The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte

The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte

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Con The Hanging Sun Francesco Carrozzini porta sul grande schermo il romanzo di Jo Nesbø e si lascia dominare dall’ambientazione scandinava, dalla luce, dagli spazi naturali. Peccato però che il film si adagi su tutti i luoghi comuni del genere, senza mai cercare una propria via, una visione personale. Prodotto italiano dal respiro internazionale, ma abbastanza anodino.

La redenzione

John è in fuga. Ha tradito un potente boss criminale. Suo padre Dad. Per mettersi al riparo da lui e da suo fratello, John punta verso l’estremo Nord, e trova riparo nel fitto della foresta, vicina a un villaggio isolato dell’estremo Nord, dove domina la religione, il sole non tramonta mai e le persone sembrano appartenere a un’altra epoca. Tra lui e il suo destino ci sono solo Lea, una donna in difficoltà ma dalla grande forza, e suo figlio Caleb un bambino curioso e dal cuore puro. Mentre il sole di mezzanotte confonde realtà e immaginazione, John dovrà affrontare il tragico passato che lo tormenta. Anche Lea ha i suoi demoni: la morte in mare del suo violento marito Aaron, e il sospetto da parte del villaggio che potrebbe essere stata lei a provocare quell’incidente. [sinossi]

Chissà se The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte, con cui il quarantenne Francesco Carrozzini esordisce alla regia di un lungometraggio traducendo in immagini un romanzo di Jo Nesbø, avrà una sorte migliore rispetto a La tela dell’inganno di Giuseppe Capotondi, Lasciami andare di Stefano Mordini, e Il bambino nascosto di Roberto Andò. Titoli accomunati dal fatto di essere stati scelti dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia come film di chiusura, passati al Lido quando molti addetti ai lavori avevano già abbandonato l’isolotto e la restante parte si preparava al rush finale con la premiazione: film dunque in qualche modo abbandonati al loro destino, dispersi, quasi per niente citati nei resoconti festivalieri. Oggetti cinematografici non identificati, nella maggior parte dei casi, o comunque trattati con sufficienza. E sì che il progetto alle spalle di The Hanging Sun non è certo di quelli da prendere sottogamba, a maggior ragione se si parla di produzione italiana: nato dalla sinergia produttiva tra Sky (dove il film approderà ben presto dopo la tre giorni di distribuzione nelle sale, periodo durante il quale ha raggranellato poco meno di 25.000 euro: un risultato sul quale pesa ovviamente la scelta di investire pochissimo nella pubblicità legata all’uscita), Cattleya e Groenlandia, il film sembra restituire fin dalla genesi le ambizioni in particolar modo della società di Matteo Rovere e Andrea Paris, tesa a costruire progetti che abbiano la forza di incidere sul mercato internazionale. The Hanging Sun dunque si muove sulla scia dei vari Il primo re, L’incredibile storia dell’isola delle rose, Mondocane, in attesa dell’arrivo de Il sergente nella neve che lo stesso Rovere dovrebbe trarre dalle pagine di Mario Rigoni Stern. Un’ambizione che nel film di Carrozzini mostra il proprio volto senza esitazioni, visto che Nesbø è uno dei romanzieri più letti d’Europa, e non solo. I suoi romanzi sono già divenuti in passato cinema, come dimostrano tra gli altri Headhunters – Il cacciatore di teste di Morten Tyldum e L’uomo di neve di Tomas Alfredson.

Carrozzini raggiunge il nord Europa e il suo sguardo da subito viene attratto dall’ambiente: ecco dunque che il suo film vive soprattutto di quello, dell’ambientazione, degli spazi aperti, della natura livida, della luce che contraddistingue quei luoghi. Durante la visione viene da pensare che se solo la regia si fosse fatta completamente dominare dall’esterno, lasciando da parte qualsiasi preoccupazione relativa alla scrittura, con ogni probabilità The Hanging Sun avrebbe raggiunto esiti assai migliori. Invece, costretti a seguire il filo narrativo del romanzo, e così coscienziosi da non volerlo in nessun modo “tradire”, Carrozzini e il suo sceneggiatore Stefano Bises (nel gruppo di lavoro che ha scritto Esterno notte di Marco Bellocchio) si perdono dietro la struttura narrativa, tra un flashback e l’altro, come se non ci fosse modo di esulare dal cliché, dal luogo comune, da tutto ciò che uno spettatore anche poco smaliziato potrebbe attendersi dallo sviluppo di una storia di fuga, vendetta, e redenzione. I τόπος del thriller nordico vengono rispettati in modo pedissequo, indebolendo così la visione del film, rendendola prevedibile, ma anche asettica, quasi che il progetto valesse in sé, senza bisogno di una realizzazione adeguata. Anche Carrozzini si limita a eseguire da regista il compito, senza prendere mai davvero in mano il film, adagiandosi sulle sue “ovvietà” e preferendo un’impostazione canonica, magari anche solida ma priva di qualsivoglia guizzo personale. Non resta dunque che affidarsi alle prove attoriali, tutte abbastanza convincenti a partire da quella di Alessandro Borghi, che però inizia a mostrare una maniera nelle movenze, nel modo di trascinare la voce, e nello sguardo.

Per l’ora e mezza durante la quale si articola il film si rimane in una zona di conforto, senza aderire alla storia e senza rischiare mai che essa metta in difficoltà l’occhio dello spettatore. Un’opera formalmente compatta, ma anche anodina, così come una produzione senza dubbio professionale, ma che ci si chiede dove voglia veramente arrivare. Non sarebbe forse il caso di rischiare di più, invece di adeguarsi allo status quo, e di accontentarsi del mestiere, della solidità, dell’ovvio? Domande che restano per ora senza risposta, ma che portano con loro un senso di preoccupazione, e di sottile angoscia, quello che sarebbe stato preferibile ricevere durante la visione.

Info
Il trailer di The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte.

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