Intervista a Masaaki Kudo

Intervista a Masaaki Kudo

Nato nel 1983 a Kyoto, Masaaki Kudo ha iniziato la carriera come assistente di registi come Sion Sono, Yoshimitsu Morita, Yojiro Takita, Isshin Inudo. Il suo primo lungometraggio, I’m Crazy (2017) ha ricevuto il Netpac Award al Bucheon International Fantastic FF nel 2018. Con Unprecedent (2021) ha partecipato al Tallinn Black Nights FF e al Bifan FF. Abbiamo incontrato Masaaki Kudo durante il 56° Karlovy Vary IFF, dove ha presentato in concorso il suo terzo lungometraggio, A Far Shore.

Come mai A Far Shore è ambientato nell’isola di Okinawa?

Masaaki Kudo: È stato circa 7 o 8 anni fa. Ho letto diverse notizie e report riguardo giovani e madri single in condizioni di povertà a Okinawa. Ho iniziato così.

Okinawa è tradizionalmente considerata un altro Giappone. I suoi abitanti appartengono a un’etnia un po’ diversa. Cosa mi puoi dire in merito?

Masaaki Kudo: Sono giapponesi ma non esattamente, c’è qualcosa di leggermente differente. Inoltre, un tempo c’erano anche persone indigene dell’isola. Quando fu stabilito il regno Ryukyu, ebbero diverse influenze sia cinesi che taiwanesi. In seguito, quando il Giappone invase Okinawa l’isola venne annessa. Poi, come è risaputo, dopo la Seconda guerra mondiale fu occupata dagli Stati Uniti e Okinawa è stata restituita al governo giapponese solo da 50 anni. È un luogo davvero complicato.

Il film si conclude con la frase “Questa è Okinawa”, come per dare un senso di rassegnata decadenza. Perché hai usato quella sentenza per chiudere il film?

Masaaki Kudo: C’è una parola nella lingua di Okinawa, la lingua originale dell’isola, che non è giapponese, “champuru”, è un po’ un mix. Con quella frase si pensa a quanto sia piccola Okinawa. Quello che ho mostrato non è un lato turistico di Okinawa, è qualcosa che il governo di Okinawa e i locali vogliono in qualche modo nascondere.

Parliamo di Aoi, la ragazza protagonista, costretta a prostituirsi. Come hai costruito questo personaggio e come hai lavorato con l’attrice Kotone Hanase?

Masaaki Kudo: Abbiamo fatto un’audizione ma non c’erano persone locali, perciò abbiamo pensato non fosse possibile scritturare attrici di Okinawa per questo film, e abbiamo provato a cercare qualcuno che potesse “adattarsi” a Okinawa. Così, quando abbiamo trovato l’attrice che interpreta Aoi, l’abbiamo fatta vivere per quasi due mesi prima delle riprese a Okinawa, dove ha realmente vissuto, lavorato, per conoscere meglio l’isola. Durante il suo periodo a Okinawa, per quei due mesi prima delle riprese, non le ho spiegato la storia del film, volevo solamente che vivesse e percepisse Okinawa. E anche quando stavamo girando, non le ho mai mostrato l’intero copione, solo giorno per giorno. Volevo che riflettesse su come si sentiva a vivere a Okinawa da sola. Quella è stata la cosa più importante per me, i suoi sentimenti e le sue sensazioni.

Tramite Aoi volevi parlare della condizione femminile a Okinawa?

Masaaki Kudo: Sì, il protagonista doveva essere una donna perché la storia è ispirata a mia madre e a sua madre, quindi mia nonna.

Il film è suddiviso in capitoli, ognuno dei quali con un titolo poetico, in contrasto con la storia di miseria che si racconta nel film. Come mai questa scelta?

Masaaki Kudo: Mentre stavamo girando a Okinawa tutta la troupe faceva spontaneamente delle ricerche e a quel tempo il copione non aveva capitoli, ma quando siamo arrivati al montaggio abbiamo trovato delle parole giapponesi, tipiche di Okinawa, e le abbiamo inserite come titoli dei capitoli. Inoltre mi piace molto il buddhismo, come via di pensiero. Quello mi ha ispirato un po’.

I titoli sono anche scritti usando lo shodo, la calligrafia nipponica. Vero?

Masaaki Kudo: È stato scritto da un calligrafo di Okinawa. Io, il produttore e il produttore associato abbiamo cercato un artista di Okinawa che potesse realizzare quel tipo di calligrafia.

