Rheingold

Rheingold

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Giunto al suo undicesimo lungometraggio, con Rheingold Fatih Akin porta al cinema l’autobiografia del rapper curdo/iraniano Xatar, approdato in Germania dopo varie e drammatiche vicissitudini e dedicatosi lungamente al crimine prima di ritornare alla musica. Snodato secondo le linee pazze di un racconto fitto di svolte, il film resta però indeciso fra troppe strade espressive scontando una generale impressione di superficialità. Alla Festa del Cinema di Roma per Grand Public.

L’Università della Strada

Nato nel 1981 nell’Iran di Khomeini, il curdo Giwar approda con la sua famiglia a Bonn, all’epoca capitale della Repubblica Federale Tedesca, dopo aver attraversato varie e violente peripezie. Proveniente da una famiglia di altissimo profilo culturale (il padre è direttore d’orchestra, la madre musicista classica), Giwar matura la decisione di prendere un’altra strada, abbandonando lo studio del pianoforte e inoltrandosi in un percorso di formazione nei bassifondi della città. Diventa un ottimo tiratore di boxe e si avvicina sempre più ad attività criminali, fino a tentare il colpaccio ad Amsterdam insieme ad alcuni suoi complici… [sinossi]

C’è forse una tenue linea autoriale nella scelta di Fatih Akin di dedicarsi con Rheingold, suo undicesimo lungometraggio, alla traiettoria zigzagante del rapper Xatar, curdo iraniano approdato in Germania da bambino per poi inoltrarsi in un lungo percorso di vita senza radici. È dai tempi di Im Juli (2000) che Fatih Akin racconta di frequente storie di personaggi che si perdono, si smarriscono, poi magari ritrovano se stessi ma conservando sempre un faticoso rapporto con la propria identità. Nel caso della vita di Xatar, alla cui autobiografia il film s’ispira, è in tal senso possibile rintracciare ampia materia. Nato da genitori curdi in terra di Iran, il ragazzo è condotto da varie peripezie fino a Bonn, dove gli anni della sua maturazione si svolgono fra la tentazione di percorrere la stessa strada di padre e madre, rispettivamente direttore d’orchestra e musicista classica, e spinte ribelli verso l’università della strada. Una volta che il padre abbandona la famiglia, il futuro rapper lascia definitivamente lo studio del pianoforte avviandosi a una convenzionale formazione virile/criminale. Dall’iniziale commercio di illegali porno home video il passo si fa sempre più breve verso poderose alzate di tiro.

La vicenda di Xatar ricostruita in Rheingold è un’avventura picaresca che si snoda incredibilmente fra vari paesi europei ed extraeuropei, solcati dal protagonista in pochi anni in lungo e in largo come una scheggia impazzita priva di particolari paturnie nel cercare un proprio equilibrio individuale. A poco a poco Giwar/Xatar punta a diventare rapper e a fondare una propria etichetta discografica, ma intanto sguazza nella criminalità fino a progettare il colpo grosso. Conseguentemente, il film di Fatih Akin percorre la medesima corda pazza, svariando con scioltezza da un genere all’altro e mantenendo una generale solidità narrativa. E allora com’è che usciamo dalla visione comunque poco soddisfatti? Innanzitutto è da registrare una certa mancanza di empatia da parte dell’autore nell’affrontare la vita del suo protagonista, una percepibile freddezza che tiene discretamente lontane anche le emozioni dello spettatore. Assistiamo allo svolgersi dell’incredibile vicenda incuriositi dal suo dipanarsi fra svolte sempre imprevedibili, ma praticamente mai ci emozioniamo con Giwar, così come non riusciamo a entrare effettivamente nelle sue motivazioni profonde. In qualche modo il peccato originale di Rheingold (rintracciabile del resto anche in altre opere di Akin) sembra delinearsi per una sostanziale superficialità d’approccio, che molto spesso restituisce uno sguardo cinematografico un po’ annebbiato e scarsamente coerente. Più di tutto colpisce l’altalenante serietà con la quale Akin sembra affrontare il proprio racconto. Da un lato è evidente l’intenzione di divertire, dall’altro la vicenda scelta non si presta certo a poter essere affrontata con sguardo neutro. È in questa ondivaga identità cinematografica che curiosamente sembra di poter leggere un doppio dei frequenti protagonisti senza identità del cinema di Akin. Qua e là il regista sceglie con decisione la via della zampata ironica e grottesca, e procede su questa strada senza troppi steccati e pregiudizi. Soprattutto nell’esordio si assommano situazioni drammatiche, che coinvolgono anche precise questioni storico-sociali, restituite nel racconto con sguardo ambiguo quando non scopertamente grottesco. Intendiamoci, c’è un’intera schiera di autori (Tarantino ça va sans dire) che hanno fatto del sovvertimento grottesco una precisa e coerente scelta stilistica. Al film di Akin manca però la robustezza di una coscienza critica che permetta di rendere accettabili le sue sferzate. In tal modo alcuni episodi restano trovate estemporanee che non tirano la risata e che qualche volta sembrano solo di cattivo gusto – pensiamo alla violenta evacuazione del concerto all’esordio dove si stanno esibendo i genitori di Giwar, dove salta pure una testa con una revolverata, e alla sequenza delle torture subite in carcere dalla madre. Non è dramma, non è ironia. Sembrano piuttosto trovate improvvise che contribuiscono davvero poco alla globale fisionomia del racconto. L’uso spregiudicato della violenza, anche con notevoli punte di sadismo, è piuttosto ricorrente, ma non assume mai una funzione né catartica né drammatica. Alla resa dei conti è spesso solo irritante e un po’ incomprensibile – un esempio su tutti, la sequenza della nascita di Giwar e l’insistenza sullo scomodo cordone ombelicale.

