Intervista a Tizza Covi e Rainer Frimmel

Intervista a Tizza Covi e Rainer Frimmel

Tizza Covi e Rainer Frimmel, entrambi con una formazione nel campo della fotografia, collaborano dal 1996 con progetti di fotografia, teatro e cinema, caratterizzati da un approccio da documentario anche nella fiction. Nel 2002 fondano la loro casa di produzione indipendente Vento Film. Le loro prime opere sono state Das ist alles (2001), ritratto di un piccolo villaggio russo, e Babooska (2005) che segna il loro interesse per il mondo circense. La pivellina (2009) viene presentato in anteprima alla Quinzaine e poi a Pesaro e alla Berlinale Generation. Il loro Der Glanz des Tages (2012) vince il Pardo d’Argento a Locarno per il miglior attore, Walter Saabel. A Locarno viene presentato anche il successivo film Mister Universo (2016). Il loro documentario Aufzeichnungen aus der Unterwelt (2020) è invece a Panorama della Berlinale. Con la loro ultima opera, Vera, approdano a Venezia Orizzonti, vincendo per la miglior regia e la migliore attrice, Vera Gemma. Abbiamo incontrato Tizza Covi e Rainer Frimmel in questa ultima occasione.

Come avete scelto questo soggetto? Perché raccontare la storia di Vera Gemma? Come l’avete conosciuta?

Tizza Covi: Vera ci ha affascinato andando oltre l’apparenza. Quando l’abbiamo vista per la prima volta ci siamo detti: «Ma chi è questa?» e non siamo stati molto simpatici con lei. Due settimane dopo ci siamo ritrovati a una cena insieme e l’abbiamo trovata incredibile, sincera, divertente, colta. Ci siamo chiesti come mai giudicassimo ancora dalle apparenze. Abbiamo visto che tutti la giudicano dalle apparenze e ci è sembrata una cosa molto ingiusta. Abbiamo cominciato a trovarci con Vera e a stabilire un’amicizia. L’abbiamo conosciuta nel 2015, è stato un lungo conoscersi. Ci sembrava una cosa importante dopo un po’ di anni di avere una protagonista come lei.

Rainer Frimmel: All’inizio siamo caduti nella trappola dei pregiudizi, e questo è piuttosto interessante per noi.

Chi è per voi Vera? Quali aspetti di lei vi hanno affascinato?

Tizza Covi: Per noi Vera è una donna molto forte, al contempo debole come ogni persona che sta cercando l’amore perché sta cercando una cosa che è molto difficile da trovare. È molto interessata alla vita e alle persone con le quali cerca veramente un contatto vero, anche perché cresciuta in questo mondo anche molto ipocrita e fasullo, superficiale. Lei non ne è certo una fan. Ha tantissime storie in questo senso.

Rainer Frimmel: Non si deve dimenticare che Vera nel film è un personaggio finzionale.

Tizza Covi: Alla fine lei porta una parte di sé stessa che la ritrae bene. Però è un periodo del passato. Noi avevamo già ideato questo film quando lei non aveva fatto ancora nessun reality, andava in televisione solo per parlare di Giuliano Gemma. Era molto persa. Poi ha fatto una carriera televisiva, che si può chiamare come si vuole ma comunque è diventata qualcuno.

Nel vostro cinema non si capisce mai dove finisce la realtà e dove comincia la funzione. Ci sono dei momenti che non possono essere realtà, per esempio la scena in cui Vera è nella sala d’aspetto dell’ambulatorio medico, dove ha portato il bambino, e una signora si arrabbia. Non lo avrebbe fatto sapendo di avere una camera puntata su di sé. Ci sono poi personaggi molto belli e spontanei come la nonna, il bambino o l’autista. La persona che interpreta quest’ultimo c’è in tutti i vostri film. Vorrei quindi chiedervi come funziona il vostro modo di lavorare.

