Dante

Dante

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Sempre capace di spiazzare, Pupi Avati si lancia stavolta con Dante in un’impresa ai limiti dell’inosabile. Un’impresa che però in questo caso può dirsi riuscita, sia per la smisurata passione per l’autore della Divina Commedia che traspare dal film, sia per la scelta di calare i personaggi in un mondo carnale e violento, dai tratti mistici e orrorifici.

Il buon incantatore

Dante muore in esilio a Ravenna nel 1321. Settembre 1350. Giovanni Boccaccio viene incaricato di portare dieci fiorini d’oro come risarcimento simbolico a Suor Beatrice, figlia di Dante Alighieri, monaca a Ravenna nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi. Nel suo lungo viaggio Boccaccio oltre alla figlia incontrerà chi, negli ultimi anni dell’esilio ravennate, diede riparo e offrì accoglienza al sommo poeta e chi, al contrario, lo respinse e lo mise in fuga. [sinossi]

Pupi Avati è uno di quei registi che non smette mai di sorprendere. Ora in negativo, ora in positivo, naturalmente. Ma è, questa, una caratteristica che crediamo non si possa trovare in nessun altro regista italiano ancora attivo: solo con lui non si riesce mai a immaginare quale possa essere il suo film successivo, quali territori andrà a percorrere, come e se cadrà, cosa oserà. E stavolta, con Dante, Avati ha osato l’inosabile, sia pure in un contesto ingolfato di biopic di glorie patrie, dal Leopardi di Martone di ormai qualche anno fa fino ad arrivare al prossimo venturo Caravaggio di Michele Placido, senza dimenticare – en passant – tutti i cosiddetti film d’arte che proliferano in maniera incontrollata (Tiziano – L’impero del colore, Botticelli e Firenze – La nascita della bellezza, Raffaello – Il principe delle arti in 3D, Michelangelo – Infinito, ecc).

Dato l’assembramento sopracitato si poteva pensare che il nuovo parto di Pupi Avati si dovesse accodare a questi altri film fatti, pensati e commissionati per lo più per le scuole e/o per qualche canale tematico. E, invece, niente di tutto ciò. Il Dante di Avati è infatti un film personalissimo e appassionato, da cui trasuda un amore sconfinato per l’autore della Divina Commedia. E dunque lo si apprezza soprattutto per questo, al di là delle cadute di tono e di scrittura, che pure ci sono. D’altronde, è anche la chiave scelta nel mettere in scena questo mondo trecentesco a convincere: è un mondo sporco e violento, passionale e ingenuo, inquietante e crudele. E allora, per restituirci queste atmosfere, Avati ricorre alle corde che da sempre caratterizzano i suoi film migliori, dall’horror al mistico-gotico (si pensi a L’arcano incantatore), ma anche all’anti-epica contadina sempre sul filo della deformità fisica e mentale; un tratto – quest’ultimo – che è presente in buona parte del suo cinema, a partire da Balsamus, l’uomo di Satana e da tutti i suoi primi film, ma che si ritrova anche nel recente Il signor diavolo. Tutti questi materiali apparentemente eterogenei trovano coesistenza in Dante, giustificati per di più anche dal tema della peste e dunque della morte virulenta che – in un contesto medievale – è sempre dietro l’angolo (ricordiamo, d’altronde, che Dante è morto di malaria). Perciò, il nuovo film di Avati si pone in netta contrapposizione rispetto alla tendenza al laccato, all’esangue, al semi-amorfo, in cui spesso cade il nostro cinema contemporaneo d’ambiente storico.

La sfida di Dante è, poi, anche narrativa: Avati sceglie infatti di lavorare su due differenti piani temporali: da un lato la vita del sommo poeta, a partire all’incirca dai suoi cinque anni quando morì la madre; dall’altro il viaggio di Giovanni Boccaccio verso Ravenna per incontrare l’unica figlia femmina dell’Alighieri, diventata monaca, a cui deve consegnare dieci fiorini d’oro per parzialissimo riconoscimento dell’esilio fiorentino patito dal padre. Non sempre, va detto, queste due linee collimano, e non sempre il blocco di una arricchisce di senso il blocco della successiva, e si tende naturalmente a preferire il binario relativo alla vita di Dante (interpretato in maniera abbastanza convincente da Alessandro Sperduti). E questo avviene anche perché il racconto del viaggio di Boccaccio è meno denso di avvenimenti. Ma va anche detto che, ben consapevole dei limiti di questa seconda traccia narrativa, è qui che Avati piazza i suoi attori migliori, da Castellitto che interpreta perfettamente lo stesso Boccaccio, a un redivivo Alessandro Haber nei panni di un frate; e i due, ad esempio, si confrontano in una delle sequenze migliori del film, quella in cui duellano verbalmente commentando un passo della Commedia in cui Dante ha definito la chiesa una cloaca.

