Intervista a Beata Parkanová

Intervista a Beata Parkanová

Sceneggiatrice, regista e scrittrice, Beata Parkanová si è laureata alla FAMU – Filmová a televizní fakulta di Praga nel 2015. Prima di fare cinema ha scritto romanzi come My Funny Hell (2005), e molti altri titoli compresi libri per bambini. Il suo esordio è stato rappresentato dal film Moments (2018), presentato a Karlovy Vary IFF nella sezione East of the West. Nella competizione principale del festival ceco è invece stato presentato The Word. Abbiamo incontrato Beata Parkanová in questa ultima occasione.

A proposito della storia raccontata in The Word. Si tratta di una storia vera oppure di una storia con elementi ispirati a fatti reali?

Beata Parkanová: La storia è ispirata dalla vera storia dei miei nonni, i genitori di mia madre. Mio nonno era un notaio che non aveva voluto unirsi al partito comunista, e mia nonna aveva un temperamento che la portava sempre ad essere combattiva. Quando arrivò il 1968, e iniziò l’occupazione sovietica, mio nonno iniziò ad aver paura di una restaurazione del regime degli anni Cinquanta, con molte esecuzioni degli opponenti politici, un periodo molto tragico per la nostra storia. Mio nonno è veramente caduto in depressione e ha dovuto essere curato durante quel periodo, quindi tutta quella parte è vera. Mi hanno raccontato spesso di quel periodo e quindi lo conosco abbastanza bene e mi è piaciuta molto questa situazione dove il tuo mondo interno e quello esterno cambiano, e tu devi affrontare tutto questo.

Il film è ambientato in un piccolo centro, lontano quindi dalla capitale dove stava avvenendo la repressione sovietica della Primavera di Praga. Perché era importante mostrare questo tragico evento storico non direttamente ma nelle conseguenze nella periferia del paese?

Beata Parkanová: È molto importante che il film avvenga in una città piccola perché è tutto molto diverso rispetto a quando una storia simile si svolge in una città grande o in una capitale, perché nella piccola città puoi vedere le conseguenze. In una città così, tutti sanno tutto di tutti e ciò significa che ci sono molti pettegolezzi. Questa situazione influenza le persone attorno a te molto di più di quanto non succederebbe se fosse ambientata in una grande città, dove non hai questo tipo di relazioni, non c’è una comunità del genere.

Normalmente nel cinema si usa introdurre con scritte o voci off il contesto storico in cui avviene la storia. Qui non c’è nulla del genere. Solo dopo un po’ riusciamo a capire che siamo dopo la fine della Primavera di Praga mai menzionata. Come mai?

Beata Parkanová: Voglio che il pubblico senta che c’è qualcosa che sta cambiando, che dall’esterno proviene un pericolo, e volevo davvero mostrare questa situazione. In questo modo tutti sulla Terra possono davvero immaginarlo come se si trattasse un loro evento storico, un loro contesto storico esterno che si è svolto all’incirca così. In altre parole, ci potrebbero essere stati eventi storici simili, ad esempio in Italia per le donne italiane, e così quando guardano il film possono davvero pensare alle loro proprie esperienze.

Il fatto che il personaggio si chiami Václav è un riferimento alla figura di Václav Havel?

Beata Parkanová: È un nome ceco piuttosto usato, non stavo pensando proprio a Havel. Tra l’altro abbiamo anche San Venceslao (Václav) come patrono della nazione. E il nome Věra, che è il personaggio femminile, è connesso con la religione e víra significa qualcosa come fede.

Parliamo della composizione delle immagini del film. Per esempio quando il notaio protagonista riceve le visite dei funzionari di partito nel suo studio.

Beata Parkanová: Le persone appartenenti al partito siedono tutti sulle stesse sedie. Ma ho lavorato molto nel film con questa tecnica. Voglio mostrare non chi parla, ma colui che “riceve” il discorso, in particolare nelle scene dell’ufficio ho usato molto questo metodo.

