Venezia 2022 – Bilancio
Venezia 2022, settantanovesima edizione della Mostra, si chiude con l’assegnazione del Leone d’Oro a All The Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras, secondo documentario a riuscire nell’impresa a nove anni di distanza da Sacro GRA di Gianfranco Rosi; al di là di questo nel novantesimo rintocco dalla prima Mostra si è avvertito con forza un senso di stanchezza, di reiterazione di uno schema che forse andrebbe rivisto, così come si dovrà necessariamente mettere mano a un’organizzazione che a partire dal sistema di prenotazione è apparsa fallace.
Nell’anno in cui colui che è possibile considerare il più importante documentarista della storia del cinema, vale a dire Frederick Wiseman, partecipa al concorso veneziano con il terzo dei suoi film di “finzione” (Un couple), il Leone d’Oro viene assegnato a Laura Poitras e al suo All The Beauty and the Bloodshed, incentrato sulla figura di Nan Goldin – che è anche produttrice del film. Così, dopo l’incoronazione del “cinema del reale” nel 2013 con il trionfo di Sacro GRA di Gianfranco Rosi, la Mostra torna a premiare il documentario. Una scelta di per sé encomiabile, senza entrare nel merito del valore intrinseco del film in questione su cui si tornerà eventualmente più avanti, che però mostra in maniera evidente una delle molteplici contraddizioni attorno alle quali si è articolata Venezia 2022. Se infatti il premio principale del palmarès viene assegnato a un documentario vuol dire che la tipologia di film viene considerata a ragione del tutto equivalente a una produzione che si muove nel racconto di finzione, ma questa scelta contraddice il riconoscimento attribuito alla quarantatreenne Alice Diop per la sua “opera prima” Saint Omer, visto che i suoi lavori “dal vero” sono stati premiati in festival quali Cinéma du réel (La mort de Danton, La Permanence) e la Berlinale, dove Nous vinse la sezione Encounters nell’edizione a distanza del 2021. Rimanendo all’interno di questa logica, qualora Poitras decidesse di cimentarsi con un’opera interamente di creazione potrebbe aspirare al “Leone del Futuro”, nonostante quasi trent’anni di carriera alle spalle, un Leone d’Oro e un Oscar al miglior documentario. Questo evidente cortocircuito deve essere sfuggito alla direzione della Mostra, che in sede di conferenza stampa finale su precisa domanda di Cinecittà News, si è detta pronta per l’anno prossimo a mettere mano al regolamento. Meglio tardi che mai, si potrebbe arguire, ma stupisce che nessuno avesse pensato a una simile incongruenza. Le contraddizioni d’altro canto sono emerse addirittura prima che gli accreditati raggiungessero fisicamente il Lido di Venezia, quando è stato possibile confrontarsi con il sistema di prenotazioni per l’accesso alle sale. Un problema annoso, quest’ultimo, visto che problematiche si erano venute a creare già nei due anni precedenti, con la gestione del sistema affidata a Boxol, ma che quest’anno – forse per un ritorno alla Mostra più massiccio per quel che concerne le presenze – con il passaggio dell’appalto a Vivaticket ha raggiunto picchi difficilmente eguagliabili. Se la Mostra dovrà ragionare sul regolamento relativo a determinate categorie (“esordio”, per esempio: si consideri che una delle sezioni autonome e parallele alla Mostra, la Settimana Internazionale della Critica, si articola interamente attorno al concetto di opera prima), l’augurio è che decida di rinegoziare i termini dell’accordo con Vivaticket. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la vita quotidiana a un festival segnerebbe con il pennarello rosso errori marchiani come quello di non permettere una visione organica del programma per fasce orarie, di dividere le prenotazioni per le sale in due tronconi (con due accessi diversi all’account), di rendere farraginoso il sistema di cancellazione – per il secondo blocco di sale era necessario inviare una mail! –, di inserire i titoli in ordine alfabetico, di non aver la possibilità di verificare più altri titoli nella medesima fascia oraria una volta preso un biglietto. In un mondo festivaliero che si sta oramai abituando a dover prenotare i posti in sala è doveroso rendere il più possibile facile la vita all’accreditato, costretto in ogni caso a sveglie antidiluviane che aggravano giornate già di base faticose.
