Intervista a Vera Gemma
Vera Gemma ha trascorso l’infanzia sui set dove lavorava il padre, Giuliano Gemma, su cui realizzerà un documentario, nel 2013, dal titolo Giuliano Gemma: un italiano nel mondo. Ha recitato a teatro, in serie televisive e in numerosi film, tra i quali La sindrome di Stendhal e Il cartaio di Dario Argento, Ovosodo di Paolo Virzì, I magi randagi di Sergio Citti e Scarlet Diva di Asia Argento. Dal 2019 è una presenza fissa in alcuni reality.
Abbiamo incontrato Vera Gemma durante la 79 Mostra di Venezia, dove ha vinto il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile con il film Vera, incentrato su sé stessa, di Tizza Covi e Rainer Frimmel.
Nel film Vera a un certo punto pronunci questa battuta: «L’artista se non vive, non ha niente da raccontare». Sembra quasi il manifesto di questo film, non credi?
Vera Gemma: Io sono sempre stata ossessionata dall’idea di vivere la vita, nel senso che mi sono addirittura fatta un po’ il film della mia vita. Sono una delle poche che è andata a vivere a Los Angeles senza cercare di fare l’attrice. Anzi ho fatto la spogliarellista a Los Angeles perché mi facevo il film della mia vita, perché avevo visto Carlito’s Way. Io sognavo quello. Mi sono impegnata tantissimo per farlo. Ho imparato tante cose. Questa ossessione di vivere la vita mi permetteva di avere un qualcosa da raccontare, come un essere umano innanzitutto, oltre che come artista. Ho scritto dei libri per esempio raccontando degli episodi della mia vita. Credo che fondamentalmente bisogna viverla questa vita e metterla al primo posto. Il messaggio che hai da dare, le cose che hai da raccontare arrivano di conseguenza a questa stessa capacità di vivere la vita, e di rimanere molto ancorata alla realtà. Il che non vuol dire non sognare, perché il sogno fa parte anche della vita. Vuol dire apprezzare ogni singolo momento della vita è viverla fino in fondo. Che senso ha passare da un film a un altro, avere successo, guadagnare soldi se poi non vivi la vita? Ho sempre pensato questo vedendo persone di grande successo che poi nella vita erano sole o avevano una vita irrisolta. Il che può succedere anche a chi non ha successo. Però alla fine loro la mettevano in secondo piano questa vita. Queste grandi dive che passavano per casa mia. Io mi dicevo che non avrei mai fatto questo, che avrei messo sempre al primo posto la vita a costo di non lavorare. Ora molti mi chiedono: «Ma dov’eri fino a ieri?». Io rispondo: «A vivere la vita». Fare questo film per me è stata una liberazione. Di staccarmi dall’ossessione per esempio di apparire bella o di essere accettata. Mi sono messa completamente a nudo. Me ne sono assolutamente fregata di come stavo, di quanto ero bella, di quanto ero magra. Non ho neanche voluto dimagrire. Non mi importava di come sarei apparsa, mi importava raccontare, per una volta nella vita, una parte di me, chi ero io. E questo ho avuto la priorità assoluta su tutto. Sono fiera di averlo fatto perché credo che questa mia ossessione di verità in qualche modo si accompagni anche a questo essersi messa completamente a nudo nel film. Senza pudori, non avendo paura di far vedere che io mi metto l’extension, che io mi sono rifatta, che io posso non essere bella. Ma la bellezza poi alla fine è un concetto così relativo perché sta in tante cose è si può essere belli anche senza essere belli e viceversa.
Quando i registi Tizza Covi e Rainer Frimmel ti hanno proposto il progetto cosa hai pensato? Hai accettato subito o hai avuto qualche titubanza?
Vera Gemma: Io non mi fidavo. Tizza mi disse: «Io voglio fare un film tutto su di te». La prima reazione è stata «Io non c’ho una lira, non ho soldi per questo film». Ma lei mi disse: «Vera, non solo i soldi li abbiamo trovati noi e abbiamo già una produzione, ma noi ti paghiamo per il tuo lavoro». Non capivo che cosa ci fosse di così interessante da raccontare in un intero film su di me. Le dissi: «Ma che cosa vuoi raccontare di me?». Lei mi disse: «Voglio raccontare la tua ossessione per la bellezza, il non esserti mai sentita all’altezza di tuo padre, i fidanzati che ti hanno rubato i soldi, il tuo non essere stata capace di vedere il male nella vita, tutta la gente che si è approfittata di te». Mi sentivo un po’ rubata di un’intimità di cui un po’ mi vergognavo. Ancora dicevo: «Ma Tizza, perché devo raccontare tutte queste cose di me?», e poi invece ho detto sì. Ho pensato di dover raccontare tutte queste cose di me perché tante donne potranno identificarsi in questa Vera indipendentemente dal fatto che sono figlie d’arte o no. Tante donne hanno creduto nel bene che magari non era bene. Si sono sentite usate, deluse. Non si sono sentite abbastanza belle, non si sono sentite all’altezza dei padri, che fossero attori o no. Ho pensato quindi che forse molte donne si sarebbero potute identificare in questa storia. Quindi perché non raccontarla? Perché non rivelare a tutti che dietro questa donna, così sempre vestita un po’ esagerata, un po’ strana, con questi cappelli da cowboy, in realtà c’è una grande fragilità? E perché questo aspetto, che per me è stato sempre un po’ una maschera? In questo c’è la mia ossessione per le drag queen, per il look. L’essere esageratamente esagerata. È un mio modo di essere, perché sempre giudicarlo? Perché io devo essere rassicurante per non mettere paura alla gente e perché metto paura? Conoscetemi. Perché c’ho il cappello da cowboy? E poi che succede?