La camera è quasi sempre fissa, anche nella scena in cui la moglie con il figlio scendono con lo slittino e la mdp è posta sullo slittino stesso in modo che a scorrere sia lo sfondo sui loro volti in primo piano. Come mai?

Beata Parkanová: È stata anche la tecnica usata per la scena al mare e nella clinica psichiatrica quando segui Věra, quando sta andando dentro. Uso tanti dettagli statici, in particolare per i visi. Ho usato queste inquadrature per cercare di mostrare le emozioni. Per quanto riguarda la scena dello slittino la camera è focalizzata sul viso del protagonista, in modo da mostrare ciò che sente dentro il personaggio. Ho usato questa soluzione perché volevo mostrare che attraverso tutto il suo percorso, lei deve davvero affrontare le proprie paure e tutto quanto, ma mostra anche che è una bambina, non solo una donna forte. È anche una bambina, perché in fondo tutti siamo bambini in qualche modo.

E invece come mai inserisce quelle fotografie alla fine di ogni segmento, come se volessi riassumere la situazione che c’è stata?

Beata Parkanová: Penso che ciascuno di noi abbia un’immagine del genere in testa. Quando richiami questo tipo di immagine nella tua memoria, sei in grado di ricordare tutta la situazione che hai vissuto. Magari anche tu, riguardando un tuo album di fotografie puoi ricordarti delle situazioni rappresentate nelle foto. Volevo raccogliere queste foto come una specie di monito che queste situazioni non possono essere dimenticate, non importa se non sono quelle più importanti. E insieme alle foto, anche le nostre emozioni.

Sei interessata, con il tuo cinema, a indagare sui cambiamenti nel tuo paese avvenuti con la fine dell’era socialista?

Beata Parkanová: Il mio primo film, Moments, riguardava una donna contemporanea o comunque una giovane donna e le sue difficoltà. Mentre il nuovo tratterà il divorzio tra due genitori attraverso le emozioni di una bambina di 6 anni. Il film è ambientato all’inizio degli anni Novanta, all’inizio di quel periodo dove abbiamo riavuto la nostra libertà. La possibilità di essere nuovamente liberi influenza molto le relazioni a lungo termine. L’archetipo della famiglia ceca è cambiato molto a causa della nuova ideologia del capitalismo e ognuno deve prendersi cura sé stesso a tutti i costi.

Quali sono le principali differenze tra il vivere in un sistema socialista piuttosto che in uno capitalista?

Beata Parkanová: Penso che il periodo del comunismo fosse abbastanza pericoloso, potevi perdere la vita molto facilmente, così come tutto ciò che avevi. E col capitalismo è all’incirca lo stesso, ma allo stesso tempo non lo è, non sei in pericolo, non è un momento così terrificante. Sta a te decidere se morirai per il denaro, per il lavoro o per altro, sei libero. Quindi direi che non è possibile compararli.

All’inizio del film, il notaio è impegnato a districare una questione di eredità mostrando le sue doti salomoniche. Perché era importante mostralo subito nella sua saggezza?

Beata Parkanová: Volevo mostrare al pubblico che lui è davvero vicino a quel mondo dove le persone devono gestire le promesse che si sono fatte tra di loro, e capire come portare avanti le loro relazioni in situazioni critiche come quella della morte dei genitori ad esempio. Volevo quindi mostrare la saggezza del protagonista ma lui deve anche essere questo tipo di persone, perché sta cercando di risolvere i problemi degli altri.

Il fatto che la famiglia festeggi il natale è un modo per far vedere che non sono comunisti?

Beata Parkanová: Anche i comunisti nella Repubblica Ceca festeggiavano il Natale in questo modo, cantando i canti natalizi. Ma senza fede o le pratiche cristiane, cattoliche o evangeliche che siano. La scena vorrebbe semplicemente mostrarci che Václav è tornato a casa e sono di nuovo una famiglia.

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