie è un personaggio che travalica a grandi falcate l’ordinario, occupando letteralmente lo schermo, soprattutto quello (inizialmente nero) delle lezioni online, circondato da parenti e amici che in un modo o in un altro cercano di aiutarlo, ma che hanno anche disperatamente bisogno di lui. In questo senso, Aronofsky e Hunter, seppur con traiettorie un po’ scontate e fin troppo marcate, tratteggiano un personaggio dall’umanità debordante, nel bene e nel (presunto) male. Messo di fronte a una figlia adolescente inevitabilmente complicata e furiosa, a una ex-moglie eternamente spiazzata, a un’amica\cognata che proietta su di lui una sorta di ragion d’essere e di seconda possibilità e a un ragazzetto confuso, Charlie ci svela via via il suo tormento, i motivi del suo percorso di autodistruzione, ma anche le scelte sbagliate, dispensando sempre e comunque umanità – si veda, qui gestita con ammirevole misura, l’amicizia sfiorata col ragazzo della pizza, emblema dell’impossibilità di tornare alla vita, al mondo esterno, alla normalità.

Nel suo essere una sorta di rovesciamento fisico di The Wrestler, con Fraser che deve per forza ricorrere a un pesantissimo trucco prostetico, al contrario di Mickey Rourke che interpretava pienamente se stesso (regalandoci una performance difficilmente eguagliabile), The Whale non ha però la medesima forza nella messa in scena e nella scrittura. Un confronto perso anche con altre opere tra quattro mura come Madre!, ma anche il minuscolo π – Il teorema del delirio. Un film minore? Al di là della discutibilità del concetto di minore, utile giusto come scorciatoia di senso, non è la messa in scena il limite di The Whale. Lo è semmai la sua normalizzazione, dettata solo in parte dai confini della pièce\sitcom.

Rispetto ad altri lavori di Aronofsky, sempre alle prese con un testo più o meno sacro da sviscerare, temi e ambizione sembrano trattenuti, forse calibrati sul grande pubblico. La stessa metafora di Moby Dick è quasi depotenziata, anche se accompagnata dal solito Vecchio Testamento e da una serie di dettagli che ci riportano alle parabole bibliche, persino a Noah. Dopo qualche grandioso fallimento e un buon numero di opere tanto personali e ostiche quanto lodevoli, The Whale sembra fare un deciso passo verso le vaste platee, verso i premi, in primis per Fraser, forse il successo. Insomma, più che minore, un film di passaggio, di ricollocazione. Commovente, certo, ma anche troppo teso verso le lacrime. O, forse, solamente troppo sincero – quella sincerità evocata, strillata, gridata con tutto se stesso proprio dal protagonista. Non solo una sitcom da grande schermo, quindi, ma anche un film che con estrema consapevolezza si mostra e si concede senza remore. Forse.

Note
1 Cfr. la voce Sitcom su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Sitcom.
Info
La scheda di The Whale sul sito della Biennale.

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