La pantera delle nevi

La pantera delle nevi

di ,

La pantera delle nevi, diretto a quattro mani da Marie Amiguet e Vincent Munier, è un viaggio alla ricerca di un animale misterioso, nascosto sull’impervio altopiano tibetano. Splendido sotto il profilo fotografico, che restituisce la maestosità dell’ambiente, il documentario si affida a una speculazione sul rapporto uomo/natura forse troppo semplice.

La natura e la poesia

La pantera delle nevi è un documentario ambientato in Tibet, sull’altopiano innevato: un habitat del tutto selvaggio, governato dalle sue creature. Due esploratori partono alla volta di quel luogo misterioso: il fotografo naturalista Vincent Munier e l’autore Sylvain Tesson sono infatti alla ricerca della pantera delle nevi – uno dei più grandi e rari felini che la fauna terrestre abbia mai conosciuto. La pantera diventa essa stessa il simbolo di un viaggio alla scoperta di sé stessi, di un luogo incontaminato, lontano da spazio e tempo, disarmante e inesplorato. [sinossi]

«Felicità è trovarsi con la natura, vederla, parlarle», scriveva Lev Tolstoj, e d’altro canto Aristotele era sicuro che la natura non facesse mai nulla senza uno scopo preciso. In A Silvia Giacomo Leopardi dolorosamente poetava: «O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?». Si potrebbe continuare a lungo, passando da Tommaso D’Aquino a Friedrich Schelling, da Ralph Waldo Emerson a Friedrich Nietzsche, da Walt Whitman a Herman Melville, fino a Fedor Dostoevskij e (perché no?) a Kurt Cobain che in In Bloom iniziava la seconda strofa con l’icastico distico «We can have some more | Nature is a whore». Il rapporto tra essere umano e natura è dopotutto alla base di ogni pensiero sviluppatosi nel corso dei millenni, perché la capacità di ragionare è andata di pari passo all’indagine sul perché dell’esistere, e dunque anche sullo spazio nel quale ci si trova a muoversi. L’ambiente. Viene dunque naturale pensare che Vincent Munier, fotografo che ha fatto della natura l’elemento centrale della sua ricerca documentale e artistica, e Sylvain Tesson, tra i pochi “scrittori di viaggi” ancora in attività, se ne stiano accovacciati nella neve dell’altopiano tibetano anche per cercare di comprendere loro stessi, oltre che per sperare nell’avvistamento della pantera delle nevi, animale che non ama mostrarsi più di tanto e che con la sua regale possanza appare quasi una divinità in quelle zone impervie, dove pure l’umano abita, con i bambini che giocano esattamente come tutti i loro coetanei in giro per il mondo. D’altro canto il film che Munier ha diretto insieme a Marie Amiguet, documentarista francese specializzata in documentari naturalistici e che molto ha lavorato sul lupo (qualche anno fa al Trento Film Festival venne presentato un film di cui aveva curato la fotografia, La Vallée des loups di Jean-Michel Bertrand, con cui spesso si è trovata a collaborare), si concentra esattamente su questo: l’attesa della natura.

Così come Munier e Tesson anche la videocamera di Amiguet accetta di attendere, nella speranza di avvistare questo o quell’altro animale selvaggio, facendo bene attenzione a non farsi notare per preservare la “purezza” del processo naturale (per di più alcuni animali è meglio non stuzzicarli più di tanto, come ad esempio i tre orsetti che a un certo punto si rendono anche conto che dall’altra parte dell’altopiano c’è qualcuno che li sta spiando); nel frattempo la voce narrante di Tesson sciorina tutta una serie di osservazioni sul rapporto tra uomo e ambiente, sull’invadenza dell’umano che minaccia il mondo selvaggio, sul moderno e l’antichissimo. La pantera delle nevi si articola dunque ricorrendo a un afflato lirico, giustapposto su immagini annichilenti nella loro potenza espressiva. Una scelta legittima, ovviamente, e che senza dubbio riuscirà a colpire l’immaginario di buona parte degli spettatori, ma che cionondimeno solleva alcune perplessità, tanto di carattere ideale quanto strettamente cinematografico. Forse per eccesso d’amore la visione della natura appare in ogni caso fortemente edulcorata, e poco convince il continuo ricorso a una distinzione netta tra l’uomo e la natura: base portante della speculazione di Tesson risiede infatti nella connessione a suo avviso oramai inesistente tra l’uomo moderno e l’elemento selvatico. Un giudizio di cui si può comprendere il valore, ma che sembra dimenticare come l’uomo non sia un elemento estraneo alla natura, mai. Neanche quando incide in modo così netto da deturparla. Atto deplorevole, ovvio, ma che non avviene per incomprensione; sotto questo punto di vista più volte durante la visione torna alla mente la riflessione condotta da Werner Herzog nello straordinario Grizzly Man, e che sembra quasi oppositiva rispetto a quella che prorompe da La pantera delle nevi, per quanto Munier possieda una consapevolezza che mancava completamente al povero Timothy Treadwell.

Ma è sotto il profilo strettamente cinematografico che sorgono i dubbi principali. Il film è narrato da Tesson con lui che in prima persona insieme a Munier prende armi e bagagli e dall’ultimo rifugio si lancia nel pieno dell’altopiano tibetano, sferzato dal vento, disagevole, completamente aperto alle intemperie. Perfino le videocamere da nascondere sul terreno per cercare di catturare gli animali attraverso riprese notturne sono difficili da piazzare tra le rocce. Gli animali d’altronde sono strutturati per mangiare di rado, la stessa ambita pantera delle nevi può rimanere settimane senza cibo. Eppure, in tutto questo, non viene mai esplicitato come le riprese siano svolte da Marie Amiguet, che nel racconto di Tesson non è lì con loro, non si trova a sua volta sull’altopiano, non sta filmando. Ecco, questa scelta appare non solo di difficile comprensione, ma anche fortemente ambigua. Perché fingere di essere da soli, a maggior ragione se si sta tentando di raccontare la verità della vita della natura? Perché non coinvolgere invece anche la regia in questo viaggio nell’ignoto, alla riscoperta della supposta umanità perduta? Problematicità che permangono durante tutta la visione, depauperandola in parte dello splendore invece inattaccabile della natura, di quelle splendide bestie che si aggirano per l’altopiano, predando o schivando la predazione, volando o trotterellando sul terreno. Sempre in attesa della pantera delle nevi, che come ogni star che si rispetti, si farà attendere fino all’ultimo momento a disposizione.

Info
Il trailer de La pantera delle nevi.

  • la-pantera-delle-nevi-2022-marie-amiguet-vincent-munier-01.jpg
  • la-pantera-delle-nevi-2022-marie-amiguet-vincent-munier-02.jpg
  • la-pantera-delle-nevi-2022-marie-amiguet-vincent-munier-03.jpg

Articoli correlati

  • Trento 2017

    La vallée des loups

    di Film di chiusura del Trento Film Festival 2017, La vallée des loups è un viaggio nella natura impervia alla ricerca dei lupi. La storia dell’ossessione di un uomo che li aspetta neanche fossero Godot.

Leave a comment