Tizza Covi: Ci sono cose scritte che poi facciamo come in un classico film di finzione come per esempio quella scena in sala d’aspetto. Siamo in due sul set, lui fa la cinepresa, io faccio l’audio e insieme facciamo la regia. Facciamo un lavoro veramente molto documentario. Questa signora l’avevamo conosciuta il giorno prima in strada e le abbiamo detto: «Dai, venga a fare quella parte». Il nostro stile è molto familiare. Ci sono tante cose che succedono e che ci succedono perché siamo piccoli, perché siamo in due. Per esempio il momento in cui Vera cammina e un ragazzo le chiede l’autografo però non può uscire dal portone di casa perché è agli arresti domiciliari. Questo è vero, è al 100% documentario. Questo è il vantaggio nel nostro modo di lavorare. Possiamo creare delle cose ma si può anche cogliere quello che si trova. Diciamo sempre che non vogliamo eseguire le cose che abbiamo definito a tavolino ma vogliamo essere pronto a cogliere quello che succede.

Rainer Frimmel: Ci basiamo su ciò che definisco memoria emozionale. È molto importante per noi che i nostri attori reagiscono seguendo la memoria emozionale, le situazioni che hanno già vissuto una volta.

Tizza Covi: Vera una volta è stata veramente addormentata da un suo ex-fidanzato in una stanza d’albergo. Ha dormito tre giorni. Questo ci ha dato i brividi perché lei veramente rivive e sa come muoversi. Ha mantenuto l’idea di come sia stato per lei svegliarsi. Questo nel nostro cinema è molto importante. Siccome giriamo cronologicamente, le emozioni sono molto forti nei protagonisti perché si abituano. Vera veramente ama questo bambino, si innamora veramente di Daniel. Noi utilizziamo tantissimo questi elementi, queste relazioni che nascono su un set.

Rainer Frimmel: Lo stesso è valido per il dialoghi. Noi non scriviamo dialoghi ma lavoriamo sui dialoghi con gli attori, è sempre la lingua degli attori, non la nostra lingua.

Tizza Covi: Noi siamo documentaristi, nel cuore. Ci interessa più il documentario della finzione. Però un elemento di finzione dobbiamo metterlo. Abbiamo messo una situazione di finzione sulla quale abbiamo costruito l’intero film. Anche noi scriviamo le nostre sceneggiature per i nostri attori. Perciò io so in quale situazione vivono i nostri attori, cosa direbbero in certe situazioni e questo è al 100% documentario.

Voi girate in 16mm, cosa considerata anacronistica. Io ho avuto dal vostro film la sensazione di una decadenza del cinema. Il cinema non è più quello di Giuliano Gemma ma è in mano a questi affaristi mediocri che si vedono. L’unico modo di fare ancora cinema vero è il vostro, quello di chi tenta altre altre forme di cinema.

Tizza Covi: Noi non vogliamo fare parte di questo grande cinema commerciale ed è anche per questo che lavoriamo ancora con budget piccolissimi, e ancora in due. Non perché non ci offrano degli altri budget. Noi pensiamo che questo faccia parte di una visione social-politica. In fin dei conti si tratta di non spendere di più di quello che è assolutamente necessario. Se fai un film su una borgata e vieni qua con tanti soldi, vai nell’albergo di lusso, come puoi raccontare la borgata? Per noi girare su pellicola è una decisione estetica. Quando fai un film, fai una cosa visuale. Non fai solo un film per raccontare una storia. Deve essere un’avventura visuale. Per noi è molto importante. Per noi la definizione del film su pellicola racconta l’anima delle persone di più che la definizione del digitale.

Rainer Frimmel: È un altro concetto girare su digitale perché tu sai che la pellicola costa tanto. Dieci minuti costano tanto. In questi dieci minuti deve succedere qualche cosa di importante, giusto, reale. Tutti sentono questo sul set e questo è molto interessante.

Tizza Covi: Quando fai il ciak, quando senti la cinepresa, perché con il super 16 si sente, c’è la concentrazione di tutti. Non puoi pensare: «Proviamo, facciamolo duecento volte». Sanno che abbiamo un rullo e dobbiamo essere tutti all’altezza.

Vera si è plasmata il corpo con la chirurgia estetica, e anche nel film si vede che vorrebbe ancora un ulteriore intervento al seno. In qualche modo volevate affrontare il tema dei canoni della bellezza?

