Omicidio nel West End

Omicidio nel West End

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Omicidio nel West End è il titolo italiano scelto al posto dell’originale See How They Run; Tom George alla regia e Mark Chappell alla sceneggiatura, entrambi provenienti dal mondo dei serial tv (e si vede, non in senso positivo), ordiscono un omaggio al giallo à la Christie senza però l’ironia indispensabile e soprattutto senza gestire in modo adeguato il ritmo della narrazione. A tenere in piedi un’opera così ambiziosa ma fragile sono soprattutto gli interpreti, a partire da Saoirse Ronan e Sam Rockwell.

Tre topolini ciechi

Nel West End di Londra degli anni Cinquanta, i piani per una versione cinematografica di un’opera teatrale di successo subiscono un brusco arresto dopo l’omicidio di un membro fondamentale della troupe. Quando l’ispettore Stoppard e la zelante recluta Constable Stalker prendono in mano il caso, i due si trovano coinvolti in un enigmatico giallo all’interno del sordido e affascinante mondo dietro le quinte del teatro, indagando sul misterioso omicidio a loro rischio e pericolo. [sinossi]

Immaginate un film che inizia mostrando un teatro londinese del 1953 in cui si sta rappresentando Mousetrap, vale a dire Trappola per topi di Agatha Christie, continua occhieggiando a Sei donne per l’assassino di Mario Bava – il primo omicidio –, e il tutto utilizzando come stratagemma narrativo quello che contribuì a rendere celeberrimo Viale del tramonto di Billy Wilder. Immaginate quindi che il film prosegua sul crinale della commedia, con l’indagine gestita a metà tra Rex Stout e l’ispettore Clouseau (l’impermeabile chiuso nella portiera dell’automobile), e si arrivi addirittura a un momento di metateatro che sembra in parte volgere lo sguardo dalle parti di farse come Rumori fuori scena di Michael Frayn, da cui trasse un brillante adattamento cinematografico il compianto Peter Bogdanovich nel 1992. Mescolando tutte queste ipotesi appena esposte potrete con ogni probabilità farvi un’idea quantomeno parziale di Omicidio nel West End, che giunge in sala in Italia dopo l’uscita britannica del 9 settembre: finora a livello mondiale ha conquistato oltre 12 milioni di dollari. Da un punto di vista strettamente produttivo è logico ritenere che a spingere in direzione di un giallo ambientato nella Londa in cui furoreggiava ancora il nome di Christie, e che allo stesso tempo ragioni su un omicidio ascrivibile solo a una cerchia assai ristretta di persone, sia stato il successo commerciale tanto delle riletture che Kenneth Branagh ha fatto dei romanzi della grande scrittrice britannica (Assassinio sull’Orient Express, Assassinio sul Nilo), quando di Knives Out di Rian Johnson, con Daniel Craig nei panni del detective Benoît Blanc, palesemente costruito sulla capacità deduttiva di Hercule Poirot – con tanto di francesismo nel nome a rinsaldare la prossimità.

Di carne al fuoco Omicidio nel West End, titolo italiano assai didascalico che non rende giustizia all’originale See How They Run: “See How They Run” è infatti uno dei distici che compone la ninnananna Three Blind Mice, da cui trasse ispirazione Christie per il romanzo che diventò sul palcoscenico Mousetrap. E See How They Run è anche il nome di una drammaturgia a pochi passi dalla commedia e dalla farsa scritta da Philip King e rappresentata per la prima volta nel West End nel 1945. Tutta questa stratificazione di senso, che pare essere il minimo comun denominatore per gli esordienti al cinema Tom George (alla regia) e Mark Chappell (alla sceneggiatura), entrambi con una radicata carriera sul piccolo schermo – e purtroppo questo percorso, in molti passaggi della messa in scena, si avverte con forza –, si perde nel titolo italiano, ma forse sarebbe rimasto in ogni caso ignoto allo spettatore medio. Il ché non sarebbe certo un dramma, non fosse che per quel che concerne ritmo e brillantezza nei dialoghi questo giallo che gioca con la commedia risulta essere decisamente povero. Le idee magari non mancano, a partire da un finale che ironicamente mette in scena un’intuizione del tutto artistica del regista (in scena) Leo Köpernick – scappato da Hollywood forse perché comunista, e amante dell’alcol più che del proprio mestiere – che era stata cassata con nettezza tanto dal suo produttore che dallo sceneggiatore con cui sta lavorando, ma sembrano gettate alla rinfusa, più per amor di citazione che per reale interesse allo sviluppo della vicenda.