Il film sembra rifarsi a una sorta di neorealismo. Quali sono le tue inflenze cinematografiche?

Masaaki Kudo: I primi che mi vengono in mente sono un regista francese, Truffaut, con I 400 colpi, e poi l’italiano Vittorio de Sica con Ladri di biciclette. Ma anche Unknown Pleasures di Jia Zhangke. Per quanto riguarda i giapponesi, Kenji Mizoguchi con La strada della vergogna, per il ruolo della donna come vittima.

Ritrarre questo Giappone marginale, di indigenza, di povertà estrema non è comune nel cinema nipponico. Come mai?

Masaaki Kudo: Penso che ci siano diverse ragioni dietro a tutto ciò, ma se penso a una in particolare. Abbiamo la tendenza a usare attori famosi, molto conosciuti per poter avere dei finanziamenti e riuscire a girare il film, e quando si ingaggiano attori così è piuttosto difficile ritrarre certi lati oscuri del Giappone. Insomma, la compiacenza giapponese. Questo non è un bel lato della nostra cultura. Non ci sono molti film o storie giapponesi sulla povertà.

Usi spesso seguire il personaggio con delle carrellate da dietro, in modo da scoprire, esplorare con lui il contesto in cui si sta muovendo. Come mai?

Masaaki Kudo: È molto semplice, volevo che il pubblico provasse la sensazione di seguire il personaggio. Ho parlato con il cameraman e abbiamo deciso di non usare una camera a mano perché abbiamo pensato che le nostre emozioni, quelle di chi produce il film, sarebbero state trasmesse al pubblico se avessimo usato quel tipo di camera.

La casa di Aoi, che si vede all’inizio del film, è estremamente disordinata. Si tratta di un caos metaforico della vita della ragazza e/o una rappresentazione della decadenza di Okinawa?

Masaaki Kudo: Sì, esattamente, è quella la metafora. Nella società giapponese ci sono le campagne che si stanno impoverendo e la disparità cresce, ma le persone cercano di porre fine a tutto questo facendo finta che vada tutto bene, ma non ci siamo focalizzati su questo aspetto del Giappone per questo film.

La prostituzione ha a che vedere con la presenza di basi militari americane a Okinawa?

Masaaki Kudo: È tutto fortemente connesso. Sono passati 50 anni da quando Okinawa è ufficialmente tornata ad essere parte del Giappone, ma quando il governo centrale o quello locale provano a fare qualcosa per Okinawa si trovano davanti un muro. Le basi americane sono piuttosto importanti e influenti. Ad esempio, ci sono questi due giornali molti importanti a Okinawa ed entrambi dedicano quasi metà delle loro notizie alle basi americane. Quindi, problemi come la povertà o le madri single o le condizioni dei bambini, tutto ciò può essere facilmente dimenticato dal governo locale.

C’è una dignità nel modo in cui Aoi guarda ai suoi clienti. Lei è una schiava ma mantiene questa superiorità morale. Confermi?

Masaaki Kudo: Sì. La dignità di Aoi è molto importante per questo film. Ho incontrato una scrittrice di Okinawa, che è anche una poetessa, e qualcosa che ha detto mi è rimasto impresso per molto tempo: “La libertà per le ragazze di Okinawa non è tanto l’andare in giro, o uscire la sera, questo genere di cose insomma. Ma per quanto dura sia la situazione, hanno la libertà di ridere, di sorridere”. Questo per me era davvero importante per il personaggio di Aoi ma anche per le ragazze di Okinawa. Avere dignità in tempi difficili.

Hai lavorato come assistente di registi giapponesi affermati. Cosa hai imparato da questi?

Masaaki Kudo: Quando avevo 15 anni ho partecipato a un film di Nagisa Ōshima, Tabù – Gohatto, come comparsa. Tramite quella esperienza mi sono interessato ai film, al lavorare nell’industria cinematografica e così quando compii 18 anni andai in un sito di produzione situato a Kyoto e iniziai a lavorare lì. Ci ho lavorato per quasi 10 anni. Poi ho iniziato a interessarmi alla regia dei film e quindi mi sono trasferito a Tokyo. Ho lavorato come assistente alla regia per circa 7-8 anni a Tokyo. Quegli anni come assistente alla regia sono stati il periodo più difficile della mia vita, a un certo punto sono arrivato a odiare il cinema. Ho anche pensato di abbandonare questa industria, ma poi sono riuscito a realizzare il mio primo lungometraggio.

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