Tizza Covi: Assolutamente. Gli stereotipi della bellezza sono una stupidaggine. Una persona bella è una persona che ha vissuto qualcosa e che sa raccontare qualcosa. Questo per me è la bellezza di una persona. In questo senso, e non solo in questo senso, Vera è una persona bellissima. Nel momento in cui siamo riusciti a guardare dietro le apparenze, ci siamo subito innamorati di questo personaggio. Abbiamo voluto raccontare la sua femminilità che io apprezzo tantissimo. Questo stile di essere forse un po’ troppo, in tutto, troppo provocante, troppo sexy. Perché dovrebbe disturbarci se lei si vede bella, sexy? Lei non ha problema con questo. In questo film volevamo essere molto dalla parte di Vera. Non rappresenta l’estetica nostra che è un’estetica molto semplice. A noi non interessano i vestiti. Noi siamo molto molto diversi. Ma anche in ciò proviamo il fascino per questa vita e per Vera.

Rainer Frimmel: Lei dice che il suo concetto di bellezza è quello delle trans e questo è così inusuale, così strano. Ma perché no? Se io ho un problema con questo devo trovare il problema dentro di me.

Voi avete sempre avuto un interesse per il mondo circense. Vera ne ha fatto parte, è stata una domatrice. Perché non avete inserito questa parte della sua carriera artistica, che poteva essere vicino al vostro cinema, nel film?

Tizza Covi: Noi abbiamo avuto un una necessità grandissima di raccontare il mondo del circo come l’abbiamo vissuto noi, ma questa necessità non la sentiamo più. Volevamo assolutamente raccontare Arthur Robin, Tairo Caroli e Patty Gerardi. E con questo non abbiamo più niente da dire, da aggiungere.

Rainer Frimmel: Anche per Vera, quello è stato un periodo della sua vita che è ormai finito.

Uno dei momenti più belli del film, a mio parere, è quello con Asia Argento, quando vanno al cimitero acattolico sulla tomba del figlio di Goethe. Com’è nata quella scena?

Tizza Covi: Un tema importante in questo film è la condizione di figlia di qualcuno famoso. Questa tomba noi l’avevamo trovata già vent’anni fa, ci fece un’impressione grandissima. A noi, che siamo figli di persone molto molto normali e quindi non avendo mai avuto questo problema di avere, neanche nella tomba, scritto un nome altisonante, ci ha impressionato veramente. Avevamo una foto appesa a casa della tomba del figlio di Goethe, e perciò quando ho trovato Vera, quando abbiamo deciso di scrivere una sceneggiatura, era chiaro che questa tomba è questo incontro doveva esserci, tra lei e la tomba. Fortunatamente abbiamo anche convinto Asia Argento di far parte di questa scena.

C’è anche la combinazione che Eva Robin’s, cui Vera si ispira come modello estetico, fosse nel film Tenebre di Dario Argento dove c’era pure Giuliano Gemma. Qui c’è un incrocio delle traiettorie dei personaggi. La stessa Vera ha recitato in due film di Argento, La sindrome di Stendhal e Il cartaio.

Tizza Covi: Sì, ma questo lo sanno in pochi ormai. Se chiedi in giro di Eva Robin’s, in pochi se la ricorderanno. Però mi faceva piacere che lei raccontasse questo amore, perché lei da bambina era già innamorata di una donna. Perché no?

Questo mondo ipocrita e squallido si contrappone a quello genuino e buono dei borgatari. Per un po’ funziona un senso di manicheismo ma poi questo si rompe quando si scopre che il padre del bambino sta cercando di frodare l’assicurazione. Quindi neanche lui si salva, la disonestà è trasversale.

Tizza Covi: Quello è molto importante perché il nostro protagonista fa qualcosa di forse molto cattivo, ma per riuscire a fare una cosa buona, cioè per portare suo figlio fuori dalla borgata. È tutto fluido, come canta Loredana Bertè nel film, la canzone Dedicato: dedicato ai cattivi che poi così cattivi non sono mai.

Info
Vera sul sito della Biennale.

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