Piove

Dopo aver diretto insieme a Roberto De Feo A Classic Horror Story il ventinovenne Paolo Strippoli esordisce “in solitaria” con Piove, nel quale la crisi relazionale tra genitori e figli viene riletta attraverso il filtro dell’horror. Un’opera non priva di ambizione, che sa come intrattenere, angosciare e spaventare lo spettatore, ambientata in una Roma livida ed eternamente battuta dalla pioggia. Ad Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa di Roma.

I giorni dell’ira

Da qualche giorno Roma è teatro di un evento singolare: quando piove condotti e tombini tracimano con una melma grigiastra ed esalano un vapore denso di cui non si conosce l’origine. Nessuno può immaginare che chiunque respiri questo misterioso vapore dovrà farà i conti con ciò che reprime, i suoi istinti più oscuri, la sua rabbia. Neanche la famiglia Morel. [sinossi]
Sopra le nuvole c’è il sereno
ma il nostro amore non appartiene al cielo
noi siamo qui tra le cose di tutti i giorni
di giorni e giorni grigi
Sergio Endrigo, Aria di neve

Si apre con una inaspettata sequela di violenze perpetrate nel corso dei secoli e dei millenni Piove, prima regia “in solitaria” per Paolo Strippoli, già autore insieme a Roberto De Feo di A Classic Horror Story. Un modo per suggerire, mentre Sergio Endrigo canta Aria di neve (“ma il nostro amore non appartiene al cielo, noi siamo qui tra le cose di tutti i giorni”), come l’orrore non possa essere derubricato a ciò che accade nell’ora e mezza in cui si sviluppa un film, ma faccia parte al contrario della storia stessa dell’umanità, della sua evoluzione. L’horror, suggerisce quest’apertura evocativa e spiazzante, non è che un punto di vista differente per riflettere sulla realtà, e sulle dinamiche umane e relazionali. Chissà, forse è proprio per questa intuizione – che fa parte del genere da sempre, è doveroso sottolinearlo – che lo scorso 11 ottobre, una settimana prima che il film di Strippoli venisse presentato in anteprima all’interno di Alice nella Città, la sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, la Commissione III per la Classificazione Opere Cinematografiche del Ministero della Cultura ha deciso di imporre a Piove il divieto per la visione ai minori di 18 anni. La classificazione proposta da Propaganda, la casa di produzione che rappresenta la parte italiana della costruzione del film (si tratta di una coproduzione italo-belga), era di vietarne la visione ai minori di 14 anni, ma a quanto pare la Commissione ha pensato bene di inasprire il divieto, con la seguente motivazione: «Il film deve essere classificato come opera vietata ai minori di anni 18, in ragione della presenza di scene estremamente cruente, che rappresentano atti violenti in modo dettagliato e prolungato, inducendo nello spettatore uno stato emotivo di turbamento. Tali scene, singolarmente prese, sono di per sé sufficienti a giustificare il divieto: inoltre, la conclusione della Commissione è ulteriormente corroborata dal fatto che esse risultano punteggiare la trama in modo tale da conferire alla pellicola un tono complessivo che lo rende inidoneo alla visione da parte di spettatori minorenni, senza che tale valutazione sia scalfita dalla presenza di alcuni momenti narrativi di segno opposto». Il 5 aprile 2021, forse qualcuno ancora ne serberà memoria, il Ministro della Cultura Dario Franceschini firmò un comunicato stampa nel quale coram populo si affermava che era stata «Abolita la censura cinematografica», e quindi veniva «definitivamente superato quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti». Nell’articolo pubblicato su Quinlan a commento di quelle esternazioni in chiusura si esternavano un paio di preoccupazioni, perché per paradosso “Il rischio è proprio che torni in atto quella censura che ieri pare essere stata abolita per sempre”, e “Più che la censura si ha a volte l’impressione che si stia cercando in tutti i modi di abolire il cinema”.