Ma le scene più forti e più commoventi del film sono proprio quelle apparentemente più rischiose, vale a dire le sequenze in cui viene mostrato il rapporto tra Dante e Beatrice, anzi – come si sa – il non-rapporto. Un non-rapporto costruito solo da sguardi fugaci e soprattutto dalle visioni a tratti terrificanti, a tratti erotiche che il poeta ha della donna amata sin dalla tenera età di nove anni. Vale a dire che Avati, una volta deciso di incanalare tutto il suo film nella carnalità, riesce persino nell’impresa di rendere corporeo e materico il rapporto amoroso più platonico di tutta la letteratura mondiale. E, nel far questo, avrà anche preso spunto dalla straordinaria violenza verbale che caratterizza la Divina Commedia, tratto – ahinoi – che spesso viene omesso sui banchi di scuola.

Ciò detto, va anche dato atto ad Avati di non sbrodolare le intuizioni poetiche dell’Alighieri creando degli a-parte didascalici, così come accadeva a Germano/Leopardi nel momento in cui declamava L’infinito. E perciò, ad esempio, vediamo il giovane Dante ascoltare da un soldato il racconto della triste vicenda amorosa di Paolo e Francesca e lo vediamo semplicemente ascoltare e quindi piangere commosso, senza trovarci costretti ad assistere al delicato momento in cui si sarà trovato con foglio e calamaio in procinto di comporre gli immortali versi. E così, in modo non troppo diverso, due sonetti celeberrimi del Nostro, l’uno legato a Beatrice (Tanto gentile e tanto onesta pare), l’altro all’amico Guido Cavalcanti (Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io), vengono sì declamati, ma in voice off e in momenti emotivamente intensi e ben calibrati.

Da questi e da tanti altri dettagli si arguisce che, alla base della scrittura del film, vi è stato un lavoro documentatissimo, come testimoniano d’altronde i numerosi dantisti chiamati come consulenti. Dante è infatti, in tal senso, anche scolastico, se vogliamo, ma nel senso più genuino del termine, nel racconto della passione di una vicenda letteraria e umana che si vuole trasmettere agli spettatori, giovani o anziani che siano. Ed è, inoltre, un lavoro cui dal punto di vista storico e letterario crediamo si possa obiettare ben poco, visto quanto è preciso e dettagliato in ogni suo passaggio (a volte anche troppo). Si aggiunga, d’altronde, che la stessa scelta di Boccaccio come co-protagonista è tutt’altro che casuale e peregrina, visto che questi fu, oltre ai due figli maschi di Dante, il primo importante commentatore della Commedia, e sostanzialmente il primo dantista della storia; ed è un commovente omaggio quello che, in chiusura di film, Avati fa a tutti i dantisti che si sono succeduti nei secoli, a cui – a questo punto – si può aggiungere anche il suo nome.

Per chiudere, un ultimo aspetto ci preme sottolineare: vale a dire il metodo di ricerca storico-letteraria che emerge dagli incontri che il personaggio di Boccaccio fa con le persone che hanno conosciuto Dante, a partire ovviamente dalla figlia. Da queste persone l’autore del Decameron cerca di attingere tutte le informazioni possibili per arricchire la conoscenza di quell’ammirato maestro che non ha mai conosciuto; informazioni e testimonianze che poi travaserà nella scrittura dei suoi commentari. Un lavoro dunque encomiabile che, a distanza di secoli, ci permette di sapere molte cose che non avremmo saputo su Dante, ma che allo stesso tempo ci pare si possa – e si debba – considerare quale stimolo di ogni ricerca culturale. Solo attraverso questo tipo di passione si tiene vivo il filo di una tradizione, letteraria o cinematografica che sia; solo così si riesce a imparare da chi ci ha preceduto. E non sarebbe male che qualche giovane regista si recasse da Pupi Avati per farsi una chiacchierata e cercare di rubargli qualche arnese del suo infinito mestiere.

Info:
La scheda di Dante sul sito della 01 Distribution.
Il trailer di Dante.

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