L’orecchio

L’orecchio

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Al cecoslovacco L’orecchio di Karel Kachyňa, realizzato tra il 1969 e il 1970, fu a suo tempo vietata la distribuzione. Ottenne visibilità soltanto vent’anni dopo, selezionato per il concorso ufficiale del Festival di Cannes del 1990. Adesso il film ritorna in laguna nella sezione Venezia Classici in versione restaurata. È uno splendido recupero, uno sguardo moderno, angosciato e paranoide sul Potere e la sua invadenza, sulla manipolazione degli individui, sulla banalità del male e della paura.

Sotto il regime non si è mai soli

Reduci da un ricevimento presso il Capo dello Stato, il viceministro Ludvik e sua moglie Anna rientrano a casa. Il ritorno è subito complicato, poiché i due non riescono a ritrovare le chiavi. Entrati finalmente nella loro abitazione, Ludvik e Anna si avventurano in una lunga notte di aspro confronto, preoccupati per una serie di arresti di alte sfere governative che hanno colpito colleghi e conoscenti. Anche Ludvik teme di essere a breve arrestato, e l’intera notte passa tra paura e litigi, tra sospetti e recriminazioni… [sinossi]

Un orecchio, decontestualizzato e separato dal corpo, apre il racconto. Un orecchio non meglio identificato è continuamente evocato da una coppia di protagonisti, Ludvik e Anna, seguiti durante una lunga notte di paura e travaglio. L’orecchio finisce per meritarsi la maiuscola. L’Orecchio: direttamente richiamato nei dialoghi, soprattutto da parte della rabbiosa moglie Anna, allude a un’entità che ovunque arriva e tutto segue, controlla, registra, testimonia e distorce a seconda delle esigenze contingenti. È la Cecoslovacchia di fine anni Sessanta, schiacciata dall’oppressione del regime comunista, a delinearsi come orizzonte uditivo dello splendido Ucho di Karel Kachyňa. Autore non direttamente ascrivibile alla Nová vlna boema ma in evidente e scoperta polemica con il regime del tempo, Kachyňa realizzò L’orecchio tra il 1969 e il 1970, e si vide rifiutata la distribuzione nelle sale. Soltanto nel 1990 il film ha conquistato una propria visibilità internazionale, addirittura selezionato in concorso al Festival di Cannes a distanza di ben vent’anni dalla sua realizzazione. Lungo gli anni Ottanta si tratta di un destino comune a molte opere cinematografiche realizzate nell’ex-blocco sovietico, censurate e rese invisibili per decenni e restituite alla fruizione di critica e pubblico soltanto grazie a una generalizzata glasnost’ internazionale comune a molti Paesi dell’Est europeo – basti pensare, tra altri numerosi esempi, alla distribuzione ritardata dei sovietici Tema (Gleb Panfilov, 1979) e, caso ancor più limite, Storia di Asja Kljaina che amò senza sposarsi (Andrej Končalovskij, 1967), bloccato per circa vent’anni. Adesso il film di Kachyňa è riproposto nella sezione Venezia Classici della 79esima Mostra a seguito del restauro condotto sulla pellicola, e si delinea per una delle rivelazioni più interessanti di questa edizione lagunare.

Sorta di Chi ha paura di Virginia Woolf? (Mike Nichols, 1966) assai più scopertamente politicizzato e ricollocato in terra boema, L’orecchio narra la lunga e tormentata notte di due coniugi, Ludvik e Anna, direttamente coinvolti nel potere statale della coeva Cecoslovacchia. Ludvik è infatti un viceministro, e i due rientrano a casa dopo un fastoso ricevimento presso il Capo dello Stato dove si è avviata una ripulitura repressiva ai danni di alcuni funzionari governativi. Tra di essi finiscono coinvolti sodali molto intimi di Ludvik, compresi i vicini di casa, e la notte di marito e moglie finisce per delinearsi come un tormentoso confronto a due sul ricevimento che si è appena svolto, sulle azioni e reazioni dei partecipanti, sulle melliflue parole di ambigua interpretazione, in cerca di un qualche segnale che possa indicare o meno la decisione di procedere anche all’arresto di Ludvik. Ovviamente la coppia finisce per allargare il terreno del conflitto. L’occasione è infatti buona per scavare ferocemente nel proprio rapporto, nelle illusioni e delusioni, per rovistare in una quotidianità familiare che si è trasformata in una continua fonte di tensione. Cupa incarnazione al di sopra dei due protagonisti, fluttua la plumbea evocazione di un Potere schiacciante e tentacolare, un gigantesco Orecchio in costante ascolto, al quale rivolgersi anche provocatoriamente per senso di soffocamento esistenziale – è soprattutto Anna a provocare il fantasmatico/acusmatico Orecchio. Chissà le microspie dove sono piazzate, in quali stanze. Chissà se il Potere si è posto il minimo scrupolo nell’invasione della privacy del singolo cittadino, sia pure potente come Ludvik. In bagno? In cucina? Chissà.