Nello stile dei registi, tutto il film si gioca su un confine molto labile tra realtà e finzione/messa in scena. Com’è stato lavorarci?
Vera Gemma: Perché una storia onesta che prende spunto veramente dalla lettura psicologica profonda dei registi. In realtà è un film, non è un documentario. Loro non mi hanno mai seguito nella mia realtà e spiato nella mia vita. C’è una sceneggiatura. Ci sono delle battute. Poi è ovvio che io magari, ma come qualsiasi altro attore, possa dire: «No, Tizza, io non me la sento di dirla così questa battuta, non la direi mai così, fammela dire così», «Certo dilla come ti pare». Però c’è il disegno di una storia che si vuole raccontare. L’aspetto è documentaristico, ma il lavoro è assolutamente un lavoro di regia e di attrice. Uno dice: «Ah ma è facile, ha fatto sé stessa». No, è difficilissimo perché tu intanto ti devi conoscere che devi accettare. E poi non devi fare la caricatura di te stessa. Devi essere una te stessa che è veramente credibile. Non devi recitare te stessa però nello stesso tempo non stai facendo un documentario quindi devi essere anche talentuosa. Tutte le scene del film le ho veramente vissute al 100%. Quando piango, piango veramente. Quando sto male, sto male veramente. Andando poi a scavare su tutte cose che veramente erano dentro di me.
Leggo questo film come una decadenza del cinema nel senso che il cinema di tuo padre non si fa più. Appartiene a un mondo dei sogni di celluloide, al cinema di genere che non c’è più. A qualcosa della nostra infanzia. I registi che si vedono nel film sono personaggi mediocri, ritratti come dei piccoloborghesi. Per cui se c’è una via al cinema può essere quella di questo film. Un film di finzione ma comunque una finzione non ha bisogno di quei set che tu hai frequentato da piccola. Qui si può fare cinema anche in casa. Cosa ne pensi?
Vera Gemma: Qua si può fare cinema anche camminando per San Basilio. Perché è successo veramente che un uomo affacciato alla porta mi abbia detto: «Vera, vietti a fa’ na’ foto con me», «Certo, esci, facciamoci una foto», «Un posso uscì, sto all’arresti domiciliari». E Tizza ha detto: «Fermi tutti, lei è scritturato per il film! Deve fare la stessa cosa che ha fatto» [simula l’accento tedesco della regista Tizza Covi di origine altoatesina]. Abbiamo realmente vissuto la vita a San Basilio. Girando, ci fermavamo a parlare con la gente ed è nato il film. Non sai più dov’è il film e dove la realtà, dov’è la finzione. Però è un un modo molto onesto di fare cinema. È è più vero di chi vuole raccontare una realtà vera che poi alla fine è sempre un po fasulla. Il che è un po’ il difetto dei registi italiani. Quando parlo con qualcuno che è in cerca di un’idea per un film dico: «Racconta la verità, quale idea è più interessante della verità? Racconta la tua storia. Sei tu l’idea che cerchi».
Com’è nata invece quella scena del provino con il regista che inizialmente ti tratta con sufficienza e poi cambia atteggiamento quando, dopo un’iniziale incredulità, viene a sapere di chi si figlia?
Vera Gemma: È realmente successo che io feci i complimenti al regista dicendo qualcosa come: «Il suo film mi ha ricordato tantissimo…». E quello si stupì moltissimo nel vedere che io potessi avere una cultura cinematografica. Io gli dissi: «Non avrò la faccia per il suo film, ma posso avere la faccia per andare al cinema?». Tizza ha riso tantissimo a questo racconto e ha detto: «Dobbiamo assolutamente rifare questa scena!». Manco c’ho la faccia per anna’ al cinema! Almeno dammi questo diritto di essere intelligente!
Il cinema si vede molto nel film e sempre in pellicola. Ci sono i filmati vostri di famiglia e poi porti il bambino in una sala dove proiettano Stanlio e Ollio, non qualche film d’animazione che va di moda oggi. C’è sempre una nostalgia per un cinema del passato?
