The Son
di Florian Zeller
Dopo The Father il regista e drammaturgo francese prosegue nel suo scandaglio delle dinamiche famigliari con The Son, dove lo sguardo è concentrato su un adolescente in crisi e sul suo rapporto con il padre, che da qualche anno ha lasciato lui e la madre per rifarsi una vita. Un lavoro denso emotivamente quanto vacuo sotto il profilo cinematografico, fin troppo “semplice” nelle sue soluzioni. In concorso alla Mostra di Venezia.
La stanza del figlio
Peter ha successo sul lavoro e può anche progettare una carriera politica, ma la sua vita frenetica con il figlio appena nato e la nuova compagna Beth viene sconvolta quando l’ex moglie Kate ricompare con il figlio Nicholas, ormai adolescente. Il giovane manca da scuola da mesi ed è tormentato, distante e arrabbiato. Peter si sforza di prendersi cura di Nicholas come avrebbe voluto che suo padre si fosse preso cura di lui, mentre si destreggia tra il lavoro, il nuovo figlio avuto da Beth e l’offerta della posizione dei suoi sogni a Washington. Tuttavia, cercando di rimediare agli errori del passato, perde di vista il modo in cui tenersi stretto Nicholas nel presente. [sinossi]
Figlio figlio
povero figlio
eri bello, bianco e vermiglio
quale intruglio
ti ha perduto
nel Naviglio
Figlio figlio
unico sbaglio
annegato come un coniglio
per ferirmi
pugnalarmi nell’orgoglio
A me a me
che ti trattavo
come un figlio
Povero me
domani andrà meglio
Fabrizio De André, Ottocento
Prima il padre, ora il figlio. A poco più di quattro anni dalla prima rappresentazione al Théâtre des Champs-Élysées Florian Zeller traduce anche in immagini cinematografiche Les Fils, che in una produzione hollywoodiana non può che diventare The Son. Così la Parigi del testo originale si tramuta in maniera automatica in New York, e la Toronto vagheggiata nel finale – ci si tornerà brevemente più avanti – prende il posto di Berlino. Per il resto Zeller non mette praticamente mano al testo teatrale, e così di conseguenza anche il set cinematografico non fa che replicare il proscenio: gli unici ambienti sono al chiuso, eccezion fatta per qualche rarissima incursione (ad esempio Nicholas che ha bigiato la scuola e se ne sta seduto su una panchina del parco, o l’arrivo in macchina di Peter a casa del padre a Washington). Non sono pochi i testi teatrali trasposti in immagine visti in concorso al Lido, dove anche The Son ha trovato una più che generosa collocazione. L’impressione a dire il vero che molti dei film selezionati per partecipare alla corsa al Leone d’Oro si rifugino nella certezza della parola preesistente perché non in grado di affrontare davvero l’immagine, e tutto ciò che essa comporta. Zeller, come già mostrato in The Father, è senza dubbio un drammaturgo con qualcosa su cui riflettere, e tematiche centrali a comporre la propria poetica. Ma da un punto di vista prettamente cinematografico il suo è un approccio piano, semplice, ovvio. Se alcuni si sperticano in lodi probabilmente è solo perché il trasporto emotivo di quel che viene raccontato, e che pure non è privo di ridondanze del tutto superflue, pare giustificare l’intero impianto narrativo. Come non partecipare con la propria sensibilità al dramma che prende corpo in scena, con un diciassettenne in piena crisi depressiva acuita – se non prodotta – dalla disgregazione della propria famiglia, con il padre che si è rifatto una vita con un’altra donna più giovane e ha anche avuto un secondo bambino, neonato all’inizio del film?
Zeller fa ruotare la sua vicenda tutta attorno al senso di colpa dei genitori, incapaci e forse impossibilitati a dare una mano a un ragazzo che finge fino all’inverosimile: finge di andare a scuola, di prendere buoni voti, di avere degli amici e persino una fidanzata. Finge di essere “come tutti gli altri”, ma in realtà al suo interno cova un malessere profondo, che di certo non può essere combattuto – come invece fa il padre – con una pacca sulla spalla, o un balletto improvvisato sulle note di It’s Not Unusual di Tom Jones, in una sequenza che per di più amplifica i dubbi sulle qualità registiche di Zeller, che enfatizza il tutto con un ralenti davvero fuori luogo. Non potendo contare su un apparato visivo che funga da senso, il drammaturgo francese deve accontentarsi della parola, della credibilità che a essa forniscono gli interpreti (tutti solidi professionisti, ma non spicca nessuno, al punto da far apparire memorabile soprattutto il brevissimo ingresso in scena di Anthony Hopkins nel ruolo del padre di Hugh Jackman – nonno dunque di Nicholas –, cui bastano pochi secondi per donare struttura psicologica e storia umana al proprio personaggio), e della narrazione degli eventi in quanto tali. Ecco dunque le crisi, le rappacificazioni, gli spaventi, le richieste di aiuto da una parte e dall’altra, e via discorrendo. In un rapporto padre-figlio basico, che ha come unico collante a quanto pare una vacanza in Corsica di dieci anni prima, quando l’uomo insegnò al bambino a nuotare nelle acque cristalline del Mediterraneo, vengono sacrificati tutti gli altri personaggi, a partire da quella Beth (Sofia nella pièce teatrale) interpretata da Vanessa Kirby che è così inessenziale da poter sparire tanto durante il giorno quanto nei momenti topici, magari per passare una settimana in pace con il pargoletto.
A lasciar perplessi è anche la scelta del doppio finale onirico/reale, che ovviamente riprende il testo originale ma viene messa in scena in modo goffo, e risulta ridondante, fin troppo esplicativa nel sottolineare un dramma personale che anche il più refrattario degli spettatori è stato costretto ad assorbire nel corso delle due ore precedenti. Magari dirompente sul palco, sullo schermo The Son assume le forme di un onesto dramma famigliare strappalacrime, di quelli che un tempo i nonnini e le nonnine guardavano in televisione il pomeriggio solo per il gusto di potersi concedere un bel pianto consolatorio. Non si comprende in base a quali valori specifici un’opera simile dovrebbe trovare posto nel concorso di uno dei principali e prestigiosi festival mondiali. Ma è questo un interrogativo che durante la settantanovesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è tornato a galla in molte (troppe) occasioni. Nel frattempo magari Zeller girerà anche La Mère, che nel 2010 diede il via a questa trilogia.
Info
The Son sul sito della Biennale.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: The Son
- Paese/Anno: GB, USA | 2022
- Regia: Florian Zeller
- Sceneggiatura: Florian Zeller
- Fotografia: Ben Smithard
- Montaggio: Yorgos Lamprinos
- Interpreti: Anthony Hopkins, George Cobell, Hugh Jackman, Laura Dern, Vanessa Kirby, Zen McGrath
- Colonna sonora: Hans Zimmer
- Produzione: Embankment Films, Film4, Ingenious Media, Orange Studio, See-Saw Films
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 123'
- Data di uscita: 09/02/2023




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