Non è per niente gratificante riscoprirsi oggi facili profeti, e lo è ancor meno se si ragiona sul fatto che la vittima di questo stato delle cose sia un film interessante e ricco di spunti come Piove. Si potrebbe insistere sulle molte contraddizioni in seno alla decisione della Commissione – decisione ribadita anche in fase di riesame, e sulla quale ora ci si appellerà alle valutazioni del TAR –, a partire dal fatto che un film vietato ai minori di 18 anni abbia ricevuto la sua prima proiezione a livello nazionale all’interno di una sezione che si occupa da sempre in modo esclusivo della rappresentazione dell’infanzia e dell’adolescenza nel cinema; o anche che la sceneggiatura di Jacopo del Giudice nel 2017 abbia ricevuto il Premio Solinas «Per il coraggio di affrontare il genere horror con un impianto metaforico lucido e universale, ma con un tono potentemente originale (…). Un horror dei sentimenti, senza precedenti nel nostro Paese». Ma è tempo sprecato. Non è la prima volta che nell’ultimo decennio la scure della censura si abbatte sul cinema italiano, ed è interessante notare come sia la rappresentazione dell’orrore a essere presa in particolar modo di mira: Piove subisce il medesimo trattamento che fu riservato nel recente passato a Morituris di Raffaele Picchio e al film a episodi P.O.E. – Poetry of Eerie. Se in quest’ultimo caso il film, portato nelle sale da Distribuzione Indipendente, ricevette un insensato e inspiegabile divieto ai 18 anni, a Picchio andò anche peggio, perché Morituris non ebbe direttamente il nulla osta alla visione in pubblico, con la seguente motivazione: «La Commissione di revisione cinematografica, visionato il film, esprime, all’unanimità, parere contrario al rilascio di nulla osta per la proiezione in pubblico per motivi di offesa al buon costume, intendendo gli atti di violenza e di perversione sulle donne, motivati dal gusto della sopraffazione e dall’ebbrezza della propria forza rafforzata dal consumo di alcool e droga. Inoltre i “giustizieri” si accaniscono sia sui ragazzi, rei di violenza e sadismo, sia sulle ragazze vittime dei loro carnefici. Infine, negli atti di perversa violenza viene impiegato un topolino come un oggetto sessuale. Pertanto la Commissione ritiene la pellicola un saggio di perversività e sadismo gratuiti». Se è vero che oggigiorno non sarebbe più possibile apporre un divieto così stringente (si può per legge inasprire la restrizione, ma il MIC non può più intervenire sul nulla osta alla visione), è ancor più vero che la censura è ben lontana dall’essere stata abolita – esattamente come la “povertà”, a sua volta abolita secondo il pensiero di un partito politico al governo alcuni anni fa. Anzi, l’impressione è che sia viva e vegeta, normale adattamento all’epoca più reazionaria e conservatrice dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nelle dichiarazioni che hanno fatto seguito alla scellerata deliberazione della Commissione un punto non indifferente l’ha colto Gianluca Pignataro, direttore marketing e commerciale per Fandango, che il film di Strippoli lo distribuisce: «La cosa che più colpisce è la severità adottata nei confronti di un film di genere di un giovane regista italiano rispetto a valutazioni di solito molto meno rigide nei confronti di grandi produzioni internazionali». Anche il film di Picchio e l’operazione collettanea curata da Domiziano Cristopharo erano film indipendenti, produttivamente “piccoli”, e dunque con le spalle poco protette. La scure si fa più affilata quando il collo della vittima è gracile, si sa, e l’accanimento contro Piove assume dunque anche i connotati di una violenza a suo modo classista.

Ma il peccato più grande commesso dal MIC, e che è reso evidente anche da questo articolo, risiede nel fatto che la giusta indignazione nei confronti di una risoluzione simile (si consideri che con il divieto ai minori di diciotto anni il trailer del film non può essere programmato in sala – a meno che in quella stessa sala non sia proiettato un altro film vietato ai minori, ma in questo momento non ce ne sono – né può passare in televisione prima delle 23.30, oltre al grave danno da un punto di vista dei diritti di sfruttamento futuri, visto che sul piccolo schermo il film non può comunque essere trasmesso) rischia di far passare in secondo piano il valore di Piove. Perché il film di Strippoli, in parte proprio per le scelte che vengono biasimate dalla Commissione, è una vera e propria boccata d’ossigeno per lo scenario produttivo nazionale. Da almeno venti anni ci si lancia in previsioni riguardanti la “rinascita” del cinema di genere, fiore all’occhiello di un’epoca oramai vetusta, ma i pronostici si sono sempre rivelati infausti. L’esordio in solitaria di Strippoli non può essere considerato come carta vincente per sgravare la produzione italiana dei suoi difetti endemici, ma propone una via possibile, quella di un horror profondamente umanista non per questo però dimentico delle sue naturali funzioni spettacolari. C’è violenza in Piove? Certo, soprattutto dalla seconda metà in poi, quando le suggestioni della prima parte trovano il loro sfogo ultimo (si parla pur sempre di virus, e quindi il film si sviluppa tra incubazione e virulenza), ma cos’altro dovrebbe supporre un film dell’orrore? La verità è che una parte non indifferente di chi si occupa di cinema in Italia accetta solo due potenzialità della messa in scena: o la suggestione, che come tale suggerisce ma non mostra direttamente, o una rivestitura di giulebbe, in modo da addolcire anche gli spigoli più duri. Strippoli invece sceglie una via diametralmente opposta, perché non ha timore di mostrare tanto il soprannaturale – fantasmi e deliri – quanto i risultati della violenza nel reale, e perché nel suo sguardo c’è un forte afflato sentimentale, ma non così accecante da negare il trauma.