Vera Gemma: Quei filmati sono proprio i nostri. Veramente sono andata in quel container a cercarli. Poi una mia grande ossessione è il cinema in bianco e nero. Io amo Chaplin, Stanlio e Ollio. Già da piccola convincevo tutti a vedere a casa mia Luci della ribalta, sentendomi dire «Ma che du’ palle», e io: «Ma no, è un capolavoro assoluto!». Nessuno mi capiva. Ovviamente a casa mia il cinema era molto vivo, c’era una grande cultura cinematografica. Non si guardava solo i western ma di tutto.
C’è una iniziale contrapposizione tra quel mondo decadente che frequenti, del jet set, fatto di persone mediocri, e i borgatari, invece portatori di valori genuini e semplici. Sembrano i buoni e i cattivi del cinema di genere, quello di tuo padre. Ma poi scopriamo che il padre del bambino tenta di frodare il fisco e questo scompagina ogni schematismo tra buoni e cattivi. Che ne pensi?
Vera Gemma: C’è un momento del film in cui lei ferma il bambino e gli dice: «Ascoltami bene, io l’ho capito tardi, però mai dipendere dal giudizio degli altri». Questa è la frase che, tra virgolette, è il messaggio del film. Niente è come sembra. Alla fine l’evoluzione dal cinema italiano di genere è che non esistono più i buoni i cattivi. Ognuno di noi è buono e abbiamo tante sfaccettature. Mi possono dire che sono buona, sì lo sono ma posso essere anche essere un pezzo di merda se voglio. Perché dobbiamo essere tutti identificati in un’idea di bontà o di cattiveria? I colpevoli sono innocenti, le vittime sono carnefici. La vita è molto più ampia di così, sebbene quel cinema di buoni e cattivi era meraviglioso perché ci faceva sognare, anche se io amavo sempre il ruolo del cattivo più di quello di mio padre. Gli dicevo sempre: «Che bravo che sei papà però il ruolo del cattivo…» e lui ci rimaneva un po’ male. «Che strana questa bambina, le piacciono sempre i cattivi». Anche nel film di Damiano Damiani Un uomo in ginocchio c’era mio padre che faceva il buono e Michele Placido il cattivo. Gli dissi: «Sei bravissimo ma il ruolo di Placido…». Mi guardò male come per dire «Ma che vuoi? Mica è colpa mia se sono un eroe buono». Nessuno è buono in Vera. Perché anch’io faccio parte di quel mondo dello spettacolo dove sono cattivi e io invece sono buona. E loro fanno parte di un mondo dove sembrano buoni e invece sono anche cattivi. Non esiste il bene ma tutto si mischia. Per assurdo io che sono figlia del cinema di genere, dei buoni e cattivi, ho fatto un film dove buoni cattivi non esistono. Mi sembra una bella evoluzione della famiglia Gemma.
Se tuo padre fosse qui, come reagirebbe nel vederti a Venezia alla Mostra del Cinema a presentare un tuo film?
Vera Gemma: Ci tengo a dirlo, oggi, il 2 settembre, è il compleanno di mio padre, e io sono qui a fare interviste per il mio film. Vorrei che in qualche modo lui, ovunque sia, sia un po’ fiero di me. Perché l’ho fatto anche preoccupare, perché ho avuto un’adolescenza un po’ ribelle. Lui ha fatto fatica a capirmi. Negli ultimi anni ci siamo capiti tanto, ci siamo uniti tanto. Passavamo i pomeriggi insieme a casa mia a guardare i film. Ci siamo amati tantissimo e lui si divertiva tanto con me. Faceva tante risate. Ha imparato non solo ad accettarmi, ma ad amarmi tantissimo, riconoscendo che forse lui non si era accorto, nella mia adolescenza, di quanto io fossi speciale. E nel momento in cui ci siamo uniti di più, l’ho perso. Però è come se il nostro rapporto si fosse risolto e avesse avuto un meraviglioso finale dove c’eravamo già detti tutto. Non c’erano cose non dette, rapporti non risolti. Sono riconoscente di questo, di avere un padre a cui sono riuscita a dire tutto. Però lui non ha avuto adesso la soddisfazione di vedermi a Venezia in concorso con un film. Lo dedico a lui, sono sicura che mi vede e che è fiero di me. E io sono fiera di essere sua figlia nonostante tutti i conflitti che abbiamo avuto. Sono onorata di essere la figlia di Giuliano Gemma. Se fosse qui, direbbe: «Ma sei stata fortissima! Ma c’hai un successo incredibile! Ma hanno applaudito tantissimo, mamma mia! Brava!». E poi forse direbbe: «Però potevi perdere qualche chilo per il film, perché si vede che c’è qualche chiletto in più» sempre per la sua ossessione alla perfezione. E io gli avrei detto: «Papà, è proprio quello il bello, che mi sono messa a nudo». E lui: «Sì ho capito, ma stai facendo l’attrice!». Avremmo anche discusso su questa cosa, però fondamentalmente sarebbe stato fierissimo degli applausi di ieri e si sarebbe commosso.


Intervista a Tizza Covi e Rainer Frimmel
Venezia 2022 – Bilancio
Vera
Venezia 2022 – Minuto per minuto