A fornire un aggravio alla stanchezza hanno provveduto anche altri particolari, che è doveroso sottolineare (non si tratta di una lagna fine a se stessa, ma di una riflessione sulla gestione di un organismo complesso come quello della Mostra): ragionando sui tre anni pandemici e fermandosi alla sola selezione ufficiale – senza dunque considerare né la SIC né le Giornate degli Autori – Venezia 2022 ha visto un incremento notevole dei lungometraggi presentati, 88 a fronte dei 69 di un anno fa e dei 61 del 2020. Se si considera che ben due degli 88 film raggiungevano le cinque ore di durata (The Kingdom Exodus di Lars von Trier e Copenhagen Cowboy di Nicolas Winding Refn), si può facilmente comprendere come gli spazi di decompressione per gli accreditati siano stati davvero pochi. Negli ultimi due anni la sala Giardino era servita anche per repliche dei film in concorso, il che permetteva agli accreditati di organizzare al meglio la propria giornata. Si è invece tornati a una scelta pressoché nulla, perché i film in competizione, da sempre quelli più attesi – e sui quali ai giornalisti è più facile venga chiesto di scrivere – erano limitati a due fasce orarie, la mattina e la sera. E se è vero che è comparsa una nuova sala, la Corinto, è da considerare come ne sia stata soppressa una, la Casinò spostata al posto della Perla 2 per far spazio a un bar. Un programma così congestionato, senza troppa possibilità di agire sul sistema di prenotazione (altro dettaglio: i film spesso risultavano non prenotabili salvo poi scoprire una volta entrati in sala che i posti vuoti erano centinaia, ennesimo disagio per cinefili, addetti ai lavori, e stampa), non ha giovato alla serenità con cui sarebbe necessario affrontare una giornata di lavoro. Elementi che vengono messi in rilievo con l’auspicio che diventino oggetto di discussione, e garantiscano in futuro una fruizione migliore a quello che resta l’evento cinematografico più rilevante in Italia, e il secondo più importante d’Europa – almeno come presenze umane – dopo Cannes. Ad esempio è apparso molto apprezzabile il lavoro di miglioria compiuto su alcune sale: la sala Giardino è ora non solo più comoda, ma con uno schermo migliore, e così la Casinò che rispetto alla Perla 2 è sembrata molto più appropriata alla proiezione di titoli importanti come quelli ospitati dalla Mostra (dato che era anche una delle sale dedicate ai classici restaurati in digitale).
Le criticità sollevate in qualche modo dialogano anche con le scelte operate in fase di selezione. Al di là del giudizio di merito esprimibile nei confronti del lavoro portato a termine da Poitras – un documentario didascalico nella forma e nei contenuti, a meno di non ignorare completamente Nan Goldin e la sua opera fotografica –, il concorso è sembrato articolato quasi per automatismo, e a conti fatti è apparso il più debole tra quelli visti al Lido negli ultimi decenni. Troppi i titoli per i quali era difficile ritenere congrua la sistemazione in competizione, altrettanto evidente la volontà di muoversi in un campo quasi totalmente anglo-centrico, o comunque occidentale. Il concorso è mancato di varietà, di sguardi realmente oppositivi, di una poliedricità di ipotesi cinematografiche che hanno azzoppato anche il concetto di Visione, a favore spesso di un tema portante, di opere costruite attorno all’importanza di ciò che si vuole raccontare (in tal senso Argentina, 1985 di Santiago Mitre è forse il caso più emblematico, ma si potrebbero portare altri esempi). Totalmente squilibrato è dunque sembrato il fuori concorso, dove tra la potenza visiva e il dolore lancinante di When the Waves Are Gone di Lav Diaz, la riflessione teorica e politica di The Kiev Trial di Sergej Loznitsa, il nitore morale ed estetico di Master Gardener di Paul Schrader, e l’intelligente messa in scena del genere di Pearl di Ti West si sono rintracciati alcuni dei vertici dell’intera edizione, senza che si comprendesse il motivo di un relegamento al di fuori della corsa al Leone d’Oro. Non sarebbe stato più adeguato a un concetto di “Mostra” trovare spazio per esperienze visive tra loro così dissimili in concorso, magari anche per mettere maggiormente in difficoltà una giuria che al contrario si è dimenata tra