Camera con vista

Camera con vista

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Camera con vista è il primo dei tre film che James Ivory ha tratto dai romanzi di E. M. Forster (dopo di lui Maurice nel 1987 e Casa Howard nel 1992), ed è anche uno dei migliori parti creativi del regista statunitense ma britannico d’adozione. Il conflitto tra ragione e sentimento, tra desiderio e regola, tra anarchismo e struttura dello Stato emerge con naturalezza dal racconto della scoperta della vita da parte della giovane Lucy Honeychurch, in vacanza in Toscana con la cugina Charlotte. Alla Festa di Roma all’interno dell’omaggio dedicato a Ivory.

Sulle colline di Fiesole

Nel 1907, durante un soggiorno a Firenze, in una pensione frequentata dagli inglesi, Lucy Honeychurch incontra il giovane ed eccentrico George Emerson. Complici le bellezze naturali ed artistiche del capoluogo toscano tra i due nasce l’amore ma, una volta rientrata in Inghilterra, per vivere appieno il suo sentimento la ragazza deve scontrarsi con la repressiva morale vittoriana. [sinossi]

“È così difficile – almeno, io lo trovo così difficile – capire le persone che dicono la verità”, così sentenzia nel primo capitolo del romanzo Camera con vista Mr. Beebe, il reverendo così poco ancorato ai dettami del “buoncostume” da farsi sorprendere da alcune gentildonne mentre scherza nudo con due ragazzi in uno stagno, nella stantia ma modernissima Inghilterra di inizio Novecento. Eppure quando pronuncia quella frase l’uomo è a Firenze, città nei cui splendidi vicoli ci si può perdere, dove il sangue ancora può tranquillamente scorrere in piazza, e dove si conviene che per una prima visita si possa godere di una camera con vista sull’Arno, che placido scorre da millenni trascinando via odi e amori, memorie e illusioni. Appare quasi miracoloso, a trentasette anni dalla sua realizzazione, che il film che James Ivory trasse dalle pagine di E.M. Forster (scrittore che forse andrebbe ricordato e studiato più di quanto normalmente non si faccia, perché pochi come lui hanno saputo comprendere, amare e allo stesso tempo criticare nelle fondamenta il regno britannico, scorgendone potenzialità e ipocrisie) sia riuscito nell’impresa di seguire in modo così fedele, addirittura pedissequo, il romanzo senza per questo però dimenticare mai il cinema, il suo significato, e il suo valore. A quanto dicono le cronache Forster non aveva alcun interesse per il cinematografo, né nell’epoca della sua fanciullezza – era nato nel 1879 –, né più tardi, quando l’industria della settima arte si era costruita una credibilità solida. Tanto poco lo stuzzicava l’idea di una storia ripresa alla velocità di ventiquattro fotogrammi al secondo che subito dopo la Seconda guerra mondiale arrivò a rifiutare l’ingente somma di venticinquemila sterline (quasi 900.000 sterline odierne) che la 20th Century Fox metteva sul piatto per assicurarsi i diritti di Camera con vista. Non è dunque casuale che Ivory e il suo sodale e compagno Ismail Merchant si siano potuti avvicinare all’eredità artistica dello scrittore solo dopo la sua dipartita nel 1970, quando il King’s College di Cambridge ricevette i diritti sulla sua opera letteraria: anzi, in realtà fu necessario attendere ulteriori dieci anni, fino al 1980, prima che perfino il King’s College si sedesse a un tavolo per discutere della possibilità di trasporre in immagini quei romanzi. Con grande sorpresa di tutti Merchant e Ivory non si recarono però all’incontro per acquisire i diritti di sfruttamento di Passaggio in India, considerato universalmente il capolavoro di Forster (diverrà film con David Lean nel 1984), ma per chiedere lumi su Camera con vista.

Nonostante la brillantezza della scrittura e la potenza di certi interrogativi morali e filosofici sul “diritto ad amare”, Camera con vista è stato a lungo considerato un passaggio minore all’interno dell’opera di Forster: a pesare su un giudizio simile fu forse da principio lo sfruttamento dell’immaginario da cartolina degli inglesi in vacanza in Italia, o forse il beffardo dileggio con cui lo scrittore trattava i suoi concittadini, e le loro usurate usanze. Fatto sta che quello che resta uno degli esempi più fulgidi della letteratura vittoriana, sarcastica e mai saccente analisi di un popolo e della sua classe più agiata, venne riposto dalla critica in un angolo, come sovente capita alle opere che sembrano tendere più al riso che al corrugarsi della fronte. Diventa dunque duplice il merito di Ivory, che oltre a tradurre in immagini freschissime e mai oleografiche la scrittura di Forster riesce a ricollocare il romanzo là dove merita di stare, rendendolo per di più celeberrimo in ogni angolo del mondo. L’approccio del regista statunitense ma praticamente adottato dalla Gran Bretagna è da vero e proprio cultore della materia, così come quello di Ruth Prawer Jhabvala, fedelissima collaboratrice di Ivory, che nel lavorare la sceneggiatura non solo segue in modo sistematico lo svilupparsi della vicenda, ma riproduce perfino la suddivisione in capitoli, quasi che l’immagine in movimento non sia l’evoluzione o la trasformazione di una pagina scritta ma solo la sua oggettivazione attraverso lo sguardo: una scelta non semplice, e che potrebbe aprire il fianco a una lunga serie di discussioni e perfino di polemiche, ma che nel caso di Camera con vista non sfiora mai il campo del calligrafico. Il merito va in gran parte alla leggiadra regia di Ivory, che contrappunta questa storia di scoperta della vita, e dell’amore, con uno stile soave, bucolico nel senso più puro del termine, eppure non dimentico della carne, e del desiderio.