Chissà, soprattutto, chi è meritevole di fiducia e chi no. Tra i funzionari qualcuno è in buonafede? Gli amici ubriachi che si palesano a casa nel cuore nella notte, che cosa stanno cercando veramente? Sono passati a casa per qualche altra recondita ragione? La nottata di Ludvik e Anna si srotola in mezzo a tale ridda infinita di paranoici interrogativi. La claustrofobia di un racconto tutto avvitato intorno al tema del controllo sociale è fortemente enfatizzata dalla scelta pressoché unica della location. L’orecchio si svolge infatti pressoché totalmente tra le quattro pareti dell’abitazione della coppia protagonista, scrutata in ogni suo singolo spazio, dalla cucina al salotto, alle camere, al balcone. L’angoscia degli spazi ristretti non è dovuta soltanto alla scelta di rinchiudere tutto il racconto all’interno di una casa, ma è ulteriormente corroborata dalla scelta stilistica di inquadrature che praticamente mai si allargano al totale. Degli spazi abitativi a disposizione di Ludvik e Anna vediamo soltanto alcune porzioni, di volta in volta ritagliate intorno ai personaggi. Di più: in un universo così platealmente concentrazionario finiscono per tramutarsi in persecutori anche gli atteggiamenti dell’uomo. Per stare tranquilla Anna tiene il figlio praticamente sottochiave. La notte di L’orecchio è anche una profonda notte di oscurità. Rientrati a casa dal ricevimento, Ludvik e Anna trovano la propria casa immersa in un denso blackout, e una corposa decontestualizzazione colpisce innanzitutto i prodotti conservati in frigo, distribuiti per l’appartamento nell’attesa che l’elettricità torni disponibile.

Kachyňa sceglie poi di dipanare la vicenda su due livelli temporali separati uno dall’altro da pochissime ore. Per rievocare le fasi salienti del ricevimento presso il capo dello Stato L’orecchio ricorre infatti a un mosaico di flashback intermittenti, dove non è più l’udito a ricoprire il ruolo di principale veicolo di comunicazione, bensì sale alla piena ribalta il senso della vista. È infatti un fitto intarsio di soggettive attribuite al personaggio di Ludvik a dare conto di una sequela di volti che di fatto, rivolgendosi a lui, parlano in camera, la cui caratura ominosa è costantemente sottolineata dal ricorso a una musica a commento di ispirazione concretistica. Sono volti che sembrano continuamente scartare dalla comunicazione, cercare vie parallele all’espressione diretta della verità. Sorridono, giocano, adulano. Nella messa in scena del ricevimento Kachyňa opta per una lievissima astrazione espressiva che rasenta il grottesco senza aderire mai a una piena e conclamata distorsione del segno. È evidente l’evocazione di una dimensione onirico/delirante, in cui sale a protagonista la soggettività del personaggio, filtro frapposto alla percezione del reale. La realtà è dunque frammentaria e imprendibile, ben lontana dalle rocciose certezze propugnate da qualsiasi idea di Realismo Socialista da regime. Nei brani dedicati al ricevimento L’orecchio sembra interessato a evocare un untuoso contesto di Potere, in cui l’individuo/Ludvik è talmente schiacciato da ridursi spesso a puro e semplice visore passivo e spaventato di un teatrino sociale.

Fatta la tara alla corposità politica del film, L’orecchio è anche un ottimo strumento di intrigo e intrattenimento. Il senso di oppressiva claustrofobia, memore anche di certe coeve opere di Roman Polanski, è robustamente sostenuto da un’elegante e puntuale scrittura dei dialoghi. Per più di novanta minuti il film di Kachyňa è in buona parte affidato al fitto scambio, nevrotico e rabbioso, tra due protagonisti centrali, prigionieri di pochi e reiterati spazi, percorsi dal basso verso l’alto, e viceversa, sui vari livelli dell’abitazione messi in comunicazione tramite un’asfittica scala interna. Sicuramente Kachyňa dà conto anche di una sorta di psico-antropologia borghese ai tempi del regime comunista, a sua volta garante di un robusto benessere per le alte sfere della politica e più in generale per chi dedicava la propria vita all’elefantiaca burocrazia statale del tempo. Ludvik e Anna sono una coppia benestante che quasi mai solletica l’empatia dello spettatore. Li osserviamo insieme a Kachyňa, piuttosto, come fa un entomologo con i propri insetti angosciati sottovetro. Sono esseri meschini, presi in trappola, narrati nella loro comprensibile umanità protesa all’autoconservazione. Ma sono anche oggetto di un occhio beffardo, talmente schiacciati nella dimensione paranoica del dubbio da non saper più leggere la realtà. Il finale è in tal senso emblematico. Come interpretare un’inaspettata promozione? C’è poco da essere contenti, probabilmente. Più probabile che si debba aver paura. Sotto un Potere così invadente e invalidante, in fin dei conti, c’è sempre e soltanto da avere paura.

Info
L’orecchio sul sito della Biennale.

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