Lacplesis

Presentata tra le riscoperte e i restauri delle Giornate del cinema muto 2022 la versione recentemente restaurata dallo studio Locomotove di Riga di Lacplesis, film del 1930 del regista lettone Aleksandrs Rusteikis, concepito per celebrare l’indipendenza del paese utilizzando un’antica leggenda popolare. Il regista, tra i fondatori della cinematografia lettone, fa tesoro delle lezioni di Lang ed Ejzenštejn per confezionare un’opera epica a sancire l’identità di una piccola nazione, dalla storia travagliata, che ha sempre oscillato tra dominazione e indipendenza.

La nascita di una nazione

Il film si svolge in due epoche: il mitologico mondo di Lacplesis, Laimdota e del Cavaliere Nero e la guerra d’indipendenza lettone del 1919 durante la quale si svolge la storia d’amore tra Janis Vanags e Mirdza Saulite. [sinossi]

Può essere un caso, visto che il restauro è di quest’anno, oppure una deliberata scelta delle Giornate del Cinema Muto, con la direzione di Jay Weissberg, nel far dialogare il presente con il passato, quello di presentare nell’edizione 2022 della storica manifestazione di Pordenone Lacplesis, film del 1930 concepito su commissione delle neonate istituzioni lettoni al regista Aleksandrs Rusteikis per celebrare l’indipendenza del paese. Oggi stiamo vivendo momenti storici in cui i concetti di indipendenza e sovranità dei paesi ex-sovietici è messo a dura prova. E già una proiezione del film fu organizzata alle Giornate nel 1990 per festeggiare una nuova avvenuta indipendenza, rispetto al dominio sovietico, di una piccola e fragile nazione che ha sempre oscillato nella storia tra dominazione e sovranità.

Il lavoro di Aleksandrs Rusteikis è consistito nella ricostruzione degli eventi storici del paese dal 1906 al 1918, anno della proclamazione della Repubblica di Lettonia, usando come prologo una popolare leggenda mitologica, quella di Lacplesis, il cacciatore di orsi, in modo da creare un epos lettone ammantando con questo le vicende storiche recenti. Nell’epoca contemporanea si ritrovano gli stessi personaggi, le loro reincarnazioni, quelli di Lacplesis, Laimdota e del Cavaliere Nero, la lotta tra bene e male, tra oppressori e oppressi, che si perpetua sempre. Tra l’eroe che corre in salvataggio della dama tenuta segregata, la nazione stessa, nel sinistro maniero. Il tutto in un racconto ancestrale con echi shakespeariani, vedi l’elisir d’amore. I volti sono sempre quelli, gli attori sono gli stessi, tanto quelli dei buoni quanto quello del malvagio cavaliere nero, rappresentato nella prima parte con un ipertrofico capo, che si reincarna nel collaborazionista dell’epoca. A fare da trait d’union tra presente e passato è poi un gioiello, un grosso ciondolo ereditato dagli antenati, che assume il ruolo di un’excalibur. In un film dove gli oggetti possono essere impiegati in modo narrativo, come quel legno di giunzione che, nella parte ambientata nel 1906, il protagonista sfila da una ruota di un carro dei soldati, per boicottarli. Elemento che poi viene trovato dalle guardie nella sua abitazione, venendo così smascherato, dopo un momento di suspense che potremmo definire hitchcockiano, il dettaglio che permetterebbe di individuare il colpevole tenuto in una fase di stasi prima che, in questo caso, venga ritrovato.

Aleksandrs Rusteikis svolge diligentemente il compito assegnatogli dalle autorità della neonata repubblica. Facendo come una summa del cinema muto fino a quel periodo, che evidentemente conosce e di cui assimila la lezione. Tutta la prima parte è reminescente del Lang di I nibelunghi, con un’estetica roboante da mitologia teutonica-norrenica anche un po’ di cartapesta, l’eroe con la lancia e lo scudo, la colomba bianca a contrassegnare la libertà, almeno così la vedremmo oggi. Usa poi fulmini e raggi da fantasy, stelle e costellazioni, disegnati sulla pellicola, come erano gli effetti speciali dell’epoca che richiamano però anche le avanguardie, futuriste e dadaiste, in questo senso più nella parte finale. Come non vedere un’eco poi del dirigente collaborazionista che pretende di dominare il mondo dal suo ufficio postmoderno di Riga con la figura del magnate burocrate Fredersen di Metropolis. Il raccordo poi tra passato e presente è giocato con una sovrapposizione dell’eroe epico su un libro che sta leggendo Janis Vanags. Un libro con le ultime pagine stracciate come a segnare una predestinazione: sarà il contadino a completare quel volume che racconta l’epopea di una nazione, conducendo il popolo verso la sospirata libertà, sancita ancora da una sovrapposizione: nella scena dell’ultima battaglia compare in cielo la figura di Lacplesis. Decisivo nella risoluzione del conflitto sarà poi il ruolo salvifico di una nave da battaglia, come la celebre corazzata.

L’operazione di Lacplesis è da considerarsi, nella parte contemporanea, quale un romanzo storico nell’accezione manzoniana. Ricostruiti gli eventi bellici con i reali protagonisti, come il malvagio generale Pavel Rafailovič Bermondt-Avalov, di cui l’incarnazione del cavaliere nero diventa ben presto un lacchè. In questa evocazione precisa sono funzionali quei personaggi inventati di cui il film è infarcito, che si muovono nelle pieghe degli eventi. Ma Aleksandrs Rusteikis inserisce anche dei personaggi reali nel film: nella scena del teatro dove si proclama l’indipendenza i personaggi sono davvero quelli che presero parte all’episodio reale. Si potrebbe vedere come povera e derivativa questa messa in scena. Eppure nella prima parte il regista propone una lunga scena di gioco con le ombre cinesi, che sarà poi richiamata in un secondo momento, quando, nella parte ambientata a Liepaja, il protagonista spia due persone da dietro una porta, una lite di cui si vedono solo le silhuette. Come un teatrino premoderno, come un cinema delle attrazioni, una caverna platonica, Aleksandrs Rusteikis ragiona sulla natura stessa dell’arte cinematografica. Certo, niente di mai visto prima, vedi Schatten.

Info
Lacplesis sul sito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.

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