Santa Lucia

Santa Lucia

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Marco Chiappetta esordisce alla regia con Santa Lucia, ambizioso racconto sulla “nostalgia”, intesa non solo come atto della memoria, ma come necessità di uno sguardo; forse a volte fin troppo carico di metafore il racconto del ritorno a Napoli dell’anziano Roberto, oramai cieco, diventa anche una riflessione sul cinema come ultima àncora del ricordo e della rappresentazione, e dunque del rimpianto.

La memoria è nell’occhio

Dopo quarant’anni di vita in Argentina l’anziano Roberto torna a Napoli, la sua città natale, a seguito della morte della madre. Oramai cieco, ritrova il fratello Lorenzo e i luoghi di sempre, che può però rivedere solo attraverso la memoria. [sinossi]
Comme se frícceca
la luna chiena!
lo mare ride,
ll’aria è serena…
Vuje che facite
‘mmiezo a la via?
Santa Lucia,
Santa Lucia!
Teodoro Cottrau, Santa Lucia, 1849

Inizia con delle macchie di colore, Santa Lucia, l’esordio alla regia del trentunenne napoletano Marco Chiappetta: non si tratta, come ad esempio fu all’epoca di Punch-Drunk Love per Paul Thomas Anderson, di un’intuizione per sottolineare la distonia sentimentale e la dolce disarmonia che governa il film (e gli affari del cuore), ma del tentativo di rappresentare attraverso l’immagine l’inimmaginabile. Roberto, l’anziano protagonista cui dona una luce inimitabile Renato Carpentieri, è infatti diventato progressivamente cieco con il trascorrere degli anni, tempo che ha vissuto lontano dalla sua patria, la Napoli che ha abbandonato quarant’anni prima per non mettervi più piede. Ora l’uomo è costretto a tornare all’ombra del Vesuvio perché la madre è deceduta: il suo dunque è un viaggio di riscoperta di un luogo, di un sentimento, di un istante della vita. Ma come fa un cieco a ri-vedere qualcosa, ora che è vittima della ablepsia? L’interrogativo da cui parte Chiappetta non è banale, e svolge a conti fatti un ruolo fondamentale nella riuscita di un’opera che si articola attraverso uno sguardo impossibile. Roberto infatti, il cui ritorno a Napoli consegna sulle spalle il tradizionale gravame di ire sopite sotto il tappeto, sensi di colpa, e rimpianto, può riappropriarsi fisicamente di quello spazio solo attraverso la memoria, senza alcun legame reale con il contemporaneo: perfino quando accarezza all’aeroporto il volto del fratello Lorenzo (Andrea Renzi, che si presta con grande dedizione a fungere da spalla al mattatore Carpentieri), la sua mente lo visualizza come un ragazzo. Roberto attraversa dunque uno spazio oramai al di fuori del tempo, trasformando la memoria e la nostalgia in una casa interiore infestata di fantasmi, e lo stesso percorso lo compie Chiappetta, che deve misurarsi nel difficile compito di condurre avanti la narrazione in una dialettica continua tra oggettiva e soggettiva.

Il risultato registico è senza dubbio degno di complimenti, perché la messa in scena di Santa Lucia mostra un gran numero di idee, tra campi controcampi impossibili che superano la dimensione del tempo e piani sequenza illuminanti, alla ricerca continua del senso di ciò che deve apparire – il verbo non potrebbe essere più adatto – in scena: si pensi anche solo alla scelta di lasciare incorporea anche Laura, la moglie argentina di Roberto, che resta solo una voce nell’oscurità, in quel coacervo di ombre e luci che non trovano definizione ma allo stesso tempo racchiudono un senso. Tanto libero appare Chiappetta nel suo approccio alla regia, così come ingabbiato di quando in quando si fa il racconto, che segue una linea abbastanza canonica – Roberto, insieme a Lorenzo, ritrova i luoghi e dunque riscopre la propria memoria personale, da un litigio sulle scale dell’androne del palazzo da bambino fino al primo innamoramento –, come se la letteratura dovesse fungere da contrappunto all’immagine, in parte riconducendola in uno spazio consono, sicuro. Ma è proprio quando Chiappetta si lascia prendere la mano dalla libertà dell’immagine, resa persino spericolata dal suddetto rapporto (ir)reale con lo spazio in cui si muove, che Santa Lucia mostra tutte le sue qualità. Per quanto la dialettica incessante e continua tra Roberto e Lorenzo sia ben scritta, infatti, non è nel racconto del passato che si coglie la profondità del lavoro di Chiappetta, ma bensì nella capacità di comprendere l’immagine come veicolo unico di una verità del tempo e della memoria che non può essere scalfita neanche dalla malattia, neanche – ultimo ostacolo – dalla mancanza di vista. Lo sguardo persiste perfino alla vista stessa, e dunque con esso il cinema, che è nostalgia in sé, perché racconta sempre un tempo già vissuto, senza possibilità di svicolare.

È curioso che Santa Lucia sia stato portato a termine negli stessi mesi in cui Mario Martone lavorava a Nostalgia, non tanto per oziose questioni di dietrologia (è doveroso sottolineare come il film di Chiappetta sia stato presentato in anteprima allo scorso Torino Film Festival, sei mesi prima dunque che Martone approdasse sulla Croisette in concorso), ma perché entrambi i film cercano di rintracciare nella multiforme Napoli, città impossibile da trattenere tra le dita, se non attraverso il ricordo, la chiave del sentimento, e dunque del trauma stesso del vivere. In tal senso sarebbe interessante non solo mettere a confronto queste due opere ma legarle anche al Paolo Sorrentino di È stata la mano di Dio, che senza mettere in campo il tempo – nel film esiste un solo momento, il contemporaneo – si muove a ben vedere nella medesima direzione. Per Chiappetta Napoli è una città plumbea, a sua volta ectoplasmatica, ma che è “casa”, perché trattiene al proprio interno ciò che si è, nonostante tutto. Questa dolcezza del vivere, che è amarissima ma carica di un dolore a suo modo vitale, si respira durante la visione di Santa Lucia, che nei momenti più ispirati fa intravedere nitidamente le potenzialità autoriali di Chiappetta. La produzione di Teatri Uniti, in tal senso, è più di una garanzia. Viene naturale anche congratularsi con la piccola e combattiva Double Line, società di distribuzione torinese che in tre anni di vita ha portato nei cinema italiani Il terzo omicidio di Hirokazu Kore-eda, Il naso o la cospirazione degli anticonformisti del veterano russo dell’animazione Andrej Khrzhanovskiy, Days di Tsai Ming-liang, Voyage of Time di Terrence Malick, e ora investe energie su un esordio italiano da proteggere, promuovere, e sostenere.

Info
Santa Lucia, il trailer.

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