Il paese delle persone integre

Il paese delle persone integre

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Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2022 nella sezione Notti Veneziane, Il paese delle persone integre è una sorta di compendio dei reportage del filmmaker Christian Carmosino Mereu nel Burkina Faso, documentando rivoluzioni e dittature che si succedono come un ciclo che non ha fine. Il regista segue alcuni personaggi, le loro storie e le loro aspirazioni, in un film che si sviluppa come un flusso di coscienza dell’autore che mantiene un senso altissimo nell’etica delle immagini.

Giustizia per il Burkina Faso

Il film racconta la ricerca di libertà di quattro cittadini burkinabé: un musicista leader della rivoluzione iniziata nell’ottobre 2014, l’icona della scena reggae Sams’K Le Jah, premiato da Amnesty International come Ambasciatore di coscienza, un candidato alle imminenti elezioni, un minatore impegnato nella lotta sindacale e una madre che deve occuparsi di una famiglia povera e numerosa, tutti accomunati dalla speranza che il proprio paese possa presto diventare davvero libero e giusto: il «paese delle persone integre», come l’aveva chiamato Thomas Sankara. [sinossi]
L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che si verifica non solo nella forma brutale di coloro che vengono con le pistole per conquistare il territorio. L’imperialismo si presenta spesso in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Stiamo combattendo questo sistema che consente a una manciata di uomini sulla terra di governare tutta l’umanità.
Thomas Sankara

Il Burkina Faso è uno stato relativamente piccolo dell’Africa nord-occidentale. Una culla della settima arte del continente e della sua parte subsahariana. Nella sua capitale, Ouagadougou, si tiene il più importante festival africano, il Fespaco, mentre uno dei più importanti cineasti del continente, Idrissa Ouédraogo, era un burkinabé. Il padre fondatore della nazione, che ha ribattezzato con il nome attuale che significa «il paese delle persone integre», è stato Thomas Sankara. Rivoluzionario e poi governante illuminato, oppositore di ogni forma di neocolonialismo, di ogni modo in cui lo sfruttamento dei paesi africani si possa presentare sotto mentite spoglie, Sankara rimane un punto di riferimento per le lotte di libertà e indipendenza dei popoli africani e non solo. Seguendo il destino di quasi tutti quei leader che hanno agito per ideali di libertà e giustizia, Sankara non è morto di morte naturale. È stato assassinato dal suo vice, Blaise Compaoré nel 1987, dopo quattro anni di una presidenza caratterizzata da riforme e buongoverno. Compaoré ne ha usurpato il potere rimanendo sul trono per 27 anni finché una serie di sommosse popolari lo ha fatto cadere, dopo il tentativo di indire un referendum che avrebbe potuto allungare il suo mandato presidenziale. In mezzo a quelle proteste si trovava il filmmaker Christian Carmosino Mereu, armato di videcamera. La sua testimonianza filmata di quei fatti e degli anni che sono seguiti, è raccolta in Il paese delle persone integre, che è stato presentato alla 19a edizione delle Giornate degli Autori, nella sezione Notti veneziane.

Il paese delle persone integre inizia il 27 ottobre 2014, quando iniziano le proteste, e si chiude il 29 novembre 2015, abbracciando un periodo tumultuoso di storia del paese, con le immagini raccolte dal regista in suoi diversi viaggi. Seguendo soprattutto le vite di alcuni personaggi. Prima di tutto Christian Carmosino Mereu chiarisce e prende le distanze da ciò che questo film non è, ovvero il documentario di reportage televisivo. In vari momenti questo tipo di format è citato: all’inizio quando il regista in voce off racconta che fino ad allora le poche informazioni che aveva sul paese le aveva apprese da un documentario. Lui stesso produce dei reportage televisivi su commissione in quei suoi viaggi nel Burkina Faso. È come se Il paese delle persone integre fosse una sorta di making of di quei documentari di cui però si sa poco.

Il film è invece un diario in voce off del regista, un suo flusso di coscienza, anche intimo, delle persone che incontra e con cui stringe rapporti di amicizia, delle scoperte che fa e che condivide con lo spettatore. Tutto quello che si vede è semplicemente quello che passa sotto l’occhio del regista. Carmosino Mereu non usa altre immagini, per esempio di repertorio. Cosa che invece un documentario medio farebbe attingendo a man bassa da archivi vari, per completare la narrazione con tutte le immagini possibili. Ma qui non c’è la pretesa di istruire ma la volontà di mostrare i fatti come si profilano davanti alla mdp, spesso mossa perché travolta dai tumulti. E c’è la consapevolezza su dove possa arrivare o meno la camera. Come nel momento del ragazzo che viene colpito durante i primi scontri, che compare in una ripresa su cui il regista fa un blow up. Il giorno dopo si ha notizia di un primo morto ma Carmosino Mereu non pretende di affermare che sia proprio quel ragazzo di cui ha catturato l’immagine. Si limita a ipotizzarlo. Di molte riprese si dice anche dove si sia messo l’operatore instaurando così un rapporto di sincerità con lo spettatore. E Costant, uno dei personaggi seguiti, conduce la troupe spiegando in giro che si tratta di operatori italiani che stanno girando un documentario.

Proprio sull’Africa e sui tumulti che insanguinano periodicamente i vari paesi del continente, è un documentario considerato l’archetipo delle manipolazioni e delle contraffazioni che ancora oggi imperversano nel mondo della comunicazione dove regnalo le fake news. Alludiamo ovviamente ad Africa addio, del 1966, della premiata ditta di Gualtiero Jacopetti. Il paese delle persone integre si situa agli esatti antipodi affermando, per i motivi di cui sopra, una forte posizione etica sullo sguardo del documentario. Ragionando sul potere delle immagini e sulla loro mancanza, come il regista già aveva fatto in Kobarid con quei neri che accompagnavano la lettura dei diari dei soldati. Anche qui c’è il nero nei momenti in cui la telecamera viene spenta, per esempio per ordine dei militari.

Questa purezza del girato non impedisce comunque che le immagini siano lavorate, manipolate in postproduzione. Si passa dal bianco e nero al colore nel momento in cui la rivoluzione è compiuta. Spesso si blocca il frame, evidenziando e rendendo i volti, le genuine espressioni dei personaggi, per esempio dei soldati. E la narrazione può anche tornare indietro con un rewind, dando in pasto una prima scena su cui ritornare a breve. Uno stratagemma narrativo tipico, guidato da voce off. C’è per esempio in Vogliamo vivere! di Lubitsch. Il film termina qui. Arrivato a un certo punto il regista è costretto a mettere una demarcazione. Ma si tratta di una chiusura arbitraria. Non c’è fine, come si capisce dalle scritte finali, alla sofferenza e allo sfruttamento dei popoli africani, ai loro sacrosanti aneliti di libertà e benessere. Al loro desiderio legittimo di stili di vita dignitosi sfruttando quelle risorse di cui hanno grande ricchezza ma che sono depredate con forme mascherate, ogni volta in modo diverso, di colonialismo.

Info
Il paese delle persone integre sul sito delle Giornate degli Autori.

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