A Date in Minsk

A Date in Minsk

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Film vincitore del Doclisboa 2022, A Date in Minsk del filmmaker indipendente bielorusso Nikita Lavretski è un’opera teorica che ragiona sullo scarto tra realtà e messa in scena, con un significato che può oscillare tra l’autoanalisi personale per arrivare alla sfera politica, in una nazione desolata che non offre prospettive.

Appuntamento nel cinema

Nikita e Volha hanno portato avanti una relazione disfunzionale e tormentata negli ultimi 8 anni. Così ci informa una didascalia all’inizio del film dove i due interpretano due immaginari Nikita e Volha al loro primo appuntamento, conosciutisi via Tinder. Si può ricominciare qualcosa alla fine di una storia? [sinossi]

Stiamo su un crinale molto sottile tra realtà e messa in scena nell’ultimo lavoro del filmmaker bielorusso Nikita Lavretski dal titolo A Date in Minsk (in originale Svidanie v Minske), che si è aggiudicato il premio come miglior film del concorso internazionale al Doclisboa 2022. Protagonisti del film sono Nikita e Volha, il regista stesso e la sua forse ex. Con un inizio da cinema muto sappiamo, da una didascalia, che i due sono reduci da 8 anni di una relazione malata e autodistruttiva. Nel film che inizia, ma il cui titolo comparirà oltre la metà, i due mettono in scena se stessi, al momento del loro primo appuntamento. Non è dato sapere se si tratti della ricostruzione dell’inizio promettente della loro relazione o di un semplice fantasia, azzerando tutto, in una situazione di crisi ormai irreversibile. Il fatto che l’incontro avvenga via Tinder, e che si citino nuove funzioni della nota app di incontri, che era ancora agli albori otto anni fa, potrebbe far propendere per la seconda ipotesi. E ambiguo anche il processo che potrebbe aver prodotto tale risultato. Frutto di improvvisazione, come già nel cinema di Nikita Lavretski o di dialoghi, peraltro verbosissimi, scritti minuziosamente recitati come a teatro, senza stacchi? Il film è girato in un unico piano sequenza, senza porsi tanti problemi sul nascondere la macchina cinema, sulla sospensione d’incredulità. In più occasioni, come nel momento di discesa dalla rampa di scale, si vede l’ombra della videocamera, e dell’operatrice, Yulia Shatun, mentre alla fine del film l’inquadratura va su Nikita che esclama «Done!», a sancire la fine delle riprese. Non c’è dubbio comunque circa la coincidenza tra interpreti e interpretati. Nikita rivendica di essere un filmmaker squattrinato ma indipendente, pieno interprete della più genuina cultura indie, nonché un ex-insegnante di matematica, cosa che in effetti combacia con la sua biografia.

Un unico piano sequenza asfissiante, grondante di dialoghi veloci, verbosi, con solo dei filmati famigliari di Nikita, dalla chiara grana da videocassetta, mentre racconta del proprio passato. Così il filmmaker riprende la sua precedente opera intitolata proprio Nikita Lavretski, e composta esclusivamente ancora dai suoi homemovie, dalla sua infanzia fino ai 16 anni. Tutta la prima parte di A Date in Minsk si svolge attorno a un tavolo da biliardo con i due che giocano, mentre si conoscono, seguiti da una fluttuante e nevrotica mdp che rotea attorno a loro e al tavolo. Solo alla fine di questa parte compare il titolo del film. Quindi, finito il gioco, la scena si sposta all’esterno, nel loro ritorno a casa. Emerge dal contenuto dei loro discorsi, la loro maggior vicinanza al mondo occidentale. Di russo si cita giusto L’idiota di Dostoevskij ma come semplice battuta. I due discettano dei loro comici preferiti, l’americano Timothy Heidecker, l’inglese James Acaster e pure loro idolo è il cantautore statunitense Julian Casablancas. Conoscono bene la storia di Charles Manson e della sua ispirazione alla canzone Helter Skelter. Emerge un quadro desolante del paese, rappresentato bene da quella prima parte, claustrofobica, della sala dei biliardi. Uno stato satellite della Russia che non offre prospettive alle future generazioni, dove i giovani tendono a emigrare all’estero, ma non in Russia dove pure sarebbe più facile perché avrebbero automaticamente la cittadinanza. E a tratti emerge anche il marcio che alligna nel paese. Viene citato anche il presidente despota Lukashenko, e si parla del genocidio nazista in Bielorussia recentemente riconosciuto dalla Duma di Minsk. La nonna di Volha è stata convocata a testimoniare per quei fatti avvenuti quando aveva pochi anni e la ragazza ironizza su questo, mentre Nikita chiede a quale genocidio si riferisca, alludendo così ad altri massacri della storia del paese, reali o metaforici.

Nell’esibizione del meccanismo cinematografico, in una delle sue convenzioni, nello scarto tra interprete e interpretato, Nikita Lavretski gioca su più livelli. Da un lato l’arte assume il ruolo di correzione e sublimazione catartica della realtà e della vita, nell’azzeramento di ciò che è andato storto, ma anche di un utopico rimettersi insieme. Lo scarto è anche tra realtà e sua rappresentazione all’interno di un regime dove solitamente si propaganda una visione edulcorata della società, e del suo livello di benessere e di democrazia. Il filmmaker bielorusso mette al centro del proprio lavoro cinematografico la sua stessa vita, la sua stessa presenza scenica. Lo potremmo associare in ciò a Danilo Monte che già in Memorie – In viaggio verso Auschwitz usava riquadri interni con i propri filmati di famiglia. Nikita Lavretski tende a connotare la propria situazione come in una condizione disturbata. Oltre alla relazione descritta come tossica accennata in A Date in Minsk, e al riferimento, sempre in quel film, a Charles Manson, in Belarusian Psycho (2015) interpreta un giovane con disagio che, ancora ambendo a una vita diversa, in questo caso a perdere la verginità, invita delle ragazze per una festa nella sua dacia, contattandole anche in questo caso via chat. Nel già citato Nikita Lavretski monta i filmati della sua infanzia e adolescenza, la crescita di un cineasta, realizzati dai genitori videoamatori. Ancora il tutto si tinge di tinte fosche, emerge il bullismo. Ma il marcio è sempre quello della nazione. Già con Nikita bambino in casa si parla di Lukashenko che in effetti era già al potere dal 1994, primo e unico presidente del paese. E i genitori, nel riprendere il figlio, parlano di stare facendo un film senza script. Si tratta proprio quello su cui ragiona il lavoro di Lavretski. Un cinema grezzo in cerca di forma, senza regole in continua reinvenzione. Dove il marcio personale diventa quello del paese intero, marcio che si può ripulire con il cinema.

Info
A Date in Minsk sul sito di Doclisboa.

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