Nel suo negare l’assoluzione ai propri personaggi – cui comunque si guarda con profondo affetto, con empatia, con estrema comprensione anche delle scelte più malestrue, come uccidere un parente o spingere un affetto caro a compiere un gesto che rischia l’irreparabile – Strippoli in realtà sta negando a sé stesso l’ammansimento, l’accettazione dello status quo narrativo e soprattutto estetico. Piove, e lo spunto lo fornisce già il titolo, è un film torrenziale, in cui tutto scorre in modo continuo, inesausto, forse addirittura eterno o terminale: a scorrere è la violenza diffusa, l’odio trattenuto solo per quieto vivere ma che in realtà logora dall’interno. In questo senso il film, che come dichiarato dagli stessi autori trae ispirazione da un celeberrimo albo di Dylan Dog, Gli uccisori, muovendosi però poi da subito in completa libertà, trova forti connessioni all’interno della storia del cinema, da La città verrà distrutta all’alba di George A. Romero alla serie televisiva britannica degli anni Settanta I sopravvissuti, ma potrebbe e dovrebbe forse essere accostata a due opere nostrane, vale a dire Macchie solari di Armando Crispino e La terza madre di Dario Argento, dove per motivi diversi – apparenti influssi meteorologici e volontà stregonesca – la popolazione romana iniziava a uccidersi e a uccidere. Rispetto a questi prototipi però Strippoli sceglie una via intermedia, perché l’elemento sovrannaturale – la nebbiolina che emerge dalle fogne, si solleva dalle pozzanghere, e arriva a infestare le case passando per le tubature – non ha una spiegazione chiara, né una reale lettura “collettiva” da parte dei personaggi. Una distinzione netta, dunque, perfettamente giustificata dall’interesse ultimo del film, quello di indagare il trauma quotidiano di esseri umani che procedono nella loro vita senza rendersi conto di averla già abbandonata, ma solo come rituale insensato: la sveglia, la colazione, andare a scuola, il pranzo o la cena tutti insieme, la spesa, il lavoro. Solo Enrico e la sua sorellina Barbara, in modo del tutto diverso e in ogni caso non consapevole, sembrano rifuggire da questo schema: Barbara perché costretta sulla sedia a rotelle (e dunque diversamente abile rispetto al mondo che la circonda), Enrico perché ha abbandonato qualsiasi livello di normalità per la sua età. A neanche diciotto anni ha smesso di andare a scuola, senza che il padre lo sappia; fuma e beve; minaccia una guardia giurata che lo riprende perché passa la sua giornata in una piscina abbandonata; ha come amore una prostituta che fa di tutto per fargli capire che non è lei la soluzione alla sua disperazione. Anima in pena, Enrico è afflitto e non vede soluzione per la disillusione con cui osserva il mondo.

Strippoli, invece di voltare le spalle a questo stato d’animo o ancor peggio di ammansirlo con promesse di un futuro roseo, ha il coraggio di indagare il suo personaggio nel profondo, di comprenderne la tragedia, e di cercare di rappresentarla. Per farlo “approfitta” degli elementi del genere di cui può disporre, da un lato creando un’atmosfera plumbea, ottundente, in cui lo spettatore non può trovare lo spiraglio di luce che probabilmente lo rasserenerebbe – ma dopotutto, e si torna al titolo, piove, come testimoniano anche i tre capitoli che scandiscono il tempo del racconto un po’ come accadeva in Magnolia di Paul Thomas Anderson: Evaporazione, Condensazione, Precipitazione –, e dall’altro inserendo dei lacerti di profonda violenza, anche esibita là dove necessario, ma senza alcun intento scopico. Per questo chi ha parlato di splatter ha dimostrato davvero di non aver compreso il senso dell’operazione nel suo complesso, e il significato dell’immagine e del suo utilizzo. Il mondo impazzisce, è l’interpretazione di Strippoli, ed è lecito mostrare il volto deformato della pazzia, senza edulcorazioni di sorta. Decade anche la prisca ambizione moraleggiante di voler distinguere tra buoni e cattivi, perché in un mondo “infettato” (si ricorda che la sceneggiatura è di cinque anni or sono, quando nessuno aveva mai sentito nominare il COVID-19) la separazione tra le parti non è certo così netta come si suppone. Ne viene fuori un ritratto collettivo cupo ma non mesto, anzi che cerca nel bel mezzo dell’occhio del ciclone di ritrovare il cuore pulsante dell’essere umano, la radice che permette alle relazioni affettive di intessersi e di ispessirsi. Per quanto pervasa da un’atmosfera grigia e livida, l’opera di Strippoli riesce a trovare la via della dolcezza, una dolcezza che è intrisa di rimpianti e di lacerazioni, e per questo può essere con troppa facilità scambiata per rassegnazione. Ma anche questo è l’errore interpretativo di chi guarda le immagini senza interrogarle e cercare di comprenderle, trovando elementi degni di censura laddove ci sarebbe lo spazio per dimostrare le potenzialità del genere, e le sue infinite declinazioni.

Info
Piove, il trailer.

  • piove-2022-paolo-strippoli-03.jpg
  • piove-2022-paolo-strippoli-02.jpg
  • piove-2022-paolo-strippoli-01.jpg

Articoli correlati

Array