Music for Black Pigeons
di Andreas Koefoed, Jørgen Leth
Jørgen Leth torna alla Mostra di Venezia a distanza di quasi venti anni da Le cinque variazioni con Music for Black Pigeons in coregia con Andreas Koefoed: per quattordici anni i due hanno pedinato e documentato il lavoro compositivo di Jakob Bro, trasformando la pura testimonianza in una riflessione sul senso del jazz, e dell’improvvisazione.
Fermando l’istante
Music for Black Pigeons è la prima collaborazione tra Jørgen Leth e Andreas Koefoed. Il film pone domande esistenziali a eminenti musicisti jazz quali Bill Frisell, Lee Konitz, Midori Takada e molti altri: Come ci si sente a suonare, e cosa significa ascoltare? Cosa si prova a essere una persona che trascorre la vita intera a cercare di esprimere qualcosa attraverso i suoni? I personaggi si svegliano, fanno le prove, incidono, si esibiscono e parlano di musica. In alcuni momenti sono al limite, al limite dell’esistenza, in una sfida costante con sé stessi. Ascoltano. Si dedicano a trovare uno spazio per creare una connessione con qualcosa di più grande di loro. Qualcosa che sopravvivrà a tutti noi. Negli ultimi quattordici anni, i registi hanno seguito il compositore danese Jakob Bro, assistendo ai suoi incontri musicali con acclamati ed eccentrici musicisti di svariate generazioni e nazionalità. Attraverso le composizioni di Bro, i personaggi del film esplorano lo spazio della musica, e così facendo rispondono ad alcune delle domande che il film pone, in modo poetico, vitale e divertente. [sinossi]
Tra le vittime del COVID-19 si annoverano anche molte personalità celebri, da Luis Sepúlveda a Fernando “Pino” Solanas, da Kim Ki-duk a Lucia Bosè; tra queste vi è anche Lee Konitz, tra i più grandi sassofonisti della storia del jazz, che si è spento a novantadue anni il 15 aprile 2020 al Lenox Hill Hospital di New York. Il principio fondativo del suo approccio alla musica, e alla composizione, Konitz lo esprimeva con le seguenti parole: «Questo è il mio modo di prepararmi – non essere preparato. E ciò richiede un sacco di preparazione!». Alla “non preparazione” l’ottantacinquenne Jørgen Leth ha dedicato parte non indifferente della propria arte, sia nella forma cinematografica quanto in quella poetica: lo testimonia il fatto che nel 2005, già sulla soglia dei settant’anni, si tirò contro l’opinione pubblica socialdemocratica danese per via dell’autobiografia Det uperfekte menneske (“L’uomo imperfetto”), che giocava nel titolo con quello della sua opera cinematografica più osannata, il cortometraggio sperimentale The Perfect Human (Det perfekte menneske in originale) e nella quale raccontava nel dettaglio le sue avventure erotiche con una diciassettenne haitiana, figlia del suo cuoco – Leth si è ritirato a vivere nell’isola già all’inizio degli anni Ottanta, interrompendo per un periodo la sua permanenza solo a causa del devastante terremoto del 2010. Licenziato in tronco dalla televisione di Stato, dove collaborava come commentatore, Leth ha rincarato la dose nel 2010 con Erotic Man, il film basato proprio sull’autobiografia prodotto dall’amico di antica data Lars von Trier – con Zentropa – e che provocò un secondo moto pubblico contro l’artista danese, accusato di aver oggettivizzato il corpo femminile, di avere uno sguardo patriarcale e perfino coloniale, e via discorrendo. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di quella polemica, ma si è salutato con grande interesse il ritorno alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di Leth, che mancava dal Lido dal 2003, anno in cui presentò nella sezione Controcorrente (quella che in qualche misura divenne a partire dall’edizione successiva Orizzonti) Le cinque variazioni, diretto a quattro mani con von Trier.
