Amanda

Amanda

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Amanda, con cui esordisce alla regia Carolina Cavalli, è il racconto di una ragazza solitaria, che non conosce l’amicizia. Una sorta di Tutti giù per terra al femminile (vista anche l’ambientazione nordica), ma dagli esiti meno convincenti. In Orizzonti Extra alla Mostra di Venezia.

La migliore amica

Da che si ricorda Amanda, ventiquattro anni, non ha mai avuto amici. È la cosa che desidera di più. Quando scopre che da neonate lei e Rebecca passavano un sacco di tempo insieme, Amanda sceglie la sua nuova missione: convincerla che sono ancora migliori amiche. [sinossi]

Erano cinque le opere prime italiane selezionate alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, almeno rimanendo nel campo dei lungometraggi di “finzione”: in ordine strettamente alfabetico Acqua e anice di Corrado Ceron, Amanda di Carolina Cavalli, The Hanging Sun di Francesco Carrozzini, Margini di Niccolò Falsetti, Spaccaossa di Vincenzo Pirrotta. Al di là della speculazione critica e dunque della lettura analitica che può legittimamente accompagnare le singole visioni, è interessante notare come si tratti di cinque film che sembrano raccontare cinque idee diverse di produzione cinematografica, di estetica, di senso dell’immagine. Idee a volte così fortemente divergenti da apparire quasi in aperta contrapposizione. Sarebbe tutt’altro che insignificante aprire un dialogo aperto sul significato del produrre immagini, e sul ruolo che queste ultime assumono – o in ipotesi dovrebbero assumere –, ma si tratta com’è ovvio di una pia illusione, perché dall’epoca del barbarico “il dibattito no” qualsiasi tentativo di un reale approfondimento sul valore del cinema e dell’immagine in Italia è destinata a essere mandata a carte quarantotto. Comunque al Lido ci si è potuti imbattere su uno spigoloso racconto del “vero” (Spaccaossa), una commedia in odor di punk e nostalgia (Margini), un noir dal respiro internazionale (The Hanging Sun), una commedia amarognola sull’età che passa (Acqua e anice). In questo scenario l’esordio della trentunenne milanese Carolina Cavalli trova la propria peculiarità nella sua posa indie, che ogni tanto sembrerebbe occhieggiare perfino allo stralunato surrealismo di Aki Kaurismäki e Roy Andersson, ma con maggiore frequenza si assesta dalle parti del film in odore di Sundance Institute: non è in tal senso casuale che il film sia stato accolto in modo molto più positivo e caloroso a Toronto rispetto a ciò che è accaduto al Lido, dove l’attenzione riservatagli è stata maggiormente contenuta.

Amanda ruota interamente attorno al personaggio principale, quello che dona anche il titolo al film: una ragazza poco più che ventenne, dal carattere non facile, fragile e rigorosa, spigolosa ma allo stesso tempo alla disperata ricerca di un affetto che non è in grado di trovare nel mondo che la circonda. Amanda dopotutto deriva dal gerundivo di “amare”, e sta dunque a significare “colei che è degna di essere amata”: lo è, questa ragazza che non vuole seguire i dettami della famiglia alto-borghese ma allo stesso tempo non sa fare a meno del capriccio? Questo l’interrogativo che Cavalli pone allo spettatore, e in qualche modo anche a se stessa. Ed è anche la domanda che attraversa la mente della protagonista, che vorrebbe in maniera ossessiva avere delle amicizie e coglie al balzo l’occasione di convincere – è proprio il caso di dirlo – una sua coetanea di essere la sua migliore amica, visto che durante gli anni dell’infanzia le due trascorsero del tempo assieme. Da questo assunto paradossale prende il via la vicenda, che si muove nei canoni del teen-movie statunitense, con l’unico distinguo dell’età: a venticinque anni essere considerati degli adolescenti è oggettivamente difficile. Ma dell’essere fuori dal tempo Cavalli fa quasi una cifra stilistica, visto e considerato che l’immagine che il film dà di sé è quella di un’opera artatamente d’antan, tanto nella fotografia quanto nei costumi. Quel che ne viene fuori è un racconto non privo di un suo particolare fascino, ma anche abbastanza contraddittorio: un cinema che nello sviluppo del racconto prende con nettezza le distanze dall’abitudine “borghese” ma poi utilizza una messa in scena in tutto e per tutto “borghese”, senza la reale volontà di staccarsi dalla prassi, dalla canonicità tanto della narrazione quanto dell’apparato di immagini.

Certo, è pur vero che nella casistica produttiva nazionale Amanda appare come un piccolo ma significativo ufo, un oggetto non chiaramente identificabile, ma l’impressione è che invece di cercare una propria via in tutto e per tutto alternativa Cavalli abbia “semplicemente” guardato fuori dai confini, appropriandosi di un immaginario altro facendolo suo solo in modo episodico, e non strutturale. Un cinema che si autoproclama indipendente ma poi non sa mai rinunciare al quadro geometrico e ben riuscito, alla giusta disposizione dei personaggi in scena, in un sezionare l’immagine che è calibratissimo, chirurgico, del tutto non istintivo, né davvero liberatorio. Si sarebbe dovuto forse guardare (o riguardare) con maggiore attenzione Tutti giù per terra di Davide Ferrario, che venticinque anni fa tentava con un’ispirazione assai maggiore un processo non dissimile. Cavalli firma invece un film per l’appunto contraddittorio, che ancora non dice molto sulle reali potenzialità della giovane regista, per quanto si possa apprezzare una professionalità solida, e il tentativo (riuscito solo in parte) di smarcare il proprio sguardo. Alla fine, più del vestiario andersoniano – nel senso di Wes – a colpire lo sguardo sono le interpretazioni di Benedetta Porcaroli e Galatéa Bellugi, entrambe capaci di infondere una “verità” ai rispettivi personaggi, rendendoli finalmente tridimensionali.

Info
Amanda sul sito della Biennale.

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