L’onestà vittoriosa

L’onestà vittoriosa

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Presentato alla 41a edizione delle Giornate del Cinema Muto, nell’ambito dell’omaggio a Norma Talmadge, Within the Law (L’onestà vittoriosa) di Frank Lloyd è uno dei tanti adattamenti del testo teatrale omonimo di Bayard Veiller, un classico ‘crook melodrama’ che ha per protagonista un professionista del crimine. Un dramma di passioni e vendette dove il discorso è però molto sfumato e ambiguo. Si possono commettere crimini anche rispettando le leggi? Si vede che il Codice era lontano da venire.

In nome della legge

Quando Mary Turner viene mandata in prigione per un crimine per cui rivendica la sua innocenza, giura al momento del suo rilascio di vendicarsi di coloro che le hanno fatto un torto, rimanendo comunque nella lettera della legge. [sinossi]

La legge e la morale non sempre combaciano, questo può succedere. Ma se siamo in una zona grigia tra i due principi, quale dovremmo seguire? Si possono commettere crimini senza infrangere la legge? Sono annosi problemi che rappresentano il fulcro di Within the Law (in Italia L’onestà vittoriosa) di Frank Lloyd, film del 1923 presentato alla 41a edizione delle Giornate del Cinema Muto, nell’ambito dell’omaggio a Norma Talmadge. Il film è uno dei tanti adattamenti, il terzo per la precisione, del testo teatrale omonimo di Bayard Veiller, messo in scena la prima volta a teatro nel 1912, un classico ‘crook melodrama’ di moda all’epoca, avente per protagonista un professionista del crimine, cosa in realtà molto sfumata che mette in discussione il concetto stesso di crimine in quanto violazione della legge in vigore. Nella prima parte del film abbiamo una denuncia anche abbastanza clamorosa di una giustizia asservita al capitalismo, ai padroni, alla tutela della proprietà privata. Loro, come si vede, possono chiedere e ottenere una condanna, anche contro il parere iniziale del giudice. Succede alla povera Mary Turner, commessa in un grande magazzino, accusata dal viscido proprietario di aver rubato della merce, e per questo punita con il carcere per tre anni. La donna, interpretata da Norma Talmadge, solo in parte professa la sua innocenza, preferendo denunciare l’iniquità complessiva del sistema, dove i ricchi sfruttano i poveri, concedendo loro stipendi da fame. L’occasione quindi non può che fare l’uomo ladro.

Solo a metà film verremo a sapere la verità, per la rivelazione di una collega che confessa di aver messo lei degli oggetti rubati nell’armadietto di Mary per incriminarla, ma il film rimane su un’ambiguità etica abbastanza notevole per l’epoca. Stiamo infatti seguendo, prendendone le parti, una protagonista che potrebbe essere una ladra, anche se perdonabile per aver agito in stato di necessità. Il codice ancora non c’era. Il testo funziona così su quella che potremmo definire una sospensione dell’incredulità etica, anche grazie a una grande Norma Talmadge, a quel suo volto innocente, a quel tratteggiare un personaggio di grande delicatezza e dolcezza come Mary Turner. Una donna capace di apprezzare la poesia di un fiorellino che spunta miracolosamente, l’unico, nel cortile del carcere.

A questo punto il dado è tratto. E a Mary, uscita dal carcere, non rimarrà che aggregarsi a due amici mettendo in piedi una gang che si arricchisce mettendo in segno una serie di colpi, perlopiù circuendo anziani riccastri bavosi, spennandoli paradossalmente senza mai infrangere le leggi pur arrivando molto vicino al limite. Qualsiasi lavoro che comporti invece una violazione delle normative viene da loro sdegnosamente rifiutato. Il finale si costruisce attorno a un altro dilemma molto di moda negli ultimi anni alle nostre latitudini, ovvero sparare, uccidendolo, a un intruso che si è intrufolato in un’abitazione privata, sia un omicidio o una legittima difesa. Il finale è invece conciliatorio come quello di Metropolis, sancendo una riappacificazione tra ricchi e poveri, dove l’amore trionfa sui propositi di vendetta.

Within the Law costruisce un meccanismo invero spietato di attacco frontale al sistema capitalista. Nei momenti dove questo tocca più il fondo i cartelli degli intertitoli portano ironicamente raffigurazioni di simboli di istituzioni americane, come l’aquila di mare testabianca o il Campidoglio. Il film si apre con lo skyline dell’epoca di New York, con la statua della Libertà predominante, per poi seguire con una sinistra scritta che riguarda The Tombs, il penitenziario nella Lower Manhattan, «una cupa barriera corallina nel mare dell’anima, disseminata dalle anime perse di chi passa la notte». La New York dei poveri si confronta con quella dei ricchi che vivono, come si scopre verso la fine, sulla punta di una torre. E si arriverà a un manifesto, nella forma di editoriale di giornale, contro una giustizia asservita ai potenti. Ma c’è spazio anche per situazioni brillanti, come lo scambio di battute tra il commissario di polizia e Mary. Il primo le intima di andarsene il giorno dopo con il primo treno utile, e lei le risponde chiedendo se si sia messo a vendere biglietti. L’onestà vittoriosa è stato proiettato con una copia in 35mm proveniente dalla Biblioteca del Congresso, il che suona come un’ulteriore, involontaria, ironia.

Info
L’onestà vittoriosa sul sito di Pordenone 2022.

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