Bros

Bros conferma l’attitudine alla rom-com per il quarantaseienne Nicholas Stoller, qui al settimo lungometraggio da regista. Con uno sguardo a Nora Ephron e un altro a Judd Apatow – suo mentore e produttore –, Stoller confeziona una commedia divertente, vitale, che può contare sulle ottime interpretazioni del cosceneggiatore Billy Eichner e di Luke Macfarlane.

When Bobby meet Aaron

Bobby è un conduttore di podcast nevrotico che accumula appuntamenti su Tinder. Un giorno incontra Aaron, un avvocato a sua volta completamente incapace di impegnarsi. Tuttavia, il loro rapporto sembra cambiare qualcosa. [sinossi]

Chissà in che condizioni sarebbe la commedia statunitense se a cavallo del Terzo Millennio Judd Apatow, visti e considerati i risultati non eccellenti delle sue due serie Freaks and Geeks e Underclared (entrambe cancellate dopo una stagione), avesse deciso di dedicarsi ad altro. Una domanda tutt’altro che oziosa, se si pensa che quasi tutto ciò che di interessante ha prodotto il genere negli Stati Uniti degli ultimi venti anni è passato sotto l’oramai celeberrimo “Apatow’s Touch”. Che si tratti di pura deriva demenziale (Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy, Ricky Bobby – La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno), di rilettura non priva di melanconia del buddy movie (in ottica teen in Suxbad – Tre menti sopra il pelo, più canonico in Strafumati), o di commedia sentimentale (5 anni di fidanzamento, The Big Sick – Il matrimonio si può evitare… l’amore no), Apatow ha segnato in maniera profonda l’approccio al genere, marchiandolo poi a fuoco con le sue regie, da Molto incinta a 40 anni vergine, e concedendo grande libertà espressiva ai “suoi” cineasti, come Adam McKay, Greg Mottola, David Gordon Green, Michael Showalter. Tra i fedeli sodali di Apatow una posizione preminente la occupa senza dubbio Nicholas Stoller, acuto narratore delle dinamiche di coppia, fustigatore ma anche esaltatore dei sentimenti, come testimonia in particolar modo il già citato 5 anni di fidanzamento, conosciuto anche con il titolo originale Five-Year Engagement, tra le migliori rom-com statunitensi degli ultimi decenni. Non c’è dunque da sorprendersi se Bros, la sua settima regia in quattordici anni di attività e la prima da sei anni a questa parte, si ancori al sentimento, occupandosi di una storia d’amore.

Negli Stati Uniti, dove Bros è uscito un mese fa (l’11 ottobre, per l’esattezza) sull’onda delle critiche positive raccolte dopo la proiezione al Toronto International Film Festival, la reazione del pubblico è stata molto deludente: a fronte di un costo complessivo di circa 22 milioni di dollari il film ha infatti incassato meno di 12 milioni, che diventano 13 se si conta anche il risultato al botteghino canadese. Un insuccesso che ha indispettito in particolare Billy Eichner, protagonista e co-sceneggiatore al fianco di Stoller, secondo il quale i responsabili di una simile débâcle sarebbero da rintracciare tra gli spettatori eterosessuali, che avrebbero scientemente boicottato il film: uno spunto che riflette anche il peso che si è dato al film di Stoller, lanciato come prima rom-com apertamente gay prodotta da una major hollywoodiana. Negli States dunque la discussione ha iniziato da subito a vertere in direzione del concetto di rappresentatività, che tanto peso ha nella dialettica politica statunitense degli ultimi anni, anche per via di una strategia di marketing che su quello ha particolarmente puntato nel lancio del film, non potendo questo contare su nomi celebri tra gli interpreti. Ecco dunque che una semplice commedia sentimentale, dal canovaccio anche prevedibile – per quanto dominato da una levità di scrittura mirabile –, si trasforma rapidamente in un elemento di discussione politica. Politica dell’industria, ma anche della ricezione tra gli spettatori: in realtà un’analisi più attenta dello sbigliettamento ha dimostrato come la stessa comunità LGBTQ+ abbia di fatto snobbato Bros, per gli stessi motivi sopracitati, vale a dire nessun nome di richiamo e un’eccessiva attenzione data al concetto di “rappresentanza” (tutti gli attori scelti per prendere parte al film sono dichiaratamente gay e lesbiche), mentre ad esempio il pubblico di riferimento per opere di questo genere – drammi e commedie che ruotano attorno al concetto di amore –, le donne, ha risposto in modo consono alle aspettative. Bros si inserisce dunque doppiamente all’interno delle dinamiche politiche della Hollywood di oggi, sia come dichiarazione di intenti che dimostrando palesemente la complessità e le sfumature di una realtà che si vorrebbe invece monolitica, e preordinata.

Ed è davvero un peccato che l’attenzione si sia concentrata in maniera quasi esclusiva su questo aspetto, perché Bros dimostra una volta di più l’intelligenza autoriale di Stoller, e la sua volontà di muoversi all’interno dei codici dell’industria non svilendoli ma di fatto sottoponendoli a incessante e continuo interrogatorio. Così la storia d’amore e d’amicizia tra Bobby e Aaron, l’uno intellettuale l’altro palestrato, così lontani così vicini come da tradizione per il genere, si riveste di tutti i cliché con cui la rom-com è stata sdoganata dal mainstream, ma allo stesso tempo si dichiara consapevole del meccanismo, della struttura, della sua stessa identità pur non trasformandosi mai in un reale superamento della quarta parete; eppure nei dialoghi che bocciano in modo inappellabile tanto la volontà di scrivere una rom-com gay ricorrendo alla “prassi etero” quanto l’idea che solo un omosessuale possa interpretare un omosessuale non si può non leggere in filigrana anche una messa in discussione del film in sé, della sua volontà intima, della sua totale adesione a uno schema predefinito. L’inclusività, che è ovviamente uno dei temi cardine del film, è in realtà insita nell’immagine stessa, non ha bisogno di spiegazioni: per questo Bros avrebbe potuto evitare il ginepraio della propria identità, perché in quanto opera svela l’assoluta normalità di tutto ciò che una parte della società continua a leggere come “deviante” o comunque non “naturale”. Certo, si potrebbe affermare che un teorico marxista degli studi sul genere come Mario Mieli avrebbe boicottato un film di questo tipo, ma si tratta pur sempre di un lavoro industriale, figlio di un’ottica replicante dell’immagine. Così è del tutto appropriato che in scena si faccia riferimento a Harry ti presento Sally di Rob Reiner, classico intramontabile in cui Nora Ephron raggiungeva l’apice della sua scrittura sulle nevrosi sentimentali della buona borghesia newyorchese. Quella è infatti la dimensione in cui decide di muoversi Bros, che centra il bersaglio grazie a un ritmo sostenuto dei dialoghi, a una freschezza registica che è da sempre la cifra di stile di Stoller (si guardi anche a Non mi scaricare o a In viaggio con una rockstar), e a una vitalità della recitazione dominata in particolar modo da Eichner, perfetto nel ruolo che d’altro canto ha contribuito a cucirsi addosso. Se gattopardescamente si può pensare che l’intento di Hollywood con Bros sia quello di “cambiare tutto affinché nulla cambi”, il film di Stoller si mostra come una delle più riuscite incursioni nel genere viste negli ultimi anni a Los Angeles e dintorni. E questo basta.

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Bros, il trailer.

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