Diciannove anni più tardi l’occasione è fornita da Music for Black Pigeons, presentato nel ricco fuori concorso della Mostra e accolto in realtà senza particolare interesse dalla stampa, con ogni probabilità a causa della scarsa conoscenza sia del cinema di Leth in senso assoluto sia dell’argomento del contendere: il jazz, e il suo significato. Nonostante il film, che Leth dirige a quattro mani e quattro occhi con Andreas Koefoed, nasca dal pedinamento e dalla documentazione portati avanti nel corso di ben quattordici anni riguardo l’arte di Jakob Bro, compositore “jazzante” danese, fautore di un folk destrutturato che sembra strizzare l’occhio a determinati sprazzi musicali di Bill Frisell – che è anche tirato direttamente in causa nel film –, appare ben presto evidente come uno dei principali interpreti sia proprio Lee Konitz, anziano newyorchese che si è oramai donato agli altri in tutto e per tutto, fornendo la propria immensa classe a favore di progetti di cui in parte neanche comprende davvero il senso. Fatica Konitz a capire la musica di Bro, a entrarvi dentro fin nel midollo, lui che si è formato alla scuola di Lennie Tristano e Lester Young, eppure segue il flusso musicale, non adeguandovisi ma cercando il proprio spazio espressivo, in quella multiculturalità dell’approccio musicale che è la base portante dei lavori di Bro. Questo discorso, che si fa puramente narrativo in Music for Black Pigeons – che da un punto di vista strettamente documentario sceglie una forma decisamente canonica, suddiviso com’è tra le riprese in studio di registrazione e le interviste svolte dalla troupe nel corso degli anni ai collaboratori del musicista danese –, è in realtà per Leth anche un modo per ragionare su se stesso, sulla propria radice culturale. Non solo Leth è stato ed è un grande appassionato di jazz, cui ha dedicato anche articoli e saggi, ma il suo primo lavoro dietro la macchina da presa si focalizza proprio sulla musica sviluppatasi oltre un secolo fa a New Orleans: Stopforbud è infatti un tentativo di ritratto di Bud Powell, con cui all’inizio degli anni Cinquanta si esibì in varie occasioni anche Konitz – celebre per gli appassionati una fotografia che li ritrae, e con loro anche Miles Davis e Art Blakey, sul palco del Birdland, il locale di culto che all’epoca era ancora al 1678 di Broadway, prima di spostarsi di qualche isolato a partire da metà anni Ottanta.
«Il mio primo film è stato un ritratto del pianista jazz Bud Powell. Questo accadeva cinquantanove anni fa. Nel 2008 non mi occupavo più di jazz da molti anni ma quando mi è stato proposto di assistere a una sessione di registrazione a New York con il chitarrista jazz danese Jakob Bro, non ho potuto farne a meno. Ci sarebbe stato Lee Konitz, uno dei miei grandi eroi di un tempo. Quel giorno, passato e presente sono diventati una cosa sola e il resto – come si dice – è storia». Non lascia dubbi interpretativi Leth nelle note personali che hanno accompagnato a Venezia Music for Black Pigeons, che così travalica il senso di documento di un istante musicale e si tramuta in riflessione sul significato stesso della musica, del jazz, dell’improvvisazione, e in ultimo anche della stessa biografia del regista. Una nuova autobiografia mascherata da documentario biografico su qualcun altro, un gesto a suo modo quasi situazionista o per meglio dire puramente jazz, in grado di cogliere il costrutto d’insieme ma poi muoversi altrove, in totale libertà, in un assolo che cerca – come il sassofono di Konitz – di saper cogliere, interpretare e dunque raccontare l’agitarsi di un piccione nero che d’improvviso, nella New York più moderna, può ricordare il senso del tempo, che è la base del ritmo, e dunque della vita stessa.
Info
Music for Black Pigeons sul sito della Biennale.
- Genere: documentario, musicale
- Titolo originale: Music for Black Pigeons
- Paese/Anno: Danimarca | 2022
- Regia: Andreas Koefoed, Jørgen Leth
- Sceneggiatura: Adam Nielsen, Andreas Koefoed, Jørgen Leth
- Fotografia: Adam Jandrup, Andreas Koefoed, Dan Holmberg
- Montaggio: Adam Nielsen
- Interpreti: Andrew Cyrille, Bill Frisell, Jakob Bro, Joe Lovano, Jon Christensen, Lee Konitz, Manfred Eicher, Mark Turner, Midori Takada, Palle Mikkelborg, Paul Motian, Thomas Morgan
- Colonna sonora: Jakob Bro
- Produzione: Ánorâk Film Denmark
- Durata: 92'
