Call of God

Call of God

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Una storia d’amore che nasce da un incontro casuale e che passerà per momenti di gelosia e tensione. Si tratta di Call of God (Kõne taevast), presentato fuori concorso a Venezia 79, il film che Kim Ki-duk stava realizzando in Kirghizistan, poi portato a termine dai suoi collaboratori dopo l’improvvisa dipartita del regista sudcoreano. Film molto sgangherato, come del resto era il cinema ultimo del regista, e questo non solo per le difficoltà di chiudere il progetto in sua assenza.

La vita è sogno

L’aspettativa dell’Amore si è insediata nel cuore di una giovane donna. Un uomo che ha vissuto molte esperienze la aiuta a scoprire la dimensione della passione e dei sensi. Ma la passione acceca e presto l’uomo diventa schiavo del corpo della giovane donna. La consapevolezza della propria sensualità porta la ragazza a cercare di sottomettere l’oggetto del suo amore. Le emozioni portano dolore e sofferenza agli amanti. Chi aiuterà la giovane donna a trovare la strada giusta? Forse la misteriosa voce al telefono? O basterà svegliarsi e capire che era solo un sogno, solo un sogno. [sinossi]

Quando uscì Eyes Wide Shut, il film postumo di Kubrick, che la produzione garantì essere stato consegnato chiavi in mano dal regista appena prima della sua improvvisa dipartita, molti storsero il naso ipotizzando un intervento spurio per chiudere l’operazione. Anche se la posta in gioco non ha la stessa natura economica, è lecito porsi l’interrogativo anche sul film Call of God (il titolo originale in lingua estone è Kõne taevast), l’opera postuma di Kim Ki-duk, girata in Kirghizistan, e con una produzione che porta le bandiere di Kirghizistan, Estonia e Lituania, ora presentato fuori concorso a Venezia 79. Le riprese sarebbero già state girate dal regista sudcoreano, costretto all’esilio per motivi analoghi a quelli di Polanski, con la postproduzione in mano ai suoi collaboratori sulla base di suoi appunti e indicazioni. Ufficialmente il film è firmato alla regia da Kim Ki-duk e dal produttore Artur Veeber.

Call of God è l’anatomia, o l’autopsia, di una storia d’amore. Di quelle che cominciano con la tenerezza e l’innocenza di un romanzo Harmony, come in effetti sono quelli scritti dal protagonista maschile su cui viene modellato l’inizio della storia, la poesia del primo bacio, le esitazioni femminili per non accelerare i tempi, i rapporti fisici. Per poi degenerare in schermaglie, litigiosità, rivalse e umiliazioni. La narrazione delle vicende amorose è fotografata in un bianco e nero sporco, almeno fino quasi alla fine del film. E si costruisce su due macro-direttrici. La prima è il romanzo d’amore scritto dal protagonista maschile, che la donna legge avidamente e sul quale si modella l’inizio della relazione, con battute che i due citano dallo stesso libro, come quel dolce “Trattami con cura” che la ragazza rivolge al nuovo fidanzato. Si tratta di una costruzione letteraria a carico dell’uomo, che ben presto si rivelerà come fallace. L’uomo è insincero per sua stessa natura. E al “Trattami con cura” si sostituirà un rapporto malato fatto di umiliazioni, gelosia e tradimento, autodistruzione e sadismo, di quelli che costellano la filmografia del regista.

La seconda linea narratologica è di natura onirica e mistica. Una misteriosa voce dice alla ragazza, per telefono, che i propri sogni si realizzeranno nei giorni successivi. Già il primo incontro tra i due, a inizio film, avveniva con la richiesta di indicazioni per la caffetteria Il sogno. Sogno che naturalmente sarà ben presto un incubo, materializzazione di paure, insicurezze, desideri di rivalsa di una sensibilità femminile. La parte a carico della donna ha quindi l’imprimatur di un deus ex machina, di una voce misteriosa e inquietante, lynchana, che si manifesta con telefonate anonime. Il cielo o Dio a seconda di come si voglia tradurre il titolo (i morigerati curatori della Biennale hanno optato per il primo dei due termini). Alla donna non spetta un ruolo di scrittura, ma di istinto e di psiche.

Solo una telefonata dal cielo di Kim Ki-duk potrebbe chiarire chi ha fatto cosa, ma non c’è dubbio che alcuni momenti estremi portano il marchio del regista. Alludiamo a quei giochi tra amore, dolcezza, sofferenza e morte che i due amanti praticano: giocare a freccette nello stesso modo di un tagliatore di coltelli, o il gioco del golf. Tutto però si apre e chiude nelle scene relative, mentre è logico immaginare che il regista sudcoreano avrebbe puntato sulla reiterazione asfissiante. Lo stesso concetto di rapporto tra realtà e sogno, era già presente in Dream. Fa in tempo a entrare anche la pandemia, nella scena in cui i due escono all’aperto con la mascherina, unico momento in cui se ne fa riferimento.

Probabilmente un Kim Ki-duk sopravvissuto avrebbe potuto consegnare il suo film più riuscito, nella seconda fase, spesso mediocre, della sua carriera. E alla fine si riparte dall’inizio, con la stessa scena dell’incontro casuale dei due protagonisti, stavolta a colori. E nuova primavera? Nella concezione sincretica tra oriente e occidente del regista, il cambio cromatico sta tuttavia a significare un salto verso una nuova vita, più che la semplice chiusura di una circolarità. Dove forse si ripeteranno gli eterni errori umani, gli stessi incubi di sadismo cui possono arrivare i personaggi del cinema del regista ormai arrivato al definitivo congedo. Ma non è detto, il finale è aperto.

Info
Call of God sul sito della Biennale.

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