Intervista a Kōji Fukada

Intervista a Kōji Fukada

Kōji Fukada, classe 1980, ha iniziato facendo film amatoriali da studente. Si è fatto conoscere a livello internazionale con Hospitalité nel 2010, presentato a Rotterdam in prima europea. Sempre a Rotterdam si sono potuti vedere Au revoir l’été e il suo approdo alla fantascienza Sayōnara. Nel 2016 ha ricevuto il premio della giuria a Un Certain Regard Cannes per Harmonium, prima sua grande produzione con attori del calibro di Tadanobu Asano. Con A Girl Missing, una coproduzione francese, approda a Locarno, in concorso. Oltre al suo lavoro di regista, Kōji Fukada è molto attivo nel sostenere il cinema indipendente. È stato uno dei fondatori del Japanese Independent Film Guild (Eiga Nabe), mentre con il collega Ryūsuke Hamaguchi ha avviato una sottoscrizione in crowdfunding per aiutare la sale indipendenti a sopravvivere all’epidemia di covid.
Abbiamo incontrato Kōji Fukada durante La 79 Mostra di Venezia, dove ha presentato in concorso la sua ultima opera Love Life.

Come molti tuoi film Love Life si svolge all’interno di una piccola comunità di quartiere dove tutti si conoscono, quindi fuori da quelli che sono riconosciuti come i centri nevralgici del Giappone, dove pensiamo si svolga la vita giapponese. Dove è ambientato il film? E perché questo interesse per i piccoli circondari?

Kōji Fukada: Per quanto riguarda l’ambientazione va detto che in realtà non si tratta di un luogo specifico: le riprese sono state fatte in un posto che possiamo definire fittizio fra l’est e l’ovest del Giappone, dando l’idea di Tokyo. Nelle mie opere spesso c’è il tema della famiglia ma questo non vuole essere un tema principale per nessuna ragione. Nella fattispecie quelli che per me sono gli aspetti di fondo principali, che tratto ogni volta in tutte le mie opere, sono dei motivi che io riconosco possano essere universali, saldi, che non vacillano per nessuna ragione. E sono due. Il primo è il fatto che per gli esseri umani prima o poi debba arrivare la morte; il secondo è che l’essere umano di base è un essere solo, che percepisce la solitudine. Per dare espressione a questa solitudine cosa si fa? Prendiamo una persona e la mettiamo nel mezzo del deserto? No, la solitudine universale che voglio mostrare io è quella solitudine che si prova anche quando ci si trova in una situazione intima, privata, oppure in una situazione di coppia, di famiglia, tra amici. Quella solitudine percepita in quell’attimo proprio quando si è circondati da qualcuno. Una solitudine che è quella vera, è quella che secondo me va mostrata, ritratta. Per questo utilizzo nei miei film le forme di comunità più piccole che esistano, le coppie, la famiglia, la comunità di vicinato.

Un momento davvero straordinario nel film riguarda il modo in cui risolvi la morte del bambino. La scena è giocata su poche inquadrature, scegliendo una soluzione di fuori campo. Mostri molto poco rimanendo fuori dalla porta del bagno. Poi si crea la tensione in quei minuti che intercorrono fino a che non viene scoperto l’incidente dalla madre. Qual era la tua preoccupazione per quella scena? Come sei arrivato a realizzarla in quel modo senza far vedere più dettagli drammatici?

Kōji Fukada: L’elemento centrale di questa scena è la morte. Dovevo risolvere una problematica iniziale: spesso in molte opere c’è una percezione o una premonizione che lascia adito a una possibile morte. Questo era qualcosa che io assolutamente non volevo. Ho creato una serie di situazioni che allontanassero la mente dello spettatore dalla possibile morte, con una serie di linee parallele. All’interno di queste linee parallele, concentrandosi su queste, non ci si rende conto che tutto a un tratto può accadere la morte. Questo perché la nostre vite hanno elementi di tristezza, elementi di solitudine e hanno anche degli elementi inspiegabili. Può darsi che anche io stesso, dopo questa intervista, venga investito da una macchina e passi a miglior vita. Sono delle cose che non necessariamente devono avere un significato ma sono tutte quante delle esperienze che noi ci troviamo a fare. Sono universali. Io non trovo che l’espressione della violenza di un incidente sia particolarmente efficace se viene trattata visivamente. Questo perché ognuno di noi ha una percezione molto diversa del dolore fisico e del dolore emotivo. Quindi ciò che ho fatto è stato allontanarmi leggermente, non utilizzando una visione diretta, ma creando il dolore da distanza in modo che lo spettatore lo potesse immaginare nel suo mondo reale. Ognuno degli spettatori quindi ha potuto percepire il suo dolore utilizzando i propri ricordi delle morti che hanno vissuto. Questo appunto dava un elemento più reale.

Keita, il bambino, è un grande campione del gioco dell’Othello. Nel tuo film precedente, A Girl Missing, usavi il gioco del puzzle come sottotesto. Anche in Love Life l’Othello è una metafora delle vicende umane, delle mosse e contromosse della vita?

Kōji Fukada: L’Othello è un gioco nato in Giappone, un word game, un gioco da tavola. Tutti i giapponesi lo conoscono molto bene. In fase di stesura della sceneggiatura, che poi ha acquisito vari livelli complessi, abbiamo lavorato sul personaggio di Keita. Abbiamo deciso di farlo partecipare a vari campionati in cui diventa un campione. Era necessario sia per la fase precedente che per quella successiva alla sua morte. Il fatto che fosse stato un campione faceva sì che comunque rimanesse la percezione e l’attenzione nei confronti del fatto che sia esistito Keita. Può sembrare strano che un bambino di sei anni vinca un torneo con un gioco di tavolo. Per dare realismo avrei potuto usare gli scacchi o i cosiddetti scacchi giapponesi che sono gli shōgi, però le regole sarebbero state un po troppo complesse e si sarebbe perso un po’ di realismo. Poi ho pensato che qui abbiamo le pedine che da bianche diventano nere in un attimo, capovolgendole con una sola mano. Con un solo passaggio tu puoi fare cambiare totalmente il colore esattamente come può cambiare il colore della vita con un singolo evento. e quindi in questo caso c’era un parallelismo con la storia.

Info
Love Life di Kōji Fukada sul sito della Biennale.

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