Sons of the Soil

Sons of the Soil

di

Primo film di sempre girato in Islanda e principale opera nella breve carriera da regista di Gunnar Sommerfeldt, Sons of the Soil (ma forse sarebbe meglio chiamarlo con i suoi due titoli originali, il danese Borgslægtens Historie e l’islandese Saga Borgarættarinnar) è un’epica parabola in due parti di dannazione e di redenzione, innestata nello scorrere delle vite, quando necessario doppie, di due fratelli di opposta natura. Proiettato per la prima volta nel 1920 e mai distribuito in Italia, è ora l’evento speciale di metà settimana alle 41me Giornate del Cinema Muto, accompagnato dall’Orchestra San Marco di Pordenone nella sua nuova partitura per nove strumenti composta da Thordur Magnusson e diretta da Bjarni Frímann Bjarnason.

Ritratto di famiglia in un paesaggio

Ormarr e Ketill sono figli di Örlygur, tirannico proprietario della fattoria di Borg. All’inizio della prima parte, Ormarr mette in salvo il contadino Páll e sua figlia Rúna da un grave pericolo. Örlygur adotta la giovane, che cresce con i suoi figli a Borg. Ormarr, dotato di talento artistico, si trasferisce a Copenhagen per studiare il violino, ma a un certo punto abbandona la musica per intraprendere una carriera in affari. Si innamora di Alma, figlia di un banchiere, e vorrebbe chiederla in sposa, ma entra in scena a questo punto Ketill, che riesce a conquistare Alma e a sposarla in fretta e furia. Ormarr fa ritorno alla sua casa in campagna, dove scopre che Ketill ha sedotto Rúna prima della sua partenza. Ormarr si imbatte in Rúna un attimo prima che la donna commetta suicidio gettandosi da una scogliera. I due si innamorano; per scongiurare uno scandalo, si sposano e si trasferiscono all’estero, dove lei dà alla luce un figlio. Ketill ritorna con Alma ed è diseredato dal padre, poi diventa sacerdote a Hof ma trascura la moglie, che cade preda di una malattia mentale; assetato di potere, sparge orribili dicerie su suo padre e suo fratello, con menzogne tali da portare alla morte di Örlygur, seguita dalla misteriosa scomparsa di Ketill. La seconda parte è ambientata vent’anni più tardi. Ormarr ha preso il posto del padre come patriarca di Borg, con al fianco Rúna e suo figlio Örlygur (“la giovane aquila”), nato da Ketill. Alma risiede anch’essa a Borg. Il giovane Örlygur è innamorato di Bagga, figlia di una povera vedova. Un giorno, mentre Örlygur si sta recando a incontrare Bagga, incontra uno straccione privo di un occhio. È un noto vagabondo, detto Gæst il Guercio, che si aggira in quella landa predicando il cristianesimo… [sinossi – Le Giornate del Cinema Muto 41]