Dopotutto Ivory si limita a rappresentare con estrema forza un mondo duale, diviso in modo quasi perfettamente simmetrico tra due ipotesi di vita, e di senso della stessa. La morale di una borghesia aristocratica da un lato, e il senso di libertà dato dalle “nuove” filosofie, e dalle correnti politiche. Non è un caso che gli Emerson vengano visti come dei socialisti, con il termine che racchiude in sé ovviamente un apostrofo negativo, e non è un caso che il giovane Emerson legga Byron, si interessi di Nietzsche, metta in dubbio così tanto la prassi borghese da sembrare pazzo, e forse da esserlo anche un po’. L’innamoramento di Lucy Honeychurch verso George Emerson, questo ragazzo scavezzacollo e pazzoide, in grado di afferrarla tra le braccia per baciarla al sole della Toscana, sulla collina di Fiesole, in un campo così verde da sembrare uscito da un quadro puntinista, o espressionista – di nuovo la cultura di Ivory non si trasforma in sterile citazione, ma cerca di cogliere attraverso l’immagine, fotografica e pittorica, il senso di un’epoca in rinnovamento, e di un ideale in grado di scuotere i palazzi del potere –, è sia fisico che intellettuale, risponde a un’esigenza corporale primaria ma diventa esercizio di speculazione su un alieno, un essere difforme, qualcosa di così pericoloso da poter mettere in crisi un intero sistema di valori. Nello scontro tra George e Cecil, l’uomo che dovrebbe invece sposare secondo le convenzioni Lucy, e che non riesce in nessun momento a evitare di far calare la propria erudizione come una trappola sul resto della compagnia – perfino mentre ce la si spassa giocando a tennis in un’oziosa estate campagnola – c’è la lotta a suo modo impari tra un mondo strutturato, regolamentato e aprioristico (in cui per l’appunto ogni cosa è dettata da un principio assoluto e non discutibile, perfino il fatto che una ragazza in viaggio per la prima volta a Firenze debba avere una camera con vista), e un altro che ricerca il dubbio – il punto interrogativo affisso a mo’ di quadro alla parete da George –, e il sentimento non inteso solo come moto di commozione ma come adesione alla vita, partecipazione a un movimento collettivo che non deve però essere predestinato a una meta precisa, ma sia al contrario un viaggio, nel senso più esteso del termine – ed è interessante che due dei personaggi chiave, e più interessanti, sia le Alan, anziane che passano di traversata in traversata, senza curarsi del cicaleccio inglese.

Se Lucy e la cugina Charlotte da principio sono in tutto e per tutto inglesi, Firenze con la sua forza virulenta le traumatizza, ma soprattutto le costringe a meticciarsi, a comprendere l’altro-da-sé, a porsi degli interrogativi che fino a quel momento non avevano mai neanche sfiorato le loro sinapsi. Gli Emerson non sono decisivi in qualità di oggetto – uno di loro – dell’attrazione erotica, ma come elementi dissonanti, canzonette sguaiate là dove dovrebbe esistere solo il “bello” per eccellenza, anche quand’esso non ha più vita reale da ispirare. Ivory si muove in questo groviglio sentimental-filosofico come Diogene, interrogando l’immagine stessa, costringendola a non essere mera rappresentazione di un’epoca ma al contrario dimostrazione della modernità del pensiero attraverso il linguaggio. Le accuse di eccessivo amore per il manierismo, con il ricorso a un preziosismo esasperato, che spesso hanno accompagnato le opere di Ivory decadono all’istante di fronte al furibondo afflato vitale di Camera con vista, così dirompente da ricordare un fiume – l’Arno? – che irrompe dagli argini. In questo senso il film appare come il negativo fotografico del successivo Quel che resta del giorno, che Ivory trarrà dal romanzo di Kazuo Ishiguro: tanto qui la vita erompe dalle strutture restrittive della società tanto lì si resterà imbrigliati così tanto in profondità nelle regole da non riuscire più a uscirne, e dunque da non riuscire più a vivere. A quasi quarant’anni dalla sua realizzazione Camera con vista, alla cui riuscita concorre un cast pressoché perfetto (Helena Bonham Carter, Maggie Smith, Julian Sands, Simon Callow, Denholm Elliot, uno straordinario Daniel Day-Lewis a incarnare l’insopportabile, eppure così misero, Cecil – nella versione italiana tradotto con Cecilio, un “tradimento” che però riesce a fotografare con precisione l’altezzosa leziosità intellettuale del personaggio), resta la creatura più folgorante della filmografia di Ivory, proprio con il già citato adattamento da Ishiguro.

Info
Camera con vista, un trailer.

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