opere tra loro abbastanza omogenee? Orizzonti d’altro canto continua a seguire solo in maniera molto parziale i diktat della sezione, che ancora oggi recitano “Concorso internazionale dedicato a film rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema mondiale”: solo una parte della selezione rispetta davvero una simile dicitura, e si tratta regolarmente dei lavori più convincenti, da Vera di Tizza Covi e Rainer Frimmel a Innocence di Guy Davidi, da World War III di Houman Seyedi a Trenque Lauquen di Laura Citarella. L’impressione è quella di uno schema reiterato che in maniera inevitabile dopo molti anni produce un senso di stanchezza, di meccanicità dell’ingranaggio. Non è casuale che le due sezioni parallele, Settimana Internazionale della Critica e Giornate degli Autori, siano in gran parte state accolte come una boccata d’aria fresca, concedendosi il lusso di ospitare nelle rispettive line-up opere esteticamente, narrativamente, concettualmente molto diverse tra loro, centrando in più di un’occasione il bersaglio (si vedano titoli come Padre Pio di Abel Ferrara, Eismayer di David Wagner, The Maiden di Graham Foy, Anhell69 di Theo Montoya, Bentu di Salvatore Mereu – per chi scrive di gran lunga il miglior film italiano visto a Venezia) e attirando l’attenzione su di loro. Si dovrebbe forse rimettere in discussione anche il rapporto fin troppo stretto con la produzione pensata per le piattaforme, che anno dopo anno occupa sempre più spazio all’interno dei lavori della Mostra: perché se si applaude la scelta di garantire una visione su grande schermo a due oggetti poco identificabili come le serie di von Trier e Winding Refn (curiosa la presenza anche di un terzo grande cineasta danese come Jørgen Leth fuori concorso con il documentario Music for Black Pigeons), la medesima opzione per opere che puntano a ottenere il massimo riconoscimento si avverte sempre più come forzata, oltre ad aprire un fianco di riflessione sul concetto stesso di visione: Blonde che tanto spazio di discussione ha avuto dopo la sua presentazione meriterebbe di poter esser visto da chiunque su uno schermo cinematografico, ma così non sarà. Perché allora una giuria dovrebbe valutarlo per l’effetto che ha una volta proiettato in sala Grande, o in Darsena? La Mostra non può far nulla per “costringere” Netflix, che ha un evidente vantaggio dalla collocazione veneziana, a distribuire secondo le regole ministeriali i film che sottopone al direttore e al suo comitato? Ancor più velleitaria appare poi la presenza di titoli quali Athena di Romain Gavras, o il già citato Argentina, 1985 che è in tutto e per tutto tarato sullo schermo televisivo (finirà infatti su Amazon): non era possibile lasciarli fuori dal concorso magari per trovare spazio a Diaz, o a Loznitsa? Interrogativi che si replicano anno dopo anno, forse sclerotizzandosi a loro volta, ma che puntellano il vero quesito: che posizione politica sul concetto di sguardo e dunque di Cinema assume la Mostra? L’impressione è che ci si stia adattando all’orizzonte degli eventi senza una particolare volontà d’intervento, e dunque di dialettica forte, senza prese di posizione che non siano legate a eventi collaterali alla riflessione sul mezzo espressivo – si veda la partecipazione alla serata inaugurale di Volodymyr Zelensky, più un dovere politico che l’occasione per aprire una speculazione sull’oggi, sulla guerra, sui rapporti tra Arte e Potere, quale esso sia. La Mostra, molto più di Cannes, ha una storia di ragionamento sulla politica culturale, e sul suo senso. Forse potrebbe essere l’occasione per ripartire da qui, e rigenerarsi. Quale che sia la scelta operata lo si scoprirà tra dodici mesi, con un’unica certezza: Vivaticket, e una crisi energetica che in qualche modo costringerà tutti al cambiamento. Chi vivrà, è proprio il caso di dirlo, vedrà.


Venezia 2022 – Minuto per minuto
Venezia 2022
Il programma delle Giornate degli Autori 2022
Venezia 2022 – Presentazione
Settimana della Critica 2022 – Presentazione
Venezia 2021 – Bilancio
Venezia 2020 – Bilancio
Venezia 2019 – Bilancio
Venezia 2018 – Bilancio
Venezia 2017 – Bilancio
Venezia 2016 – Bilancio
Venezia 2015 – Bilancio
Venezia 2014 – Bilancio
Venezia 2013 – Bilancio
Venezia 2011 – Bilancio