Non è certo un caso che tutto passi attraverso il tema del doppio, nel primo film di sempre realizzato in Islanda. Un doppio antico, ancestrale, identitario, figlio di quel millennio abbondante consecutivamente vissuto dalla grande isola nell’Oceano Atlantico come colonia e granaio della dominazione scandinava, e che ancora oggi, a quasi ottant’anni dalla definitiva indipendenza raggiunta solo il 17 giugno 1944 – si veda in tal senso il recentissimo e sorprendente Godland, meglio ancora se nel suo necessario doppio titolo Volaða Land/Vanskabte Land con cui Hlynur Palmason ha portato il suo ragionamento sulla natura bifronte del Paese nella sezione Un Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes –, per molti versi continua a rispecchiarsi nel danese rimasto come seconda lingua ufficiale d’Islanda e nei solidi rapporti commerciali e socioculturali, allentati ma mai definitivamente recisi, fra i popoli di Reykjavík e di Copenhagen. Una dicotomia che nel 1919, momento dell’inizio delle riprese di Sons of the Soil (che, seguendo la medesima linea di senso, sarebbe forse meglio declinare nel doppio titolo danese e islandese Borgslægtens Historie e Saga Borgarættarinnar, letteralmente La saga della famiglia di Borg), dopo secoli di totale egemonia aveva appena l’anno precedente cambiato forma con la proclamazione dell’intermedio regno d’Islanda, affidato però con unione personale fra i due Paesi ancora alla stessa testa che già portava la corona danese. Del resto, anche la produzione della Nordisk Films Kompagni e il regista Gunnar Sommerfeldt, così come parte dello stesso cast, provenivano via mare proprio dalla Danimarca, così come qualche anno prima in Danimarca aveva studiato, fino a scegliere di scrivere in danese i quattro tomi dell’epico Af Borgslægtens Historie da cui poi sarebbe stato tratto il film, il giovane scrittore islandese Gunnar Gunnarsson. Ma si diceva del doppio. Quello fra i due Paesi, in inevitabile primo luogo, con la nostalgia di casa e i ripetuti ritorni del rampollo Ormarr figlio maggiore del tenutario della fattoria islandese di Borg, impegnato per oltre dieci anni a Copenaghen fra le lezioni di violino e il successo dell’impresa marittima. Ma anche quello fra il Bene e il Male, che si incarnano nel puro e generoso Ormarr e nell’opposto fratello arrivista Ketill assetato di potere ecclesiastico e terreno. O anche quello fra Rúna e Alba, donne contese della loro vita, fino a quello fra lo stesso Ketill prete malvagio disposto a tradire, calunniare e portare alla morte la sua stessa famiglia e il caritatevole eremita Gæst il Guercio della sua seconda vita d’espiazione, alla disperata ricerca di un (im)possibile perdono. Senza dimenticare quello fra generazioni, con il piccolo Örlygur figlio del peccato di Ketill mondato dal sacrificio e dalla bontà di cuore di Ormarr a cui verrà apposto lo stesso nome del nonno patriarca, e una volta cresciuto con il suo delicato e totale innamoramento per la giovane Bagga, dalla dolcezza così simile a quella di Rúna, che il di lui crudele padre biologico in un impeto di ipocrita moralismo aveva al tempo rifiutato di battezzare. Un doppio che si ritrova chiaramente anche nella struttura che divide in due distinti blocchi le tre ore del film di Sommerfeldt, non a caso presentate e distribuite sia in Danimarca sia in Islanda in due parti uscite fra il ’20 e il ’21 a qualche settimana di distanza l’una dall’altra, quasi fossero due differenti lungometraggi separati da vent’anni di evoluzioni e di sensi di colpa, il primo sulla dannazione e il secondo sul riscatto di chi è riuscito a redimersi, finalmente meritevole dell’indulgenza di chi lo riconosce e, lasciato alle spalle il passato, finalmente lo abbraccia.

È per questo che è forse Ketill, successivamente risorto e reincarnato in Gæst il Guercio, il vero protagonista nella coralità della saga. È suo il percorso di formazione e di liberazione dal totale egoismo al totale altruismo, dalla ricchezza alla povertà, dal Male al Bene, dal peccato alla redenzione, dalle tentazioni del demonio alla grazia di Dio. Dal desiderio più infido (e dalla seduzione di Rúna, e dal tradimento di Alba trascinata fino alla malattia mentale, e dall’ipocrisia della sua severità di parroco, e dall’accusa più calunniosa al padre e al fratello che cercano solo di coprire una sua personale colpa nella speranza di screditarli e riuscire così a ereditare Borg) alla vita di privazioni e di totale generosità con cui concluderà la propria esistenza dedicandosi esclusivamente agli altri, passando per lo scacco matto subìto nella sua chiesa con il disvelamento della verità da parte del padre, per i sensi di colpa per avergli provocato il dolore e l’infarto letali, e per oltre vent’anni di consapevole espiazione in attesa di poter tornare sulla sua tomba e nella sua casa. Una traiettoria intrisa di epos e di Fede, di doppi e di opposti, di amore e di malinconia, che se nella prima parte è forse un po’ troppo netta nel dividere i buoni dal cattivo senza particolari sfumature né particolari motivazioni specifiche plausibili, nella seconda apre definitivamente al suo cuore e al contrasto dei suoi sentimenti. Un perfetto evento speciale di metà settimana per le 41me Giornate del Cinema Muto, accompagnato dall’Orchestra San Marco di Pordenone nella prima assoluta dal vivo della nuova partitura tutta islandese, per nove strumenti, composta da Thordur Magnusson e diretta da Bjarni Frímann Bjarnason. È anche nella ripresa dei più antichi salmi tradizionali di questa nuova sonorizzazione che Sons of the Soil trova ulteriori contrappunti a sostenere il suo misticismo tipicamente nordico (nello stesso anno il danese Carl Theodor Dreyer avrebbe iniziato a ragionare sulla Fede realizzando La vedova del pastore, mentre settecento giorni dopo in Svezia sarebbe stato il turno di Love’s Crucible fra i più brillanti capolavori di Victor Sjöström e prima apparizione di quel Silenzio di Dio che nella generazione successiva avrebbe fatto grande Ingmar Bergman), declinato da Sommerfeldt e dal suo sceneggiatore Valdemar Andersenin una parabola di vita, peccato, morte e salvezza che si dipana come un’epopea familiare lungo un arco narrativo di circa mezzo secolo e tre generazioni. Un film fatto di brillanti intuizioni visive (le dissolvenze e le doppie esposizioni con cui Ormarr trasporta chiunque ascolti il suo violino sulle spiagge islandesi al tramonto, ma anche la gestione quasi Espressionista delle ombre sul montare della malvagità di Ketill, o ancora la sequenza premonitrice in cui il vecchio patriarca Örlygur sogna il suo stesso corteo funebre) e di un’incessante successione di eventi e di fittissimi dialoghi, che il recente restauro digitale effettuato dal National Film Archive of Iceland (va detto: non del tutto convincente, fra un’immagine troppo pulita e stabilizzata per il 1920 e, soprattutto, l’imperdonabile font Times New Roman computerizzato dei numerosi cartelli) ha portato per la prima volta su uno schermo italiano. Svelando fuori dai suoi due Paesi d’origine un film in cui progressivamente dentro una chiesa sembra sempre più «regnare il diavolo», in cui le maldicenze più diffamatorie annullano la fame e la riconoscenza, in cui la sete di potere sembra aver annientato ogni minimo residuo di umanità, ma anche un film in cui per salvare il suo onore si è disposti a sposare una donna già incinta del proprio fratello, in cui sta nell’amore verso il prossimo l’unica possibile salvezza, in cui proprio la colpa e la dannazione finiranno per portare all’innocenza e alla beatitudine. L’ennesima dicotomia dell’Islanda, la sua ennesima doppia identità. La sua abbacinante bellezza, senza nemmeno il bisogno di inquadrare geyser o vulcani, nella primissima volta su uno schermo cinematografico.