Lo stesso atteggiamento si riverbera nella costruzione psicologica del protagonista. Non siamo davvero mai invitati a comprendere le motivazioni di Giwar, a provare con lui le sue emozioni, a entrare letteralmente nel suo corpo e nella sua mente. Così come si propone allo spettatore Rheingold è soltanto il racconto di una vita fuori controllo, indubbiamente accattivante per le sue continue svolte ma sostanzialmente incapace di effettivi affondi storici, sociali, antropologici ed esistenziali. Semmai più volte affiora anche un certo colore folclorico che si nutre di consolidati cliché sull’ampio arcipelago delle comunità extraeuropee in terra d’Europa. A testare la temperatura della generale superficialità dell’operazione è sufficiente pensare allo scioglimento del film, dove di fronte alle domande di sua figlia sulla sua vita pregressa Giwar/Xatar si giustifica con motivazioni decisamente generiche.

Sulla carta Rheingold abbonderebbe insomma di materiale per un film efficace su una sorta di Peter Pan che non vuol saperne di crescere, una specie di Frank Abagnale curdo (cfr. Prova a prendermi, Steven Spielberg, 2002) che di fronte allo sgretolarsi della propria famiglia sceglie di buttare la propria vita alle ortiche fuggendo dalle responsabilità adulte. Solo che se da un lato l’Abagnale di Leonardo DiCaprio era un sommo esempio di personaggio stracolmo di sofferenza umana, di contro il Giwar di Rheingold passa incredibilmente da essere un brillante adolescente a una sorta di scemotto in libertà, le cui scelte e la cui evoluzione restano del tutto illeggibili per lo spettatore. Ribadiamo, il nuovo film di Akin conserva buone pagine di puro intrattenimento, caratterizzate da un’agilissima disinvoltura nel passare da un genere all’altro fra i più classici e popolari. È il progetto complessivo ad apparire abbastanza traballante. È l’incapacità di parlare tramite i propri personaggi a minare l’insieme dell’operazione. Peccato, perché il protagonista Emilio Sakraya ha la giusta fisicità per il ruolo e si spende molto per il film investendo in una prova letteralmente muscolare. E nella sua natura di biografia di uno sradicato la vicenda di Xatar poteva contribuire efficacemente a riflessioni intorno alle derive culturali degli ultimi cinquant’anni. Dobbiamo accontentarci invece di un film che si ferma a un’ibrida mezza via tra il film di (multi)genere e ambizioni di altro tipo. Bastano i caratteri dorati delle didascalie e soprattutto l’ultima inquadratura a lasciar pensare che forse Akin, se le cose si fanno troppo serie, è il primo a cambiare strada.

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Rheingold, trailer.

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