Così magari nell’ora e mezza durante la quale si sviluppa il film lo spettatore potrà rendersi conto con nettezza dei numi tutelari di Tom George, a partire da Steven Soderbergh – quel rutilante ricorso allo split screen ritmato da una colonna sonora un po’ swing che dovrebbe rimandare a Ocean’s Eleven, risultando però stancamente posticcia –, ma non avrà mai chiara l’indagine, e soprattutto il suo senso. Non approfondendo in fase di scrittura nessuno dei personaggi in scena, tutti potenziali colpevoli visto che l’omicidio si è svolto nella sala costumi del New Ambassadors, il teatro dove Trappola per topi venne replicato quotidianamente dal 1952 al 2020, quando gli spettacoli vennero interrotti solo ed esclusivamente dalle regolamentazioni restrittive a seguito del propagarsi del COVID-19, Omicidio nel West End riduce di molto le possibilità che qualche spettatore si appassioni davvero alla vicenda, con il risultato che quando viene svelato l’omicida probabilmente nessuno si ricorda neanche come era accaduto il primo omicidio. Nel depistaggio farsesco, per di più funzionante a corrente alternata, George e Chappell dimenticano l’esigenza della narrazione, e quindi il senso ultimo del loro film, che si trasforma in una sequela di “vorrei ma non posso”, fino a portare in scena addirittura alcuni nomi celebri dell’epoca – oltre a Christie, Richard Attenborough e Sheila Sim, il produttore John Woolf e sua moglie Edana Romney – mescolandoli al fittizio, al falso. Un gioco dal vago sapore tarantiniano che però funziona a sua volta poco, e nei confronti del quale si avverte anche qualche stonatura: il grande archeologo Max Mallowan (secondo marito di Agatha Christie) diventa afrodiscendente, per esempio, ma perché? E perché si vuole mostrare una Gran Bretagna così aperta all’integrazione – oltre al caso di Mallowan, anche Ann, la segretaria per la quale Woolf vorrebbe lasciare la moglie Edana, e lo sceneggiatore omosessuale Mervyn Cocker-Norris? Certo, il Regno Unito è pur sempre la terra di Ingatius Sancho e George Padmore, ma si sa benissimo che il forte razzismo dilagante nel Paese rese possibile un riconoscimento artistico a scrittori e poeti non caucasici e sassoni solo a partire dagli anni Sessanta, prima con il Caribbean Artists Movement di Edward Kamau Brathwaite e quindi con la “poesia dub” di Linton Kwesi Johnson. Voler falsare in modo così evidente la Storia non è segno di progresso, ma di negazione dei conflitti.

Ciò detto Omicidio nel West End resta un intrattenimento a tratti godibile ma per lo più stanco, innervato e reso luminoso solo dalle ottime interpretazione di Saoirse Ronan e Sam Rockwell, ai cui personaggi è almeno concesso un passato, un trauma possibile, un bagliore di umanità. E la loro richiesta direttamente al pubblico, nell’ultima sequenza, di non rivelare i dettagli della trama ai futuri spettatori per fare in modo che anche loro possano godere dell’intreccio (imitando ciò che faceva in scena al termine delle repliche Attenborough) fa sorgere spontanea la domanda nella mente di chi è nelle poltroncine in platea: perché, c’era un intreccio?

Info
Omicidio nel West End, il trailer.

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