Info
Sons of the Soil sul sito delle Giornate del Cinema Muto.

Articoli correlati

  • Festival

    Giornate del Cinema Muto 2022

    Le giornate del Cinema Muto 2022 spengono le quarantuno candeline sulla manifestazione oramai storica che illumina le giornate di Pordenone. Giunta al settimo anno invece la direzione di Jay Weissberg.
  • Festival

    Tod Browning e Alfred Hitchcock alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone

    Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone rendono note alcune anticipazioni sulla quarantunesima edizione che si terrà sulle rive del Noncello dall'1 all'8 ottobre prossimi. In apertura l'anteprima assoluta del restauro de Lo sconosciuto di Tod Browning, mentre a chiudere il festival sarà L'isola del peccato di Alfred Hitchcock.
  • Cannes 2022

    godland recensioneGodland – Nella terra di Dio

    di Hlynur Pálmason, regista islandese con formazione anche danese, dirige con Godland un film che riflette proprio sulle due identità, tornando indietro nel tempo fino alla fine del Diciannovesimo Secolo. Un western nordico di grande efficacia visiva in concorso in Un certain regard a Cannes.
  • Giornate 2018

    La vedova del pastore RecensioneLa vedova del pastore

    di Secondo lungometraggio di Carl Theodor Dreyer, La vedova del pastore anticipava già nel '20 e nelle forme di una commedia apparentemente leggera di matrimoni, convenzioni sociali, acquavite e stregoneria molti di quelli che saranno i dilemmi psicologici e morali che faranno grande la sua filmografia. Alle Giornate del Cinema Muto 2018.
  • Bergman 100

    Come in uno specchio RecensioneCome in uno specchio

    di Primo capitolo della cosiddetta trilogia del silenzio di Dio, Come in uno specchio rappresentò anche il primo deciso passo verso un sempre più complesso studio della luce naturale e verso un asciugamento degli orpelli estetici, per approdare al tipico dramma da camera bergmaniano.
  • Bergman 100

    Luci d'inverno RecensioneLuci d’inverno

    di Secondo e più esplicito capitolo della Trilogia del silenzio di Dio, Luci d'inverno scava con ineguagliabile profondità nelle crisi della Fede e nei tormenti dell'uomo, delineando la personale parabola di Passione di un pastore/padre non più in grado di offrire conforto nemmeno a se stesso.
  • Bergman 100

    Il silenzio RecensioneIl silenzio

    di Film scandalo nel '63, censurato in Italia, Il silenzio appare oggi, nella sua carnalità di messa in scena e nel contemporaneo scacco del linguaggio verbale, un fondamentale film di passaggio da una fase all'altra della filmografia di Ingmar Bergman.
  • Pordenone 2017

    Love’s Crucible

    di Sospeso fra la tragedia di marca shakespeariana, il dramma di coscienza, la necessità di pentimento, espiazione e perdono, alle Giornate del Cinema Muto 2017 torna a brillare Love's Crucible, miracoloso capolavoro di Victor Sjöström.

Leave a comment